di Bartolomeo Di Monaco
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Giorgio Bárberi Squarotti lo considera, a ragione, il suo lavoro migliore. Uscì nel 1923, due anni dopo “Il perduto amore” ed è stilisticamente assai più maturo, infatti, libero dalle frequenti e pesanti scorie che avevano contraddistinto il romanzo del 1921.
L’avvio è straordinario, con una messa a fuoco della città che a poco a poco si restringe per arrivare nel vicolo del Lastrico, alla bottega dell’anziano orologiaio maestro Zímolo, per il quale “quando metteva la lente e appuntava la pupilla nel ventre di uno di quegli orologi, l’orizzonte, che allora gli si schiudeva dinanzi, valeva per lui quanto il più bel panorama di colline, di alberi o di mare, fra quelli che la città avrebbe potuto offrire al suo sguardo.” Maestro Zímolo, al di là del suo lavoro, non ha molte altre distrazioni. Quando finisce la sua giornata si reca al porto, si siede “sopra un pilastrino di pietra o sopra un mucchio di canapi arrotolati” e osserva i ragazzi giocare: “tutti poverelli: figli di pescatori o di marinai, di carpentieri o di gente senza né arte né parte.” Poi, attraversato un labirinto di viuzze, sale alla sua stanza, posta al quarto piano, e si corica “ad aspettare il sonno.”
Ciò che si era già notato ne “Il perduto amore”, ossia la scrittura ordinata e pulita, ora ha in questo romanzo il suo risalto, e le atmosfere che ci avvolgono sono soffuse e misurate da un afflato che le rende sensibili e contagiose al lettore. Quando accenni decadenti, non del tutto ancora risolti, compaiono, essi sono assai attenuati, come, per esempio, quando in ospedale abbiamo a che fare con la figura del giovane ricoverato Pietro Pais. Zímolo è un uomo fondamentalmente buono e un poeta. Ciò che vede, lo vede e lo sente con il cuore. Vive solo, non è sposato e nei momenti in cui pensa agli altri, pensa anche al suo desiderio irrealizzato di avere un bambino (“Non avrò mai un bambino! – mormorava.”). Davanti alla sua bottega c’è “la casa rossa”, un edificio che ospita prostitute, e la cui padrona, una specie di strega (“la mammana”), va da lui spesso a vendergli orologi ricevuti dai clienti, per lo più marinai. Pensa spesso a quelle ragazze e ne ha compassione: “fermamente persuaso che quelle ragazze non potessero avere bambini, perché, con la sua scarsa conoscenza del mondo, aveva sempre creduto, in un senso esageratamente esatto, che non potesse nascere un figlio da diversi padri. Considerando se stesso infelice, considerava dunque infelici anche quelle ragazze, condannate come lui a non avere bambini, e ne sentiva pietà.” È un romanzo ispirato da una malinconica dolcezza e da uno sguardo triste sul mondo, che si vorrebbe poter aiutare. Ne è un esempio il modo come Fracchia descrive e tratta la casa rossa e le sue ragazze, sul filo di una pietas che non è mai compassione, bensì comprensione e condivisione. La permanenza all’ospedale, a seguito di una improvvisa e grave malattia, induce Zímolo a riflettere sulla vita e sul proprio destino, e così comincia a pensare al modo di avere un figlio: “vorrei trovare un bambino bell’e fatto… ma che potesse essere mio… Ci sono tanti bambini orfani, abbandonati, che non hanno padre… Uno di questi, vorrei.” Si reca, dunque, alla casa rossa, dove sa che Angela, una prostituta di venti anni, bionda e carina (“Bionda con gli occhi neri”), ha un figlio ancora piccolo, bisognoso di cure; vorrebbe chiederle di cederlo a lui che lo alleverebbe come fosse suo e gli lascerebbe la sua piccola eredità. Ma Angela non gli apre nemmeno la porta. Così maestro Zímolo continua la sua ricerca: uomo ingenuo, quando si trova di fronte all’ospedale e alla “rota dei trovatelli” e un poveretto a cui chiede se ancora le madri sventurate lascino là