di Vittorio Baccelli
Agghiaccianti sono le periferie post industriali, ove gli opifici cannibalizzano sé stessi e i propri abitanti. Gli occhi di due quasi donne, di tredici, quasi quattordici anni, descrivono un inquinamento, che ormai è la realtà non solo del territorio ma anche delle menti di chi lo vivono. Non è solo l’acciaio della Lucchini a permeare tutta la landa, ma anche l’inquinamento televisivo ha generato i suoi frutti. Il fallimento totale dell’utopia pasoliniana delle periferie è tangibile. La distruzione dell’ideologia che non ha retto di fronte alla realtà, è anch’essa tangibile in una via il cui nome è già tutto un programma. Via Stalingrado, destinata dalle amministrazioni comuniste di Piombino ad ospitare folli alveari oggi fatiscenti abitati dalle famiglie degli operai della Lucchini. L’acciaio coi suoi vapori mefitici ha tutti ammorbato e le due ragazze scoprono che la vita, come recita King, ha i denti, e si troveranno davanti a famiglie distrutte, lavoratori tossici, speranze zero. E a quattro chilometri oltre il mare, oltre via Stalingrado, c’è l’Isola, che sembrerebbe rimandare al Paradiso, ma invece rimanda al recente film “L’Isola”. L’ambientazione rimanda invece a “Il libro dell’Opificio”, ove un pianeta opificio è stato abbandonato a sé stesso, dismesso dall’avvento delle nanomacchine. Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata a pattinare, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle desolate case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare. Un romanzo d’esordio che parla di un’adolescenza mai vissuta, vinta, arresa, fusa come l’acciaio. Che parla dell’età dell’entropia e del caos, quando i legami, anche quelli più forti, si spezzano e nell’aria, a ricoprire l’Elba, resta solo una densa nube rossastra, frutto avvelenato dell’acciaio. L’Acciaio, qui è il vero protagonista di una periferia urbana degradata, nel tempo post industriale, l’Acciaio i cui mefitici vapori vanno demolendo sia l’opificio che i suoi abitanti.
Commenti
Una risposta a ““Acciaio” di Silvia Avallone, edito da Rizzoli 2010”
E’ stupendo, uno spaccato di verdica memoria della realtà vissuta da migliaia di famiglie operaie, e l’adolescenza femminle negata, quasi che si cambi nell’indifferenza è una cosa che prova e che fa molto male oltre ad impedire un naturale sviluppo della mente.
Niente a che vedere con quanto invece proposto dal libro vincitore del premio Strega, una riproposizione del solito ed ineluttabile che invece assurge a situazione mitica.
Meritava a pieno titolo la vittoria il libro Acciaio per la pregnanza della sua storia, destino comune anche se difficilmetnre condiviso da migliaia di ragazze adolescenti appartenenti a genitori operai.
:oops: