Carlo Marx. Non un filosofo, una bandiera

di Giulio Preti
[da “La fiera letteraria”, numero 25, giovedì, 20 giugno 1968]

Nel 1867 fu pubblicato ad Amburgo il primo volume del Capitale di Karl Marx: gli altri due videro la luce, postumi, molti anni dopo, ad ope ­ra di Friedrich Engels. Non è per niente esa ­gerazione retorica il dire che poche opere della letteratura mondiale ebbero un’importanza e ri ­sonanza storiche paragonabili a quella che ebbe quest’opera â— e più ancora nel nostro secolo che in quello in cui vide la luce. E tuttavia, pro ­cedendo nel tempo, direi che la valutazione del Capitale diviene più difficile, e che le perplessità aumentano. E questo è forse l’aspetto più singo ­lare e paradossale del destino di questa grande opera.

E’ Il capitale un’opera di filosofia? Non più tardi di quarant’anni fa la maggior parte dei filo ­sofi avrebbe risposto sdegnosamente « no », oggi parecchi risponderebbero di sì, e parecchi sareb ­bero per lo meno perplessi. E non è una doman ­da oziosa o accademica: è una domanda che im ­plica non solo una risposta responsabile al quesi ­to « cos’è la filosofia oggi », ma anche un’inter ­pretazione complessiva del grande libro marxia ­no, e del marxianesimo in genere. Das Kapital ha per sottotitolo Kritik der politischen Oekonomie, « critica dell’economia politica ». Marx lo scrisse molti anni dopo aver lasciati, incompiuti, « alla critica roditrice dei topi » i Manoscritti economico-filosofici, la sua opera filosofica più origi ­nale e più importante, e dopo aver chiuso le Glosse a Feuerbach con quella famigerata XI Glossa (« i filosofi hanno finora variamente in ­terpretato il mondo ecc. ») che ha tutta l’aria di una liquidazione della filosofia â— o di un perso ­nale addio all’attività filosofica. Dopo, Marx si occupò (più scarsamente di quanto si credereb ­be) di politica, ma soprattutto, nei lunghi anni londinesi, rimase chiuso nella biblioteca del British Museum a leggere gli economisti classici e a comporre Il capitale, lasciando a Engels (ahimè, quanto a lui impari!) lo scrivere opere filosofiche (o quasi).

E di fatto la grande opera di Marx è proprio quello che dice il suo sottotitolo: una critica del ­l’economia politica. Ma una critica, diciamo così, dall’« interno »: vuole essa stessa essere un’ope ­ra scientifica di economia. Scientifica, non meta ­fisica o ideologica: fondata proprio sui princìpi, postulati, categorie e leggi fondamentali dell’e ­conomia classica, precisamente nella forma che aveva assunto per opera di David Ricardo. Marx critica l’economia borghese, capitalistica, me ­diante le dottrine di quella stessa scienza econo ­mica che ne aveva formulato in leggi scientifi ­che le strutture pratiche fondamentali. Cioè: Marx ritiene che la scienza economica ricardiana rispecchi adeguatamente, sul piano teorico, la realtà effettuale del mondo economico borghe ­se-capitalistico; di conseguenza le contraddizioni che risultano dall’analisi scientifica sono l’espo ­sizione teorica delle contraddizioni reali che mi ­nano quell’economia reale. La critica dell’econo ­mia politica è così l’autocritica del mondo capi ­talistico.

strong>LE ERRATE PROFEZIE DEL «CAPITALE »

Non si sottolineerà mai abbastanza (nei con ­fronti del marxismo odierno) questo punto: la « dialettica » che Marx dispiega nelle analisi del Capitale, anche se è una lontana eco della dia ­lettica hegeliana, non è una dialettica filosofica, metafisica o ideologica: è una dialettica determinata, relativa a strutture economiche ben determinate; non si tratta della « potenza del negati ­vo » o della « negazione della negazione » in uni ­versale, bensì di contraddizioni reali e storica ­mente determinate che la teoria scientifica met ­te in luce in seno alla dinamica di una struttura economica reale e storicamente determinata: la struttura dell’economia capitalistica dell’Ottocento europeo (in genere), ma più specificamen ­te inglese. Per esempio, le ricorrenti crisi econo ­miche di sovrapproduzione dovute al bloccarsi della domanda non obbediscono a una generica e metafisica legge dialettica: avvengono, e si possono spiegare scientificamente a partire dalle stesse leggi (relative al mercato e alla distribu ­zione dei redditi) dell’economia politica. E così, soprattutto, il proletariato: questo grande prota ­gonista della storia futura non nasce qui come dramatis persona di una cosmica tragedia dialet ­tica, ma come classe che è la stessa economia borghese a creare, e che è l’antitesi della società borghese proprio in conseguenza del modo in cui l’economia capitalistica la crea e della posi ­zione in cui la colloca.

