di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 marzo 1969]
(vedere qui l’articolo di Antonio Barolini del 25 febbraio 1969)
Nel giro di pochi giorni Barolini, Jemolo e Arrigo Benedetti sono tornati sul tema del celibato dei preti e non è difficile prevedere che la discussione possa riprendere con maggior vigore, anche in occasione della pubblicazione di un documento scottante come sarà appunto la denuncia di un folto gruppo di sacerdoti. Non è da oggi che il tema viene affron to, caso mai si dovrebbe osservare che altri argomen ti più decisivi lo hanno in certo senso messo in ombra. E questo perché esiste una precisa corrispondenza tra il celibato sacerdotale e il tema più vasto dei rapporti del cristianesimo col mondo. E’ naturale che dal confronto, sollecitato dopo troppi anni di distacco o addirittura di ostilità, sia nato uno stato d’animo ambiguo e a volte pericoloso.
Chi ricordi quello che era l’atteggiamento della Chiesa di trenta o quarant’anni fa non può non restare sbalordito dalla rapidità di certi mutamenti: basterà, per esempio, sfogliare certa stampa conformista o d’ordine tradizionale per avere il sen so della metamorfosi. Da una posizione di riserbo e di silenzio si è passati ad esami ben minuziosi, a vere e pro prie trattazioni che, una volta non solo non sarebbero state accettate ma neppure pensabili dalla parte più li bera e avanzata del nostro clero. Il mondo – al termine di questo primo round – sembra vincere su tutti i tavoli e di questa impressione c’è più di una spiegazione.
A noi basterà ricordare la più semplice e, cioè, che una vittoria così assoluta non faccia altro che indicare nella parte sconfitta un’usura e una fragilità incredibili. Quando si vince in questo modo è evidente che il nemico si fondava per la sua difesa su schemi privi di qualsiasi consistenza. E’ anche vero che in tal modo sono cadute soprattutto le strutture apparenti, un cer to teatro tutto esteriore, fatto di ripetizioni e non già di verità scontate e provate. Ma questa è storia di ieri, il compito che spetta un po’ a tutto il mondo cristiano è quello di vedere che cosa del mondo moderno sia possibile accettare e assumere da un punto di vista religioso. La vera partita comincia oggi, comincia al momento del la verifica, dato che molte di queste vittorie del mondo appariranno in breve giro di tempo per quello che sono in effetti e passeranno con i colori e i suoni della moda. Ora sotto questo profilo il problema del celibato sacer dotale occupa uno dei primi posti. Inutile ostinarsi a pensare che tutto debba essere mantenuto nella linea fissata dalla tradizione, il problema, deve essere ripreso alla base, alla luce dei testi sacri e confrontato con quel le che sono state le diverse lezioni della storia. Barolini ricorda opportunamente quello che è il magistero del la Chiesa ribadito anche di recente da Paolo VI ma, sen za in alcun modo venir meno a questi principî, ci sem bra possibile operare delle correzioni per limitare almeno quello che è il margine della solitudine obbligata del prete nel mondo moderno. C’è tutta una letteratura che parla fin troppo chiaro e quando non lo fa o soltanto l’accenna direi che è anco ra più inquietante.
C’è capitato di leggere in questi giorni il Diario di un parroco di città (1961-1968) di Giovanni Valassina (editore Cairoli) e di notare co me questo tema appena ap pena sfiorato in realtà costi tuisca il fondo reale del li bro. Da una parte il mondo con tutte le sue suggestioni, le sue esigenze, le sue nuove voci e dall’altra un’anima che troppe volte è chiamata a verificare il vuoto o la mi seria o la stanchezza della sua missione. Sono proprio questi accenti, così misura ti, così sapientemente conte nuti nell’ombra a toccare di più il lettore che per questo si sente coinvolto in una va lutazione d’altro ordine e costretto a proporsi il tema con altre prospettive.
Il ricorso all’eroismo non basta a placare un tormento che è stato ed è per molti insuperabile e resta alla fine senza spiegazione. Né d’altra parte la castità portata al li vello dell’eroismo personale può essere invocata per tutti, è piuttosto un premio riservato a pochi e non ci sembra in alcun modo che la si possa codificare né imporre.
