Pietro Borsieri. Scoprì i dialetti

di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 14, giovedì, 4 aprile 1968]

PIETRO BORSIERI
Avventure letterarie di un giorno, e altri scritti editi e inediti, a cura di G. Alessandrini, pref. di C. Muscetta.
Ed. Ateneo, pagine XV, 432, lire 6000.

Nella collezione di « Poeti e prosato ­ri italiani », ideata da Carlo Muscetta e ora diretta da Mario Petrucciani per le Edizioni dell’Ateneo, appare un vo ­lume dedicato a Pietro Borsieri. Vi so ­no raccolte le Avventure letterarie di un giorno, e altri scritti editi e inediti, a cura di Giorgio Alessandrini; Muscetta ha dettato poche ed essenziali pagine introduttive.

Le Avventure letterarie del Borsieri furono pubblicate nel settembre 1816, prima della Lettera semiseria del Berchet. Non era ancora un manifesto del romanticismo: era in ogni modo un esame critico, in termini di storia del ­la cultura, che portava a una conclu ­sione perentoria: come e perché non sì poteva non essere romantici. Nella li ­nea delle ascendenze, sono stati fatti i nomi di Baretti, Gaspare Gozzi, Pari ­ni; e ancora: Bettinelli, Alessandro Verri. Il Fubini toccò il punto, a pro ­posito di una precedente ristampa, parlando di aura sterniana: « dello Sterne come era stato inteso e fatto proprio dal Foscolo, il Foscolo giorna ­lista e autore, in special modo, del Ragguaglio dell’Accademia dei Pitago ­rici, in cui il contrasto dei giudizi e delle opinioni si presenta come un li ­bero gioco d’artista ». E le opinioni del Borsieri, anche quando non sono origi ­nalissime, sono originalmente accenta ­te. L’Italia non ha una letteratura po ­polare, manca di giornali degni, non ha una tradizione narrativa romanze ­sca, ed è inutile rivendicare i poemi epici e la tradizione novellistica, per ­ché il romanzo moderno è un’altra co ­sa e risente principalmente del saggio filosofico e dell’indagine di costume.

Accanto a questi motivi, un altro è illuminato dal Muscetta: la difesa del ­la poesia dialettale, sentita non già co ­me divagazione arcadica, alla maniera del Meli, ma come scandaglio del so ­strato storico e sociale di una nazione: « Poiché dunque in Italia v’è tanta dissimiglianza fra l’una e l’altra gente, che il piemontese e il napoletano paio ­no due diverse generazioni d’uomini… io stimo che un acuto osservatore potrebbe dai vari dialetti scritti d’Ita ­lia desumere una verissima storia del ­le parziali costumanze e indoli italia ­ne; presentarci comparativamente la somma totale delle idee, dei pregiudi ­zi, e delle passioni popolari ». Pro ­gramma che finisce per trascendere la stessa dimensione romantica e intui ­sce le base di una moderna filologia dei dialetti.

E ancora alla prefazione del Muscetta si devono alcune considerazioni sul ­l’articolo dedicato alla Scuola della maldicenza di Sheridan, apparso sul Conciliatore. Può disturbare che il Bor ­sieri, che tanto ammirava e difende ­va l’Alfieri, apprezzasse poco il Goldo ­ni; ma, osserva il Muscetta, ciò non avveniva in nome di un « attardato e conservatore barettismo ». Insomma: se per quanto riguardava il Goldoni poteva far velo al Borsieri l’atteggia ­mento del Baretti, quando egli parla di Sheridan e gli attribuisce il merito di aver superato la commedia di caratte ­re, fa un grosso passo avanti verso la poetica di un realismo critico tutto moderno. Il carattere, astratto e idea ­le, non può esser vero, e la commedia « deve nei confini dell’arte cogliere il vero, se vuol produrre idee vere; e se vuol essere, come è realmente nelle opere dei grandi maestri, la storia dei costumi in un dato luogo, in un dato tempo, in una data condizione socia ­le ».

Un siffatto realismo culturale era presente anche nell’introduzione alla Biblioteca Italiana: pagine che restaro ­no in bozze e sono oggi per la prima volta pubblicate dall’Alessandrini. Perché l’Acerbi, direttore della Biblio ­teca, rifiutasse quel proemio, è cosa troppo evidente: in esso erano già im ­pliciti tutti i motivi che lo scrittore avrebbe adoperato di lì a poco contro la stessa Biblioteca Italiana, proprio nelle Avventure letterarie di un gior ­no. E tale introduzione ci appare certo più importante dello stesso Program ­ma che inaugurò il Conciliatore, nel quale il Borsieri, consapevole di lavo ­rare ormai per una rivista di opposi ­zione, si sentiva più a suo agio, ma finiva anche per scoprire le carte di un liberalismo fondamentalmente con ­servatore: « L’Italia e la Lombardia in particolare è un Paese agricolo e com ­merciale. Le proprietà sono molto di ­vise fra i cittadini, e la ricchezza cir ­cola equabilmente per dir così in tutte le vene dello Stato. Reso accorto da questa verità di fatto il Conciliatore ha detto a se stesso: io parlerò dei buoni metodi di agricoltura, delle in ­venzioni di nuove macchine, della di ­visione del lavoro, dell’arte insomma di moltiplicare le ricchezze ».

A questo punto restiamo un po’ per ­plessi di fronte a un’asserzione del Muscetta: che Borsieri « non ha nulla da invidiare né a Montani né a Scalvini ». Resta il fatto che lo Scalvini ave ­va una coscienza politica assai più ma ­tura, e fu il primo a vedere la vanità di una rivoluzione che muovesse dagli uomini dell’aristocrazia (sul tipo del Confalonieri) e non fosse anche rivo ­luzione di popolo, rivoluzione sociale. Ciò non toglie nulla, beninteso, alla calda, vivissima umanità del Borsieri, che emerge altresì dalle Lettere: a proposito delle quali dobbiamo lodare l’attento lavoro filologico dell’Alessan- drini.

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