di Geno Pampaloni
[dal “Corriere della Sera”, martedì 10 dicembre 1968]
Questa terza edizione di Tut ta la guerra di Giuseppe Prezzolini (ed. Longanesi, pagg. 546, lire 2.600) non capita davvero a buon punto. Il suo stesso sottotitolo: «Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese » è già motivo possibile di contestazione, non riconoscendosi più alla borghesia, indubbiamente classe guida nel ’15-18, di rappresentare il popolo ita liano.
II Prezzolini fonda il suo lavoro sui concetti di «nazione » e di «unità nazionale », oggi impopolari, controversi o al più inattuali. Fa spazio all’eroismo, che viene invece legittimato ed esaltato solo in quanto unito alla protesta, e altrimenti con siderato come una manifesta zione di ingenuità strumentaliz zata dalla repressione. Riflette, pur nel pragmatismo tipico del lo scrittore, l’ispirazione idealistica, nuovamente più «supe rata » che mai. E ancora. La nostra storiografia è impegnata, spesso in modo molto serio, a ricostruire il volto dell’Italia neutralista, dissidente o addirittura reni tente, contrapposta, come più autentica, a quella « ufficiale ». Ciò che appartiene all’area del consenso (e Tutta la guerra, nel chiaroscuro delle diverse te stimonianze umane e lettera rie, è fondamentalmente un’an tologia del consenso, e sia pure del consenso critico) è defini to retorica, inganno e frutto o spia di un’insidiosa intolleranza. La nobile equazione stabilita da Barba Piero (Jahier): « il do vere di comandare è uguale al dovere di ubbidire », a proposi to, figuriamoci, del saluto militare, è, più che respinta, spez zata. Il testamento di Nazario Sauro: «prima italiano, poi pa dre, poi cittadino », è, nella qua si generale coscienza, rovescia to nella sua graduatoria. La re ligiosità solenne di Scipio Slataper, che arrivò a turbare la nostra giovinezza: « Si sente che è vicino Dio sul campo di bat taglia », appare estranea o abor rita. Di recente, per un’altra antologia di scritti di combat tenti, persino Adolfo Omodeo non è sfuggito alla qualifi ca di fascista. Soltanto il ricordo, o meglio la coda di pa glia, di Praga ci esimerà dal vedere assimilato a precurso re nazista Gaetano Salvemini quando riassume l’opera di Ce sare Battisti come «organizza zione e conquista socialista ed eccitamento e difesa nazionale ».
Molto, molto tempo è dunque passato da quando il Prezzolini mise insieme la sua antolo gia per l’editore Bemporad (la prima edizione apparve nel ’18, la seconda, qui riprodotta, nel ’21); attorno a noi è un cimi tero di valori, che ci sembra, leggendo, di rivisitare mossi da un sentimento di pietà storica (ma anche questo sentimento, e anzi forse questo per primo, è entrato in crisi profonda).
Del resto, proprio nelle pa role di un cattolico impegnato di allora, Eugenio Vaina, troviamo esplicita l’anticipazione di un mondo che non avrebbe risparmiato processi. Il mite profeta dell’autocritica, che seppe offrire la giovane vita alla lotta « necessaria, giusta e santa » nei primissimi mesi di guerra, incarna il momento più puro e sacrificale della continuità delle generazioni: « in sincerità di spirito mi auguro che tanto progredisca per il no stro sforzo l’umana civiltà da poter questa nostra lotta essere oggetto di biasimo e di pietà per parte dei nostri figlioli ». Che è concetto di oggi detto con l’umiltà e la delicatezza di ieri. Su un piano di vigoroso storicismo laico anche le pagi ne qui riportate di Umberto Zanotti Bianco fanno risuonare un motivo simile; battendo sul pericolo, non solo politico ma morale, che il tragico olocau sto della guerra si riveli sol tanto, « senza il trionfo del di ritto e della libertà », una gran de illusione: «il più doloroso insulto gettato da una civiltà impotente a tutti coloro che sono morti con questa fede nel cuore ».
E infine, accanto ai poeti più celebri, come dimenticare l’allora sconosciuto ventenne Cor rado Alvaro: la sua cantilena dell’uomo indifeso, confuso nella moltitudine delle sofferenze, stretto al nudo presepio del suo destino: il suo accento così con temporaneo di «creatura »? «Non dire alla povera mamma – che io sia morto solo. – Dil le che il suo figliolo – più gran de, è morto con tanta – carne cristiana intorno »
Ecco dunque, anche attraver so queste minime spigolature che l’antologia del Prezzolini ci si presenta tutt’altro che «trion falistica » e invece molto meno lontana da noi di quanto si sa rebbe immaginato. La coscien za nazionale tende a identificarvisi con una disinteressata tensione di umanità. Direi che se un eccesso di enfasi percor re le sue pagine, non sia l’en fasi nazionalistica ma se mai il correlare troppo strettamen te la Patria a una sua presunta missione. « Fu il momento dell’Italia. Vi assicuro che era bellissimo », scrive oggi l’autore. La conclusione del processo unitario del Risorgimento sembrava dovesse aprire le porte alla redenzione sociale. Il tema dell’antologia non è celebrati vo, ma educativo.
Quando licenziò per la prima volta i fogli del suo libro («dicembre 1917, dopo Caporetto »), egli pensava agli insegnanti, alle scolaresche, a una destina zione moralizzatrice, intesa a rivelare quale fosse stato, in sacrifici, dedizione, generosità, il prezzo della guerra: quale immensa somma spirituale l’Ita lia vi avesse investito per il suo rinnovamento. Come al solito aperto e spregiudicato, intendeva introdurre, al pari dei giovani d’oggi, la politica nella scuola: «Non si tema dì por tare i giovani alla discussione di idee generali, a proposito di fatti contemporanei ». Il compilatore dell’antologia partecipava della medesima temperie che univa i migliori di coloro di cui trasceglieva gli scritti, fossero essi letterati, o cronisti, o popolani, o semplicemente testimoni. Ritrovava naturalmente nelle pagine e nei diari di guerra la generazione plura lista e illuminata che aveva chiamato a raccolta su «La Voce ».
Per questo Tutta la guerra su pera le divergenze storiografiche e rimane inaspettatamente attuale, perché rispecchia con immediatezza una realtà uma na che, si sente, è congeniale al suo autore; esprime, prima che un giudizio, una fraternità. L’entusiasmo (così raro in lui) che questa volta anima il rea lismo del Prezzolini, non è ri volto all’Italia « ufficiale » ma ad un’Italia creatrice di storia. Agli storici stabilire quale fu la parte della mistificazione e quale quella della verità. Per mio conto rimango alla verità di Renato Serra, epigrafe per fetta per il lettore di oggi a un libro di mezzo secolo fa: «Quando tutto sarà mancato, quando sarà il tempo dell’iro nia e dell’umiliazione, allora ci umilieremo: oggi è il tempo dell’angoscia e della speranza ».