di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 11 gennaio 1970]
Spesso gli uomini perseguono una felicità che basterebbe il semplice buon senso a dimostrare in partenza irraggiungibile. Tre esempi.
IL TRUS – In quel paese, il trus non dico fosse messo al bando, ciò essendo assurdo perché il trus è una necessità vitale, ma veniva tenuto in so spetto e controllato, quasi fosse pericoloso socialmente. Trusare era consentito solo a precise condizioni; avere una certa età, ottenere un permes so governativo, eccetera; certi tipi di trus erano poi severamente proibiti, come delittuo si. Tuttavia il trus era deside rato sopra ogni cosa al mondo.
Stanchi di tanta angustia, che durava da secoli, un bel giorno i giovani si misero a protestare, e il loro impeto era tale che travalicò ogni bar riera. L’autorità venne scalza ta, gli innovatori si impadro nirono del potere, elessero un presidente, e venne promul gata una legge che aboliva le antiche remore, mettendo il trus a disposizione di ciascun cittadino, maschio o femmina, cosicché tutti potessero trusare a loro piacimento.
La conquista fu celebrata con una festa pubblica nelle piazze e nelle vie, dove ogni sorta di trus veniva dispensata senza limiti. Era la felicità va gheggiata da millenni. Tutti si precipitarono avidamente. A milioni, uomini e donne trusavano spensierati, gli uni sotto gli occhi degli altri.
Senonché, dopo neppure mezz’ora, subentrò un senso di sazietà e delusione. E si udirono voci di protesta: « E’ un imbroglio. Questo non è il trus di una volta. Ci avete fatto fessi! ». Furono inalbera ti cartelli. Cortei di protesta. Una moltitudine invelenita di nanzi al palazzo del nuovo governo.
Al balcone si affacciò il pre sidente. Si fece silenzio. Disse: « Perché tanto furore? Il trus che vi è messo a disposizione non differisce per nulla da quello che una volta era quasi proibito. Ma abbiamo tutti sbagliato calcolo, io per il pri mo. Ciò che risultava delizia suprema quando era difficile, oggi che si può avere senza la minima fatica, si è svuotato di ogni piacimento. La colpa è anche mia. Do le dimissioni. Non avevamo pensato che a questo mondo tutto ahimè si paga fino all’ultimo copeco ».
IL GENIO ANTE LITTERAM Fabio Ternaz, giovane pittore di ottima scuola ma scarso di idee, fece un viaggio fino al lontano Frnland dove era in funzione uno dei più potenti cervelli elettronici del la terra, specializzato in que stioni culturali. « Io di fanta sia ne avrò poca, â— pensava â— però mi è venuta un’idea straordinaria, quella di chie dere al possente computer quale sarà l’arte tra un secolo. Lui necessariamente mi ri sponderà e in base alle sue istruzioni io sarà in grado di precedere i miei colleghi, ap punto di cent’anni, sarò pro clamato un genio, diventerò ricco e famoso ».
Giunto nel Frnland, pagò la tariffa di quattrocento dollari e consegnò un foglietto con la sua domanda al tecnico pre posto. La richiesta, tradotta in termini cibernetici, fu intro dotta nella pancia del mostro il quale, dopo circa due ore di laboriosi borborigmi, emise un cartoncino su cui era ri prodotto un quadro. Con som mo stupore, il Ternaz rimirò. Era un nudo di donna, giova ne, provocante e bellissima, distesa su un divano; era di pinta con una precisione e un amore dei particolari che nep pure Ingres si sarebbe so gnato.
La faccenda era imbaraz zante. Tuttavia il giovane, fi ducioso nel robot, rimpatriò di volata e si mise a riprodur re in vaste dimensioni il qua dro del lontano futuro. Di quadri nello stesso stile ne fe ce anzi una trentina!, e più ci dava dentro, più si persua deva che quel modo di dipingere fosse una consolante liberazione.
Con tanti quadri fece una mostra, ne fece due, tre, dieci, nelle città più autorevoli. Ma tutti gli risero dietro. « Que sta è una pittura vecchia co me il cucco. â— dicevano â— E riproporla oggi è una ver gogna ».
Al che il Ternaz, imbestia lito, rimontò in groppa all’ae reo e via al Frnland per con testare il computer: « Ti ave vo chiesto come si dipingerà tra cento anni e tu mi hai da to un nudo di donna. Io l’ho copiato pari pari, e tutti mi hanno detto che sono un ridi colo passatista. Evidentemente tu ti sei sbagliato, perciò ti prego di restituirmi i quattro cento dollari del caso ».