Però… Il capitale contiene delle « profezie » (che tuttavia volevano essere normali previsioni scientifiche ad ampio raggio), le quali, come da Bernstein in poi tutti sanno, non si sono avvera ­te: o per lo meno si sono avverate solo in parte, mancando in punti essenziali. Per esempio, è ve ­ro che i medi ceti, quali li concepiva Marx (pic ­coli imprenditori, lavoratori indipendenti) sono praticamente scomparsi in tutti i Paesi ad alto livello industriale: ma sono nati nuovi « medi ceti » piccolo-borghesi, che non trovano posto negli schemi dell’economia classica (ricardiana-marxiana). Soprattutto è mancata la più grande delle previsioni: quella della miseria crescente del proletariato.

Al suo posto abbiamo l’economia del benesse ­re e dei consumi della società industriale avan ­zata. Quegli operai che sarebbero dovuti morire di fame vanno a lavorare in lambretta quando non addirittura in automobile, e a casa hanno la televisione (e questo, naturalmente, cambia mol ­te cose circa i loro comportamenti politico-socia ­li). La rivoluzione socialista è avvenuta piutto ­sto in aree economicamente arretrate che non in quelle di più avanzata struttura capitalistica: e questo sconcerta tutta la « dialettica » della rivo ­luzione…

Per un filosofo della scienza la cosa è abba ­stanza facile da spiegare. In scienze umane co ­me l’economia politica vige un fortissimo « prin ­cipio di indeterminazione »: la previsione dei fatti futuri diventa una causa di mutamento dei fatti futuri stessi e perciò falsifica la previ ­sione. (E’ come se prevedessi che domani andrò in automobile e morirò in uno scontro: sapendolo prima, domani non andrei in automobile e così non morirei). La lezione del Capitale non l’han ­no appresa solo i proletari, ma anche i borghesi capitalisti, i quali (per esempio, con la politica coloniale di tipo inglese) hanno fatto in modo di impedire, o per lo meno spostare, le conseguen ­ze previste. Ma l’essenziale è che, una volta con ­statato il fallimento della profezia, il revisioni ­smo, anche se sdegnosamente rifiutato a paro ­le, nella praxis rivoluzionaria si è rivelato inevi ­tabile.

Qui a me interessano soprattutto le conse ­guenze filosofiche di questo fatto. Che sono state un rapido e violento trasformarsi della dottrina marxiana da teoria economica (scientifica) in filosofia e ideologia (la rivalutazione, peraltro giusta, degli scritti filosofici di Marx giovane è un significativo episodio di questo ricupero del marxismo come filosofia). La « filosofia » marxi ­sta l’hanno creata, più o meno con riferimenti ai « sacri testi » del Maestro, Engels dapprima, ma poi soprattutto Plekhanov, Lenin e tutti quelli venuti dopo, fino a oggi, « ortodossi » e no. Il marxismo è venuto assumendo un aspetto sem ­pre meno scientifico-economico e sempre più metafisico-ideologico. E così, con un’esaspera ­zione delle eredità hegeliane di Marx (e soprat ­tutto del giovane Marx), è stato sempre più ri ­portato alle origini romantico-teologiche operan ­ti nel pensiero hegeliano. Non per niente Hegel, come quasi tutti gli altri suoi amici-nemici idea ­listi, veniva fuori da una Facoltà teologica (co ­me del resto teologi erano per la maggior parte i giovani-hegeliani amici di Marx).

I FIGLI DEL PECCATO ORIGINALE

Il grande tema era stato quello cristologico, del « farsi carne » del Logos: l’incarnazione di Cristo era stata gnosticamente interpretata co ­me l’autorivelazione del Logos nella natura e nella storia, come l’autoctisi dell’Assoluto. E poiché questo assoluto non poteva aver nulla fuori di sé (cristianamente, la creazione è un manifestarsi di Dio « dal nulla » â— creatio ex nihilo), e d’altra parte coincideva con la totalità di tutte le sue manifestazioni, necessariamente questo processo doveva avere una struttura dia ­lettica, essere un sistema di opposizioni poste e alla fine conciliate entro la sintesi totale. Ecco perché la Ragione si attuava nella natura e nel ­la storia, e il metodo della comprensione razio ­nale di questo attuarsi della Ragione doveva es ­sere il metodo dialettico.