sopra i figli indesiderati gli risponde che “Ora li buttano nelle fogne!”, rimane esterrefatto: “Dunque, per gli altri il problema non era di avere bambini, ma di non averne e di liberarsi anche di quelli che, loro malgrado, erano nati. Egli solo, fra tutti, desiderava avere un figlio”. In questa riflessione del protagonista sta una delle chiavi significative del romanzo, in cui la bontà e l’innocenza si misurano e si scontrano con le angustie di una realtà che ha incattivito gli animi. Un confronto, questo, che nel romanzo acquisterà il sapore, come vedremo, di un’amara sconfitta. Taluni nomi scelti dall’autore sprigionano bellezza: Zímolo, Mondino, Ponce, Bovíso, Zanze, Gussai. Per bocca della stessa Angela, si viene a sapere che ha avuto il suo bambino da un personaggio potente, contro il quale cerca di difenderlo. Per mantenerlo si è ridotta da quattro anni a fare la prostituta. Ha creduto che Zímolo fosse andato a trovarla per conto di questo personaggio, allo scopo di portarle via il figlio. In questo passaggio, l’eco decadente è assai pronunciato e Fracchia, nonostante tutto, resta un narratore indissolubilmente legato al suo tempo. Anche nell’altro personaggio, Pietro Pais, un poeta, e nel suo amore per la sedicenne Elena, verso la quale si finge morto essendo gravemente malato, non mancano di farsi sentire gli umori crepuscolari del primo Novecento. La città è attraversata da tumulti, colpi di fucileria, bagliori di incendi, la scuotono. Tra i rivoluzionari c’è Emilio, il fratello di Elena, che è combattuto tra la sua passione politica e quella per Angela: “Abbiamo tanto da lavorare! Rivoluzioni… tanti propositi… nuove leggi… nuove filosofie. E tutto si dimentica per una donna!” Solo quando Fracchia indugia sulla figura di maestro Zímolo il romanzo ha una sua perfezione e una sua invidiabile grazia: uomo semplice e ingenuo, circondato da una realtà povera e miserabile, Zímolo la illumina con tratti di autentica poesia. Tutto intorno a lui ne viene prima o poi contagiato. Senza dubbio, un personaggio rimarchevole. Emilio, non trovando più Angela alla casa rossa, dove l’ha conosciuta, viene a sapere che Zímolo sa dove è andata, e così si mette a seguirlo di nascosto. Angela è da sua madre, ritornata in montagna, ad Alfa, il paese natio, dove, grazie all’aiuto di Zímolo, il suo bambino Luli (Giulio) guarisce, finalmente. Zímolo sta girando la città in cerca di una casa dove potersi ritirare con Angela, e intanto ha deciso di vendere la bottega: “era tutta la sua vita di quarant’anni che si liquidava con quella bottega.” Fracchia ha scelto di rappresentarci in parallelo due situazioni in sviluppo: quella del rapporto tra maestro Zímolo e Angela e quello tra Pietro Pais ed Elena. Diventeranno i due percorsi principali sui quali si costruirà la storia. Così si apprende subito che Pietro Pais, che è guarito (anche se guardando le sue spalle “si vedeva da lontano mille miglia che erano le spalle di un tisico.”) e che ha conosciuto Zímolo in ospedale, è andato a trovare Elena, che lo credeva morto, e gli rivela che è “guarito, guarito. Come spiegarti? Un miracolo… In una notte, in un giorno, tutto è cambiato!…” Si sono fidanzati e Pietro va con lei a trovare Zímolo e apprende che il vecchio orologiaio ha trovato finalmente il bambino che cercava, figlio di Angela, una prostituta. Più che Pietro Pais, però, saranno Elena e successivamente, e soprattutto, il fratello Emilio a diventare i punti di contatto fra le due storie parallele. Elena non è più così sicura di amare Pietro. Lo confida ad Emilio, il quale è ancora alla ricerca di Angela e trascorre le sue giornate immusonito nei confronti del mondo e anche di sua sorella, della quale non condivide il fidanzamento con Pietro. L’intreccio romantico è evidente.
