Non fu tutta colpa di Cadorna la responsabilità di Caporetto

di Domenico Bartoli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 12 febbraio 1967]  

I resoconti ufficiali delle sedute segrete che furono tenute dalla Camera dei deputati nel giugno e nel dicembre 1917 so ­no il canovaccio di una trage ­dia che si svolge nell’assenza del protagonista. Il protagoni ­sta, l’uomo che viene continua ­mente nominato, il personaggio che si trova al centro degli av ­venimenti evocati e discussi, è il generale Luigi Cadorna, ca ­po di stato maggiore dell’eser ­cito italiano nei primi trenta mesi della grande guerra. E se nella prima serie di sedute, an ­zi di « comitati segreti », co ­me dice la terminologia parla ­mentare, le critiche a Cadorna per la maggior parte furono al ­lusive, indirette, si accompagna ­rono ad elogi e furono conte ­state da appassionate difese, nella seconda serie, che seguì il disastro di Caporetto col di ­stacco di poco più di un mese, le condanne furono quasi unanimi e vennero da ogni parte della camera e dagli stessi banchi del governo.
Unico e assai parziale difensore, per dovere di ufficio, il ministro della guer ­ra, generale Alfieri, che era in cattivi rapporti personali col generalissimo, da poco sostitui ­to per concorde decisione del re e del governo.

Forza di carattere

Un lettore di oggi, che non sia del tutto sprovveduto di co ­noscenze su quel difficilissimo periodo della nostra vita nazionale e non abbia pregiudizi in un senso o nell’altro, è subito tentato di correre alla difesa dell’accusato. Cadorna aveva molta forza di carattere e la capacità di prendere su di sé le responsabilità più gravi; an ­che nel momento della cata ­strofe riuscì a ricondurre l’eser ­cito al Piave, dove poi esso si difese con valore e successo. È impossibile negare, naturalmen ­te, i suoi difetti e i suoi errori. La eccessiva durezza verso i subordinati, l’ostinazione a insistere in azioni che davano scarso risultato e infliggevano grandi sacrifici, l’insofferenza di critiche e di controlli politici, gli vennero rimproverati con ragione. Erano, in certo modo, il risvolto delle sue qualità, le conseguenze negative del suo carattere, della sua tenacia. Ma, quale che possa essere il giudi ­zio che si voglia dare di que ­sto generale, una cosa è certa: i responsabili di Caporetto fu ­rono più d’uno, mentre dai «Comitati segreti sulla condotta della guerra » che il segretariato generale della Camera pubbli ­ca in una chiara edizione, fornita di brevi ed utili note, po ­trebbe sembrare che il respon ­sabile fosse uno solo.
Come bisogna anche ricono ­scere che la polemica fra i ge ­nerali, i quali accusavano il fronte interno di avere conta ­giato l’esercito combattente col disfattismo, e i politici, pronti a indicare negli indiscutibili er ­rori militari l’unico motivo del ­la sconfitta, non può essere ri ­solta in modo netto dando tut ­ta la ragione agli uni e tutto il torto agli altri, o viceversa. Nella tesi del disfattismo inter ­no, c’è qualcosa di vero, e non è possibile negare che l’esercito venne sorpreso e battuto mentre era schierato in una pericolosa posizione offensiva da un attacco che pure era stato previsto.
I parlamentari, i ministri non potevano ragionare con la tran ­quillità che invece si deve chie ­dere a chi osserva le cose dopo cinquant’anni, i dibattiti, quel ­li del giugno 1917, quando già un’inquietudine profonda agita ­va gli spiriti e riempiva d’ansia i patrioti, ma soprattutto gli al ­tri del dicembre, dopo la scon ­fitta, sono agitati e drammati ­ci. Ne abbiamo già riferito, gior ­ni fa, le parti più interessanti. Bisogna sempre avvertire, quan ­do si leggono documenti come questi, oppure diari, rapporti di ­plomatici, cronache immediate, che non si tratta di storia, ma soltanto di materiale grezzo per la storia, dove le inesattezze, qualche volta volute, più spes ­so frutto di ignoranza dei fatti o di precipitazione passionale nel valutare e giudicare, sono frequenti e inevitabili, perfino grossolane e sorprendenti.
Mi fermerò, come esempio, su un episodio. Alcuni deputati, e specialmente il socialista indi ­pendente De Felice Giuffrida, vedono spie e complotti dap ­pertutto, e denunciano freneti ­camente le pretese debolezze del governo e della polizia. Un funzionario viene accusato di ave ­re scritto di mettersi a disposizione di «sua eccellenza Conrad » (il generalissimo austria ­co), mentre si tratta di un er ­rore di lettura: egli ha dichia ­rato di essere a disposizione di «sua eccellenza il comandante » del corpo d’armata. Le mogli austriache o tedesche di perso ­naggi italiani, come la vedova del generale Pollio, capo di sta ­to maggiore prima di Cadorna, non hanno pace: in ogni loro parola o gesto si sospettano il tradimento, lo spionaggio.

