Un esempio d’alienazione

di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, martedì 23 dicembre 1969]

Signor Direttore

sul giornale da lei diretto, e nel quale lavoro da imme ­morabile tempo, è uscito un articolo firmato col mio nome. Ma non l’ho scritto io.

Non pretendo, signor Diret ­tore, che si faccia una inchie ­sta per accertare le cause e i modi della coincidenza, per me tutt’altro che simpatica (non mi azzardo a fare l’ipo ­tesi di un intenzionale pla ­gio). Mi rendo conto, infatti, come siano ardue e laboriose, se non impossibili, simili ri ­cerchein un giornale di va ­sto respiro come il nostro, che esce, nei giorni feriali con oltre mille pagine, e che ha un organico di redattori pressoché inconoscibile (c’è chi parla, vero?, di centotrentamila tra cronisti, redattori propriamente detti, inviati speciali, articolisti, critici, gra ­fici, impaginatori, rubrichisti, stenografi, correttori, cartogra ­fi, disegnatori, archivisti, ri ­cercatori, fotografi, computeristi, radiotecnici, eccetera).

Penso tuttavia, signor Di ­rettore â— benché l’inconve ­niente nonsia dipeso certa ­mente da lei â— di poter osar chiedere, per l’avvenire, che sia esercitato un più attento controllo affinché…

No, questa lettera non la manderò.

Prima di tutto, a pensarci bene, non posso pretendere dal direttore una garanzia del genere. I casi di omonimia tra autori di servizi o articoli nel medesimo numero del giornale sono tutt’altro che rari, e forse inevitabili.

E’ un organismo così ma ­stodontico, il nostro giornale, che, per quanto capace e la ­borioso, per quanto affianca ­to da uno stato maggiore for ­midabile, il direttore non può che impartire delle direttive generali, non può esercitare che una vaga sovrintendenza, come una volta l’imperatore della Cina, data la vastità del reame. Certi numeri speciali festivi, di oltre settemila pa ­gine, non c’è uomo al mon ­do, pur velocissimo e instan ­cabile, che possa nel giro di una giornata non dico leggerli tutti ma neppure sfo ­gliarli.

Secondariamente, il diretto ­re non si rallegrerebbe affat ­to che un vecchio redattore come me gli segnali una pic ­cola « gaffe » avvenuta nel suo giornale.

D’altra parte, si tratta ve ­ramente di una « gaffe », di un incidente involontario? O non era una cosa precisamen ­te voluta da lui che, nei limiti delle possibilità umane, go ­verna la smisurata compagi ­ne di questo mammut con lungimiranza esemplare?

Era un buon articolo, lo devo ammettere onestamente. E vi ho riscontrato uno stile abbastanza simile al mio. Con delle trovate che sarei con ­tento, confesso, di avere esco ­gitate io. L’argomento â— il problema delle aree depresse sulla Luna â— non rientra nel mio consueto repertorio (io tratto, da oltre mezzo secolo, la critica pubblicitaria). La omonimia quindi non dovreb ­be preoccuparmi né ferirmi. Ma chi garantisce che l’igno ­to collega a poco a poco non si trasferisca anche nel mio orticello?

Chi può essere l’intruso? Potrei, percorrendo chilome ­tri di ascensori e corridoi, attraverso il sesquipedale pa ­lazzo che è la sede del giornale, raggiungere il capo-ser ­vizio che sovrintende al set ­tore delle aree depresse. Si chiama Giorgio Davallà. Lo conosco benissimo, è un vec ­chio amico e ottimo uomo. Ma prevedo già la scena. « Scusami sai â— direbbe â— ma l’altro ieri io ero assente L’articolo non l’ho letto. Que ­sto Buzzati che ha firmato non so chi sia. Deve trattarsi di un collaboratore occasio ­nale. Abbi pazienza. Farò in ­dagini. Ti capisco. Anch’io al tuo posto… Adesso scusami mi chiamano al telefono da Ankara… ».

Per di più, mi domando se questo Dino Buzzati, che non conosco, non sia alle volte lo strumento, forse inconsapevo ­le, di un processo fatale. Non sia l’incarnazione nuova di me stesso, destinato a pren ­dere il mio posto.

C’è, lo so, chi mi conside ­ra ormai vecchio (ma si può considerare vecchio, vivaddio, uno che ha appena novanta ­sei anni?). E l’avere chiama ­to a collaborare questo nuovo Dino Buzzati della malora probabilmente giovanissimo, potrebbe essere perfino un se ­gno di riguardo. Quasi a garantirmi che la mia bandie ­rina, sia pure tenuta da altre mani, continuerà a sventolare.

Certo, mi piacerebbe co ­noscerlo. Non penso sia un demoniaco William Wilson, uguale a me anche fisicamente, venuto al mondo per dannarmi. Ho chiesto intorno, ho fatto chiedere, ho dato mance, ho saputo. Questo Dino Buzzati esiste, dicono. Pare sia un ragazzo di ventisette, ventott’anni. Molto per bene. Coltissimo, dicono (e in que ­sto caso non mi assomiglia, purtroppo).

No, preferisco non cono ­scerlo. Preferisco il mistero. Può darsi che egli sia una particola dell’onda che passa su tutti noi, l’onda del tem ­po, che a poco a poco ci tra ­smuta e ci divora.

Da qualche mese, del resto, io avverto un fenomeno nuo ­vo e conturbante. Ho cioè la sensazione che di giorno in giorno, quando vado al gior ­nale, i colleghi, i fattorini, i tipografi, mi salutino meno di una volta; o meglio, mi rico ­noscano meno di una volta.

Come se a poco a poco io fossi un po’ meno me stesso, mi allontanassi lentamente da colui che ero fino a ieri. Co ­me se la mia fisionomia, il mio aspetto, la mia voce, non fossero più tanto miei come una volta. E io adagio ada ­gio stessi per uscire da me stesso, dissolvermi in qual ­cosa di inconsistente, una lar ­va, un pensiero, un ricordo, un nulla.

Come se quello là, il dan ­nato mio omonimo, a passi felpati stesse avvicinandosi per prendere il mio posto. Portando la stessa mia uni ­forme, parlando la mia stes ­sa lingua, amando le mede ­sime cose; ma con l’investi ­tura dei vent’anni.

*

Stamane sono andato al giornale. Per la prima volta i fattorini all’ingresso non mi hanno salutato. Anzi mi han ­no chiesto: « Scusi, signore, desidera? ».

« Come, desidero? Sono Buzzati, no? Che scherzi so ­no questi? ».

« Il dottor Buzzati â— ha risposto il capo portiere â— è nel suo ufficio. Se lei desi ­dera parlargli, firmi qui, la prego, il modulo ».

Ho firmato. Aspetto. Il fat ­torino va di là con la mia carta. Ricompare dopo un paio di minuti: « Si accomo ­di, prego ». Apre la porta.

Là, nello studio, dietro al ­lo scrittoio, sono seduto io. Ma non giovane. Anzi. Del ­la mia stessa età. A me to ­talmente straniero. Odioso. Mi sorride: « In che cosa posso…? ».

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