Emilio frequenta una compagnia di giovani che, come lui, odiano il potere regio e la società così come si è organizzata e si incontrano in una stamberga a discutere. Gussai (Silvio), dal carattere forte e che ha una grossa cicatrice sul viso, è il suo amico più caro, poi c’è Pepe, istintivo, passionale, irruento. Si lamentano che non sanno agire, ma solo perdersi in chiacchiere. Quelli del malcontento, del brontolio e della scontentezza che affliggono gli uomini e ne rosicano l’animo fino anche a mutarlo, rappresentano temi continuamente sottolineati dal pessimismo fracchiano. Tra gli scontenti, infatti, si finisce per mettere anche maestro Zímolo, poiché quando Angela gli porta nella nuova casa Luli, il suo bambino, egli ne resta deluso: “Il suo viso, non ovale, non tondo, ma quasi triangolare, troppo larga la fronte, troppo aguzzo il mento, non poteva dirsi bello: non era il viso di un bambino.” L’illusione di Angela dura poco, dunque; accortasi che Zímolo non ama il bambino, teme di dover ritornare alla casa rossa e condurre la disgraziata vita di prima. Fracchia cala sul romanzo la cappa dello sconforto e della disperazione. Non vi sono che rapidi istanti di felicità e di sogno nei miserabili, ci fa capire, subito ghermiti dalla sofferenza e dal dolore. E anche quando, in mezzo ai tumulti che vedono schierati nella città soldati in armi, nella casa di Zímolo si accende, restata sopra i cumuli della malasorte, una piccola luce di speranza, essa non dura che un istante. Oltre alla casa di Zímolo, dove ha trovato rifugio anche Lola, una prostituta in attesa di un figlio, Fracchia raduna molti dei fili sparsi in un altro punto: la casa del padre di Emilio e di Elena. Pure qui non vi è gioia; la vita vi è penetrata con il suo bagaglio di dolore. Medico non più sulla cresta dell’onda, avvilito e preoccupato della sorte dei suoi figli, egli tuttavia, al pari di Zímolo, non è privo di generosità e ospita nella sua casa gli amici di Emilio che, per le loro idee facinorose, incontrano difficoltà a trovare un lavoro. Pepe e Gussai vanno quindi spesso da lui, e il discorrere con loro gli diventò “di sollievo e di riposo. Ascoltava i loro discorsi, ammirava la vivacità, l’energia della loro intelligenza, la generosità delle loro idee; e per un poco dimenticava se stesso.” Tra i suoi pensieri c’è anche Elena, il cui fidanzato Pais “non aveva né arte né mestiere, che potesse permettergli di formarsi in breve tempo una famiglia, ma appariva ormai chiaro che non era l’uomo fatto per Elena.” Inoltre, per sovrappiù, riaffiorava la sua antica malattia: anche Pietro, dunque, stava “lottando con sorda disperazione contro l’oscura forza che voleva strapparlo alla vita.” Alla ricerca di un lavoro, gli si chiudevano tutte le porte: “Tuttavia nessuna mortificazione riusciva a disarmarlo. Cacciato da un luogo, si ripresentava in un altro, e un niente bastava per rianimare le sue speranze quando proprio erano sul punto di spegnersi.” Acceso il suo faro sulle due case, Fracchia ce ne mostra i punti di contatto: l’ostinata, caparbia, crudele lotta per sopravvivere; l’altrettanto ostinata, caparbia, crudele lotta per non spegnere la piccola scintilla della speranza. Elena è meno incline a credere che la fortuna possa volgere prima o poi dalla loro parte; più cinica, ha frequenti scontri con Pietro che arriva a rimproverarle: “cerca di amarmi di più, Elena mia, perché la verità vera è che tu non mi ami abbastanza.” Dunque, non solo la speranza, ma anche l’amore è necessario; di più: la speranza, se non è accompagnata dall’amore, è destinata a spegnersi. Più avanti, Emilio dirà ad Angela: “tutto purifica l’amore: ecco la verità!” Zímolo prende a passeggiare in compagnia di Luli, il piccolo figlio di Angela; i loro rapporti divengono più affettuosi anche se Luli si mostra meno incantato di Zímolo dalle bellezze della natura, mentre il vecchio si rammarica di aver perduto tutte quelle bellezze chiuso nel buio della sua bottega; il cielo, il mare, le navi del porto che vanno e vengono, “il tepore del sole e il profumo delle aiuole” gli aprono il cuore e gli dànno la sensazione di una realtà meravigliosa che non avrebbe mai conosciuto senza la presenza di Angela e di quel bambino: “Eravamo dispersi per il mondo ed ora ci troviamo qui tutti insieme. Io non avevo nessuno, ed ora ho un figlioletto, e te, che mi volete bene.” Il rapporto con il prossimo, dunque, rivela a chi è stato sempre solo una realtà diversa, in grado di destare sensazioni e intimità prima sconosciute.
