Il “Faust 67” di Tommaso Landolfi

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, domenica 2 marzo 1969]

Un nuovo Landolfi. Faust 67 (ed. Vallecchi pp. 180, L. 2000) viene definito dal ­l’autore come « personale esperimento drammatico »,

formula ambigua cui se ­gue a dirittura una valu ­tazione: «fallito ». Il che non è vero e Landolfi lo sa benissimo: uno dei suoi vezzi. Vi porta al fondo della negazione assoluta per ave ­re il piacere di contraddir ­vi con dei risultati inecce ­pibili.

Ma non è tanto della qualità dell’opera che ci sembra di dover parlare (alcuni pezzi, come, per esempio, quello sulla roulet ­te intesa come arte e non come giuoco d’azzardo, re ­steranno nell’antologia del Landolfi), quanto della ra ­gione stessa del libro, che è poi sempre la stessa. A ben guardare, sin dai primi esperimenti, Landolfi ha se ­guito una doppia regola: da una parte inventare o fingere d’inventare una sto ­ria, dall’altra fare la storia di sé o il bilancio della pro ­pria vita. Lo scenario di tutti i suoi libri ha finito per rispettare queste due soluzioni, mutava soltanto la misura ma il lettore non ha tardato a vedere da che parte andavano le simpatie dello scrittore, anche per ­ché l’antefatto, il tema, l’intreccio â— chiamatelo co ­me volete â— aveva come unico scopo quello di ripor ­tare il discorso sulla sua natura.

Faust 67non viene meno a questa forma di delectatio morosa, perché pur pro ­cedendo a una specie di crocifissione o di dileggio lo scrittore non riesce a na ­scondere una certa compia ­cenza. Landolfi è uno di quelli che nell’atto di fare a pezzi la propria statua, procedono a una sorta di esaltazione a rovescio. E’, sì, pronto a buttar tutto per aria ma nello stesso tempo fa di tutto per portarsi die ­tro nella rovina gli altri, se non a dirittura per far passare prima gli altri da ­vanti alla sua «risata sini ­stra ».

La macchina di questo « dramma o commedia d’in ­certo scioglimento in un avamprologo o proprologo, in un prologo, in numerosi quadri, in un epilogo e ma ­gari in un postepilogo o epiepilogo senza licenza dei superiori » è assai ben con ­gegnata. Non saprei dire se e fino a che punto potreb ­be reggere al confronto del ­la rappresentazione ma so che alla lettura il dramma sopporta assai bene di es ­sere recitato a soggetto. E cioè, il canovaccio ci mo ­stra tutto Landolfi con le sue manie, con la sua tri ­stezza, col suo gusto della ribellione beffarda e inso ­lente. Sin dai primi quadri lo cogliamo in quello che è il suo comportamento nor ­male di rifiuto: della poten ­za, della ricchezza e del ­l’amore.

Anche se su quest’ultimo punto lo scrittore riesce a stabilire un legame di con ­tinuità fra la piccola lavan ­daia e la moglie. Al rifiuto programmatico delle cose che il mondo avrebbe po ­tuto offrirgli, Landolfi con ­trappone la parte dell’ac ­cettazione che fatalmente coincide con quella che è stata la sua vita e su cui non ha mai smesso di te ­nere informati i suoi let ­tori. Il bilancio è necessa ­riamente negativo, meglio sarebbe dire che doveva es ­sere per forza passivo. Il dissenso del Landolfi ha il pregio su tutti gli altri tipi di dissenso improvvisati o derivati dell’ultima stagio ­ne di essere stato radicale, soprattutto di essere stato un dissenso da pagare, con conseguenze, per lo meno sul piano pratico. E non ba ­sta, il suo è un dissenso di natura, perché coinvolge la natura stessa della persona.

Nato estraneo, educato alla scuola del rifiuto e del ­la non conciliazione con gli uomini e con le cose, il Landolfi ha messo in pratica la teoria del suo nuovo per ­sonaggio, di Nessuno. E sì badi non già nessuno per ­ché lo scrittore non avesse i mezzi per diventare qual ­cuno ma perché nessuna parte di quante gliene of ­friva il repertorio del mon ­do gli garbava. Così quan ­do si arriva alla soluzione del dramma, decretata dal ­la voce celeste: «Nessuno si salverà, perché non ac ­cettò mai di essere qualcu ­no » si ha la certezza che la storia di Landolfi comin ­cia dove finisce quella nor ­male degli altri, o meglio è cominciata col rifiuto. Quel ­la che era una condanna alla legge del non adatta ­mento diventa di colpo la ragione del premio e della salvezza.

Seguendo lo stratagem ­ma del teatro nel teatro, lo scrittore finge di essere per ­sonaggio, autore e attore nello stesso tempo ma la sua partecipazione va mol ­to al di là della semplice rappresentazione. Per que ­sto quando tutti escono dal ­la scena, il Nessuno-Landolfi resta come unico pro ­tagonista, mostrando la va ­nità e l’artificio di qualsia ­si costruzione umana. In tal senso l’identificazione dell’uomo con il proprio personaggio viene consacra ­ta e questa volta â— dicia ­molo â— in maniera quasi perfetta. In altre occasioni poteva nascere il dubbio che la parte del giuoco preva ­lesse sulla sincerità, qui l’equilibrio raggiunto non lascia dubbi e il lettore-spettatore accetta davvero l’idea di un guardaroba personale o di un mondo diverso da quello stabilito dalle nostre leggi.

Il discorso, insomma, è più rigoroso del solito e non penso che per gustare fino in fondo il dramma sia necessario accettare la rac ­comandazione fatta dallo scrittore al semplice letto ­re (« che certo non sarà un lettore semplice »), quel ­la, cioè, di compensare ed integrare il testo come me ­glio crede: «sostituendo, per esempio… alcun suo ca-succio personale a quelli qui adombrati ». La recita a soggetto, nel caso di Lan ­dolfi, tiene ma fino a un certo punto. Primo attore, unico attore, nessuno ha voglia di sostituirlo. Sopra ­tutto quando la bravura della recitazione riesce a dar un senso a una storia che di proposito non vuole averne nessuno, quando an ­cora il Nessuno landolfiano rientra di diritto nella ster ­minata galleria faustiana messa insieme l’anno scorso da André Dabezies in Visages de Faust au XX siècle (ed.PUF) e vi entra con tutta la grazia di chi,partito per cantare Un uo ­mo inutile, fa una confes ­sione vera.

Che è poi il segno del grande artista, strappare il premio senza fatica, senza calcoli né programmi.

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