Il cervello rispose: « Ti sei sbagliato tu, ragazzo. I gran di artisti è tanto se vengono riconosciuti tali vent’anni dopo la loro morte. Come puoi pretendere che il mondo ac cetti una pittura che lo pre cede di un secolo? ».
LA POESIA – A bordo del suo yacht, Giorgio Kam, pro prietario di miniere, ebbe occasione di salvare un ragazzo che si dibatteva tra le onde. Era un giovanetto di bellezza straordinaria e risultò essere figlio di Dio. Il quale, sentendosi obbligato, mandò a chiamare il Kam e gli chiese quale premio volesse.
« Ti sono grato dell’offerta – rispose il minerario â— ma perché me la fai con quel to no risentito? ».
« La vista dei ricconi del tuo stampo ha l’effetto di met termi un poco fuori squadra. Ma non farci caso, ciascuno ha le sue fisime. Esprimi piuttosto un desiderio. Per arduo che sia, farò del mio meglio ».
Il Kam, che si piccava di intellettuale e invitava spesso alle sue serate filosofi, scritto ri, pittori, musicisti, volle fare bella figura:
« Mi piacerebbe tu mi fa cessi un dono di poesia ».
« Quale genere di poesia? ».
« La poesia di Walter Tribolanti ». (Negli ultimi tempi aveva sentito parlare molto di questo giovane poeta e ne aveva letto qualche cosa, senza però capirci niente).
« E’ troppo poco â— disse Dio â—. Le poesie di Tribolan ti si vendono in ogni libreria, al prezzo, se ben ricordo, di millecinquecento lire ».
« Non intendevo questo. Mi piacerebbe tu mi concedessi il godimento che certi amici miei giurano di ricavare da quei versi e che io ho tentato invano di ottenere ».
Dio scosse il capo: « Non sono cose per te, credimi. Ti converrebbe altro regalo ».
« Che altro potrei chiedere? fu la risposta del magnate.
Tutto il resto io lo posseg go già. Soltanto la poesia mi è finora negata ».
« Quando è così â— fece l’onnipotente â— eccoti soddi sfatto ». E di sotto il manto trasse un pacchettino avvolto in carta azzurra e legato da una funicella d’oro. « Qui dentro c’è la poesia che desi deri. Ma non dolerti se non potrai avere il beneficio che speri ».
IlKam, fatto un inchino, se ne andò col suo pacchetto, il quale si sarebbe detto vuoto, tanto leggero. Risalì in mac china e via alla direzione ge nerale. A motivo della divina chiamata, aveva infatti dovuto rinviare molti impegni pres santi.
Difatti, come entrò nel suo studio, irruppe da una porti cina il segretario con una montagna di pratiche, nello stesso istante suonò il telefo no annunciandogli una frana nel pozzo N. 27, a cui sarebbe stato opportuno correre subito a dare un’occhiata. Ma di là, nel primo saloncino d’aspetto, già da un’ora attendeva Thaddeus Fantuskha, venuto appo sta da Praga per sottoporgli un progetto di trust. E nel sa lotto numero due fremeva di impazienza un altro preoccu pante personaggio, Molibio Saturp, plenipotenziario delle giunte sindacali, che nella sua cartella di cuoio aveva di che fare esplodere uno sciopero quinquennale senza esclusione di colpi.
Dimodoché il Kam, ficcato il pacchetto della poesia in un cassetto dello scrittoio, si la sciò travolgere dal pestilenzia le uragano a cui egli stesso tanti anni prima aveva dato la prima esca, il giorno che, miserabile minatore, aveva tratto dalla profonda terra un diamante grosso così.
Gli impegni gli abbocca menti le telefonate gli incon tri le trattative i pour-parler i jet da una parte all’altra del mondo i ricevimenti i contrat ti gli appuntamenti le telefo nate gli incontri le telefonate via via a tamburo battente e bang!, all’improvviso ecco noi lo ritroviamo, nel suo studio presidenziale, canuto e stanco, che si guarda intorno smarrito perché egli è oggi l’uomo d’af fari più forte del sistema pla netario, eppure emette dei lun ghi sospiri come se fosse (par don) infelice. E della faccen da della poesia, con tante im portantissime cose che gli so no passate attraverso la testa, non gli resta ombra di ricordo.
Allora, per cercare una pil lola energetica americana di cui fa uso da qualche tempo, apre il secondo cassetto a de stra. La mano incontra una cosa, è un pacchetto, alquanto polveroso, avvolto in carta az zurra. Lo soppesa nella destra, perplesso, non ritrovando negli archivi cranici il più esile riferimento in proposito. Con clude: « Chissà chi ha imbucato qui ‘stacretinata » E la scaraventa nel cestino.