Se per Zímolo avviene a poco a poco questo mutamento, nell’altra famiglia, quella di Emilio ed Elena, i rapporti umani mostrano con più evidenza l’altra faccia della medaglia, con la mutevolezza dei sentimenti, le passioni, le liti, le ipocrisie, le menzogne. Pietro continua a lamentarsi che Elena non lo ami abbastanza, e che ciò lo rende un uomo debole e insicuro; Elena gli giura di amarlo, ma in cuor suo sente che non è proprio così. Giussai, l’amico del fratello Emilio, che da ragazzo ha frequentato con lei la stessa classe al ginnasio, le fa la corte, ed Elena se ne sente lusingata. Mentre il padre di Elena è lieto di passare qualche ora insieme con gli amici di Emilio, e scopre una felicità simile a quella rivelatasi a Zímolo (che, infatti, si rivelerà caduca in entrambi), intorno a lui subdolamente si sta preparando la minaccia per quella felicità. La visione che Fracchia offre della realtà in questo romanzo mostra, dunque, i due percorsi rovesciati in cui si può sintetizzare il cammino della nostra esistenza: la gioia che si trasforma in dolore e viceversa, fino a che tutto non è travolto e unificato dalla sventura, la quale è la sola a reggere le sorti della vita. Il cammino di maestro Zímolo, infatti, non è facile e la sua generosità è insidiata da tentazioni e ostacoli. Uno dei quali è rappresentato da Emilio, che è innamorato di Angela, che ha conosciuto nella casa rossa. Biondino (così lo chiama Angela: “Vai! Sei un bel biondino!”), piccolo di statura, “reggendosi a mala pena e goffamente sulle sue gambucce di nano”, egli l’ha cercata per un anno e finalmente la incontra per strada e le si dichiara; non solo, ma mette davanti agli occhi della donna l’abiezione nella quale si va perdendo, essendosi messa con un vecchio sudicio e miserabile. Tornata a casa, Angela ricorderà queste parole quando Zímolo le si avvicina, tutto agghindato con il cappotto e la mezza tuba nuovi, desideroso di mostrarsi e di regalarle una catenina d’oro: “sudicio vecchio!” gli griderà, nel tentativo di allontanarlo. E anche: “So che cosa vuoi tu!” Le due donne del romanzo, Elena e Angela, vivono, dunque, inquiete il loro rapporto con l’uomo a cui sembrano legate. Secondo i modi del romanticismo, esse creano e disfanno la felicità degli uomini, dànno e sottraggono gioia e illusioni. Pietro e Zímolo subiscono addolorati i loro umori, ed anche gli spasimanti Gussai e Emilio alternano momenti di felicità ad altrettanti di disperazione. I loro propositi rivoluzionari si mescolano e si intorbidano con le alterne vicende dei loro amori. I due percorsi, che ora si muovono in parallelo, sembrano animati da due ispirazioni diverse: più sollecita ai toni decadenti quello che segue le vicende di Pietro ed Elena, più vicino agli echi della narrativa d’Oltralpe (Hugo, Balzac ed anche Zola) quello che ci narra le vicende di maestro Zímolo ed Angela. Non v’è dubbio che è questo il percorso che dà un certo pregio e rilievo al romanzo che, in ogni caso, è sempre contraddistinto da una scrittura esemplare. Zímolo e Pietro tornano ad incontrarsi, entrambi insoddisfatti delle loro donne. Zímolo ha perso anche la sua bottega che Mondino, incurante dei patti, ha trasformato in una bettola per marinai, chiamata “Alla Bella Argentina”, dove ha trovato rifugio anche Ponce, la prostituta bruttina che è stata compagna di Angela alla casa rossa. Il loro incontro rappresenta un punto di contatto rilevante dei