II libro sterminato delle sof ferenze o delle delusioni e – naturalmente – delle defezioni sta a contrastare una visione altissima dal punto di vista spirituale ma non sempre proponibile all’intera famiglia. Del resto la storia insegna di quanti accomoda menti nel compromesso e nell’ipocrisia sia ricco quel libro. Per questo appare assai più opportuno un regime di caso per caso, più elastico e costruito su informazioni scientifiche. Un progressivo adeguamento a quelle che sono le regole del mondo moderno, a nostro avviso, è sempre meno dannoso di una resistenza ad oltranza su posizioni superate che, alla fine, sarebbe, sì, quasi del tutto fedele alla lettera del magistero catto lico ma lascerebbe il proble ma al punto in cui era mez zo secolo fa.
Barolini ha anche ragione, però, quando dice che il ma trimonio presenta molte (se non tutte) delle difficoltà del celibato ma forse la que stione non sta in questi ter mini. Un aiuto più che con siderevole potrebbe venire al la Chiesa da un laicato reso responsabile e guidato dalla piccola schiera di sacerdoti che nel celibato non trovano una condanna e una legge insopportabili. Insomma, so no da evitare le risoluzioni di carattere assoluto da una parte e dall’altra. Del resto, proprio negli ultimi tempi la Chiesa ha adottato questo comportamento elastico, ri mettendo nel tempo quelli che erano stati accettati co me contratti eterni.
Resta la parte più stretta mente polemica e qui var rebbe la raccomandazione di non fare del problema un pretesto e di non sottoporlo a convergenze di natura completamente diversa. Co munque, una diversa legisla zione sembra inevitabile, a meno che non si preferisca lasciare che il mondo entri da padrone assoluto nell’am bito della vita sacerdotale e le sofferenze, i tormenti di ieri non siano sfruttati come argomenti di rottura o di de vastazione. Non penso tanto ai casi di sacerdoti stranieri che prendono moglie o la vo gliono, penso piuttosto a certi cedimenti (come quelli cita ti da Mauriac nei suoi ultimi Bloc-Notes) che sono la più chiara testimonianza della ri tirata di certe autorità re ligiose di fronte alle richie ste dei seminaristi francesi. In questi casi, appunto, an cora una volta si lascia in piedi lo scenario mentre lo si svuota delle voci signifi cative e creative indispensa bili. La soluzione sta nella capacità dei sacerdoti di ri solvere questo problema al di dentro delle ragioni spiritua li e per quanto concerne le autorità di vedere se sia preferibile ostinarsi su degli or dini o, al contrario, assume re per il servizio della fede uomini più liberi, non legati da voti particolari. Il punto vero da difendere è quello della sostanza e della conti nuità della fede, per il resto ci sembra che ci sia un largo margine di confusione fra le diverse proposte di modificazione dell’abito religioso.
Commenti
Una risposta a “La solitudine del prete”
Ho già evidenziato, in un altro commento sul tema, come la Chiesa, a mio modesto avviso, usi sempre e giustamente la massima cautela nell’apportare cambiamenti, specie se sostanziali, nel suo ordinamento.
In questi ultimi anni, attraverso l’opera saggia di grandissimi Papi, si sono verificate modificazioni anche significative nell’ambito della Chiesa stessa (non solo per quanto riguarda la liturgia), tanto che questa ha cercato di venire sempre più incontro alle esigenze della comunità e dei tempi.
Certamente il problema del celibato dei preti è di una portata epocale. Io sono convinto che, dopo un travaglio che non sarà da poco, potranno maturare i tempi, per cui si arriverà ad accettare anche preti non celibi. Non so, tuttavia, se questo cambiamento così radicale potrà risolvere del tutto la carenza di ministri del culto, oggi gravemente avvertita. E, poi, con i preti sposati, i problemi familiari, non trascurabili, e, non di rado, quelli morali, di comportamento, non emergeranno ancora e sempre e non condizioneranno il clero stesso? Infine, il prete sposato, marito e padre, trovandosi di fronte ai gravosi impegni della famiglia, avrà sempre tutta la disponibilità per assolvere degnamente gli innumerevoli impegni richiesti dalle Unità Parrocchiali?
Il tema è enorme e controverso
Gian Gabriele Benedetti