Orgoglio nazionale

Anche i giudizi sulle opera ­zioni sono spesso approssimati ­vi e generici. Si credeva che l’Italia potesse fare fin dall’ini ­zio quello che potenze militari assai più forti di noi per risor ­se, addestramento e spirito guerriero, non erano riuscite a fare, e cioè decidere la guerra con qualche manovra napoleo ­nica. Oppure si immaginava che lo sforzo dovesse durare anni ancora, mentre la vittoria era già vicina. Nulla di sorprenden ­te, in fondo. I contemporanei non vedono che le cose sotto i loro occhi, e anche di fronte a queste cose oscillano fra entu ­siasmi e depressioni ugualmen ­te esagerati.
Quando si è detto tutto que ­sto, bisogna aggiungere che la classe dirigente di allora non esce diminuita dalla rivelazione dei verbali delle sedute segre ­te. C’è molto patriottismo, an ­che negli uomini di sinistra, anche tra i socialisti ufficiali e i giolittiani, che erano stati contrari alla guerra. C’è un orgoglio nazionale che discende dal Risorgimento e che rag ­giunge in quella guerra il pun ­to più alto. Nessuno che si mostri apertamente incline alla re ­sa (sarebbe stato un disastro, anche dal punto di vista mate ­riale: tagliata fuori dai riforni ­menti oceanici l’Italia avrebbe rischiato di morire di fame). Nessuno che chieda di abban ­donare gli alleati, anche se il patto dell’intervento, il patto di Londra, era stato stipulato al di fuori del Parlamento e venne conosciuto soltanto per la rive ­lazione che i bolscevichi ne fe ­cero. Nonostante gli isterismi, una virile risolutezza. Nono ­stante il giusto sdegno per le perdite eccessive, una disposi ­zione ad accettare i sacrifici necessari. Hanno ragione, for ­se, quelli che giudicano il no ­stro intervento del 1915 come un errore. Ma hanno torto, cer ­tamente, quelli che svalutano la prova sostenuta dal Paese, le virtù e le forze allora dispie ­gate.
Non mi sembra che da que ­sta interessante pubblicazione risultino circostanze nuove di grande importanza. Le sedute segrete del 1917 erano note, in parte, per indiscrezioni di varia origine, e specialmente per quelle contenute nelle lettere che il corrispondente della Stampa scrisse al suo direttore, Frassati, e che vennero pubblicate in Dalle carte di Giovanni Giolitti (Milano, 1962). Ma i testi ades ­so stampati dalla Camera, che consistono nei verbali redatti dai deputati segretari, essendo assenti, per maggiore riservatez ­za, tutti i funzionar! e gli ste ­nografi, danno quello che i re ­soconti indiretti non potevano dare; l’aria del tempo e il ri ­flesso immediato degli avveni ­menti. Non sfugge al lettore, per esempio, un fatto veramen ­te caratteristico. Il presidente del Consiglio, nel giugno 1917, era il vecchio e stanco Boselli; una scelta assurda per un periodo così difficile. Nel di ­cembre 1917 il suo posto era stato preso da Orlando. Ebbe ­ne, Boselli, quasi non apri boc ­ca durante le sedute segrete di giugno, mentre Orlando intervenne ampiamente nel dicem ­bre (e anche nel giugno, come ministro dell’interno).
Non rimane, oramai, che un’ultima scoperta da fare su Caporetto: quella delle pagine dell’inchiesta parlamentare che compromettevano Badoglio e che Orlando, si afferma, fece ritirare. Se esistono ancora, e se ne può dubitare, dovrebbero venir fuori con la narrazione dell’Ufficio storico dello stato maggiore, che si fa aspettare da quasi mezzo secolo. Di Ba ­doglio nelle sedute del dicem ­bre 1917 non affiora neppure il nome. Così grande, a volte, è l’ignoranza dei contemporanei.

 

 

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Commenti

3 risposte a “Non fu tutta colpa di Cadorna la responsabilità di Caporetto”

  1. La Storia spesso subisce delle manipolazioni volute da chi ha “più peso politico” e non al momento. Per quanto riguarda Cadorna, pur avendo egli stesso commesso alcuni errori, non fu certamente il solo responsabile della disfatta di Caporetto. Anzi! Ma pagò in prima persona. Sembra che Cadorna fosse boicottato dalle stesse autorità militari e che la sua apparteneza cattolica non fosse ben vista da più parti laiciste e massoniche. Sarebbe opportuno aprire un dibattito in tal senso, per dare agli avvenimenti di quel momento un lettura più chiara ed obiettiva possibile.
    Interessantissimi questi articoli, Bartolomeo!
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Gian Gabriele, passo molte ore nella rilettura di pagine conservate nel mio piccolo archivio, e sono quindi contento quando riscontro che la scelta di riportarle alla luce dopo tanti anni è condivisa. Grazie.

    Vedrai, ci saranno tante altre cose interessanti. Questo lavoro mi terrà occupato forse per due o tre anni, ma spero che quanto sarò riuscito a riversare sulla rivista, resti a disposizione per la utilità di molti.

  3. Già fin d’ora dobbiamo esserti grati per questo tuo straordinario impegno e per la ottima riuscita del progetto.
    Un abbraccio affettuoso
    Gian Gabriele