due percorsi, poiché unisce la disperazione di Pietro alla pietà e generosità di Zímolo che, pur trovandosi piegato dalla sfortuna, trova ancora la forza, sia pure divenuta debole e insicura, di aiutare il compagno. Ma quello che gli offre è poca cosa, appena “venticinque sudicie lire”, e quando Pietro se ne rende conto, assalito dall’ira, “Si spense in lui una parte di quella luce che guida ed illumina gli uomini”. La luce della bontà, fa capire Fracchia, stenta a brillare, spesso soffocata da una realtà troppo abietta e miserabile. Quando la morte si avvicina alla casa del padre di Elena e di Emilio, prende a spirare sul romanzo un fiato di mestizia e di desolazione che a poco a poco avvolge ogni cosa e la imprigiona dentro un cupo pessimismo dal quale non sarà più possibile liberarsi. Fracchia ha raggiunto qui l’acme del dolore e della confusione che uno sfortunato destino può marcare nel cuore e nella mente degli uomini. È una visione lugubre, apparentemente senza luce né speranza; tuttavia Gussai è il solo a scoprire nella sofferenza di Elena per la morte di Pietro “come il dolore fosse davvero la sola pietra del paragone capace di scoprire l’oro nascosto anche nelle anime meno profonde.” Angela, intanto, è assalita dal rimorso per aver rinchiuso il figlio in collegio, spintavi da Zímolo. Così la notte stessa fugge per andare a riprenderselo e incontra appena fuori di casa Emilio che, sempre più innamorato di lei, ha lo sguardo rivolto verso la sua finestra. Gussai ed Emilio, dunque, si fanno involontariamente portatori di speranza per le due donne, le quali, si badi bene, nel momento della loro più profonda afflizione, riescono a reagire e a rivolgersi a loro, piuttosto che motivate dall’amore, sospinte dall’intimo desiderio di sopravvivenza. Va annotato, a questo punto, come Elena e Emilio, i due fratelli, siano improvvisamente diventati personaggi fondamentali del romanzo, dai quali partono ulteriori e fecondi sviluppi, più ancora che da Angela e da Zímolo. Il quale appare sempre di più consumato e vinto dall’amore non corrisposto per Angela e dalla gelosia che nutre nei confronti di Luli nei cui confronti, anche se ora è stato rinchiuso in collegio, egli continua a credere che sia rimasto in cima ai pensieri della mamma. Ma Angela è già un mese che non va a trovarlo; da quando ha incontrato Emilio e sa del suo amore, è rifiorita: “Il sole era nella sua carne, nel colore vivo delle sue gote”; s’incontra ogni giorno con lui e detesta sempre di più il vecchio e assillante Zímolo; e qualche volta è presa perfino dal desiderio di ucciderlo. Che fine ha fatto – è giunto il tempo di domandarci – la bontà di Zímolo? Che cosa ha mai prodotto il suo gesto caritatevole nei confronti di Angela? Sono sempre decifrabili, nitidi e lineari i nostri sentimenti? O non sono permeati tutti dall’odio mescolato all’amore, la pietà mescolata alla gelosia, l’affetto all’egoismo? Giussai e Emilio per primi, nel momento che vedono coronato il loro sogno d’amore, ricambiati come sono dal sentimento di Elena e di Angela, vorrebbero poter tornare indietro e rinunciare alle loro idee rivoluzionarie per dedicarsi anima e corpo alla loro donna: “Quanta felicità si sperpera! A quanta felicità si rinuncia! E perché? Per che cosa?” dice Emilio a Angela. E Giussai a Elena: “E questa società che si vuol salvare, perché dovrebbe essere salvata? Di vero non c’è al mondo che la felicità propria.” Alla