La sinistra « laica » e « materialistica » post ­hegeliana conserva questo presupposto teologico di Hegel: solo che al posto del Logos mette l’Uomo â— a parole l’uomo « in carne, ossa e san ­gue », con la sua sensibilità (pratica), i suoi bi ­sogni, il suo lavoro, ecc.: ma in realtà un Uomo generico che « si fa », secondo un ideale presup ­posto al divenire storico, nell’operosa storia de ­gli uomini. E la dialettica rimaneva come metodo razionale per la comprensione della natura e della storia, perché anche l’Uomo (generico) era un assoluto: l’assoluto che prendeva il posto del Logos hegeliano ereditandone però tutti i carat ­teri metafisici e mistici.

Così anche Marx rischiava di cadere nell’erro ­re che tanto acutamente e giustamente aveva rimproverato alla dialettica hegeliana: la mistifi ­cazione, per cui tra le figure della dialettica e i corrispondenti contenuti reali, empirici, non c’è una vera corrispondenza; le figure della dialetti ­ca vengono ipostatizzate, e i contenuti empirici schiacciati, stilizzati, resi astratti dentro di esse, con il totale oblio della reale dinamica empirica del loro essere e del loro muoversi.

Questo, che era stato il « peccato originale » della filosofia di Marx, è stato ereditato dal mar ­xismo, e si è venuto accentuando nel neo-marxi ­smo e nel marxismo « eretico » dei nostri giorni. Il discorso marxista si è fatto sempre più nebu ­loso e non-sensatamente dialettico e mistificatorio. « Umanità », « Storia », « Proletariato », « Parti ­to » sono divenute le figure ipostatizzate di una « dialettica » sempre più astratta, sempre più ac ­cademica, sempre più verbalistica, nelle quali i fatti empirici della storia del mondo si identifi ­cano in virtù di una specie di identificazione mi ­stica, perdendo le loro fisionomie reali, empiri ­che.

LACRIME E SPUTI SOPRA UNA TOMBA

Analisi economiche così radicali, robuste, nu ­trite di solida scienza, fondate su una conoscen ­za attenta e meditata delle realtà economiche e sociali del tempo, quali quelle che indubbiamen ­te costituiscono uno dei grandi pregi del Capita ­le, inutilmente si cercherebbero, dopo Lenin, nella letteratura marxista contemporanea. Lo stesso « capitalismo » è divenuto un’ipostasi del ­la dialettica mistico-metafisica. Non c’è da stu ­pirsi se negli scritti di alcuni « eretici » (che for ­se sono tra i più intelligenti) la dialettica marxi ­sta da un metodo di analisi socio-economica sta diventando sempre più un metodo di analisi esi ­stenziale, o addirittura psicoanalitica. Si pensi, per esempio, all’importanza che il concetto (di origine rousseauiano-hegeliana) di « alienazio ­ne » ha assunto nell’odierna letteratura rivolu ­zionaria parallelamente allo scadimento di quel concetto di « sfruttamento » che era invece al centro della vecchia letteratura socialista.

Non ricordo quanti milioni di uomini hanno pianto sulla tomba di Marx. E non si sa quanti invece non abbiano sputato su quella medesima tomba. Questo rende difficile parlare di lui come di un qualunque altro filosofo: non è più un pensiero, è una bandiera. E nell’urto delle pas ­sioni riesce persino difficoltoso isolare il suo ve ­ro pensiero filosofico. Perciò è impossibile dire, oggi, che cos’è stato, che cos’è, per la filosofia contemporanea. Chiunque è passato attraverso un’esperienza marxista sente che è stato, che è, « molto »: chi è passato attraverso quell’espe ­rienza sente che non può tornare indietro, sente come goffe e insulse le critiche che si muovono al marxismo in nome di non-sensi idealistici o spiritualistici â— come, per esempio, « che sono le idee che fanno la storia ». Ma è difficile dire « quanto » del marxianesimo come filosofia si possa difendere.

Forse la sua maggiore lezione (che i neo-mar ­xisti tendono troppo facilmente a dimenticare) consiste proprio nel senso del concreto storico, della determinatezza dei processi storici e della stessa dinamica che li governa. Nel senso che la storia è « fatta » dagli uomini: ma proprio per questo, se sono gli uomini e non Dio (o l’Uomo) a farla, ha un’ineliminabile contingenza e inde ­terminazione, per cui non la si può interpretare come un fieri cosmico e metafisico. E soprattut ­to Marx ci ha insegnato, con il suo stesso esem ­pio, la estrema complessità del rapporto, della tensione, tra la sfera della praxis e quella della filosofia.

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