miseria che affligge il mondo, ci fa intendere Fracchia, occorre aggiungere la mediocrità e instabilità delle nostre passioni, le quali non sono affatto secondarie nel determinare il corso degli eventi, anzi esse hanno una forza e un fragore che vanno ben al di là di ciò che appare. La gelosia di Zímolo scava, infatti, dentro di lui e lo consuma: “Egli era assai incurvato: la testa gli spiombava dalle spalle in avanti, e già la portava più come una bestia che come un uomo.” Così decide, all’insaputa di Angela, di ritirare il bambino dal collegio e di riportarselo a casa per farle una sorpresa, ma non sa dare una motivazione al suo comportamento: “quel perché che sfugge ora persino alla sua ragione”. Mentre fa ritorno a casa e lo tiene per mano si leva, però, una tempesta di vento. Vola il cappello dalla testa di Luli e Zímolo fa acrobazie per recuperarlo, finché il cappello cade nel fiume. Si agita, grida, deriso dalla folla che si è radunata sul ponte delusa da tutto quel baccano per un cappello. Ma Zímolo ha questo importante pensiero: “Quello intanto non era soltanto un cappello: era il berretto di Luli.” Ecco che quella fiammella di luce si è riaccesa, ma dura solo un attimo. Infatti, Zímolo ha lasciato Luli accanto ad un albero, ma al ritorno, una volta recuperato il cappello, non lo trova più. Si mette a cercarlo, domanda, grida ancora; la folla gli si accalca intorno; i monelli lo tirano per la giacca e lo scherniscono. Di bocca in bocca (al modo raccontato dal Manzoni nei “I promessi sposi”) gli ultimi che si uniscono alla folla domandano che cosa sia accaduto e apprendono le storie più assurde: è stato dato “fuoco ad una bomba“, è stato ammazzato un soldato, oppure si racconta che “un vecchio s’era precipitato dal quarto piano con un bambino, e che ora i loro cadaveri giacevano sul lastrico.” Il gesto di pietà che Zímolo ha compiuto nei confronti di Luli, ossia del bambino tanto desiderato che avrebbe dovuto aprirgli le porte alla vita, dunque gli si rivolta contro e, ritornato a casa grazie all’aiuto di Mondino, trovatosi davanti alla foto di Luli, non riesce a pensare che “Era lui, proprio lui, quel bambino, lì così placido e sorridente, quel bambinello ignudo seduto sopra il cuscino, la causa della sua rovina. Presentandoglisi sotto quel vago aspetto, con quel sorriso negli occhi e quella nudità confidente, lo aveva ingannato. Per quarant’anni egli era rimasto chiuso nella sua bottega – poiché aveva avuto una bottega con più di mille orologi! – e, sapendo che il mondo è popolato di ladri, di assassini, pieno di insidie, disseminato di buche, sciagurato e infido, con ogni cura se ne era tenuto lontano. Ma quel bambino aveva avuto il potere di trarlo fuori dalla sua tana, e síºbito, perché egli non potesse più mai trovarvi riparo, di quella bottega aveva disperso anche la polvere. L’aveva distrutta, annientata; e poi si era impadronito di lui, gli aveva insinuato nell’anima l’assillo dell’invidia e della gelosia.” È un punto fondamentale del romanzo, una delle sue chiavi di lettura più esplicite e tristi: se nel cuore di maestro Zímolo, di Angela e di Emilio, dopo le tante sofferenze, si era finalmente levato un piccolo profumo di speranza e di felicità, la sventura che governa il mondo subito li punisce; di Luli e di Zímolo non sapremo più nulla, e dall’amore tenero di Angela per Emilio nascerà un ribrezzo acido e crudele, feroce, verso gli uomini.