I ragazzi di Barbiana

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 44, giovedì, 2 novembre 1967]

I ragazzi di Barbiana crescono. Hanno vinto un pre ­mio letterario, insegnano, affrontano professori e letterati in pubblici dibattiti. Sono ormai dei personaggi del no ­stro mondo culturale, così come lo era, volente o no, il loro maestro, don Lorenzo Milani.

Li ho conosciuti, li ho trovati meno convincenti degli anonimi autori di « Lettera a una professoressa ». Bisogna confessarlo: a vederli e a sentirli parlare, l’incanto del li ­bro scompare. E subentrano molti dubbi.

Una delle prime regole del metodo didattico di don Milani era la franchezza. I suoi ragazzi lo usano e non si risparmiano quando si tratta di colpire chi non la pen ­sa come loro. Con la stessa lealtà dovrebbero sopporta ­re le critiche. Invece le respingono in blocco, nemmeno le ascoltano. Da che cosa dipende questa insofferenza? Io non credo, come sostengono i loro amici e zelatori, che sia tutta colpa dell’età.

Don Milani era un uomo di temperamento eccezionale, di forti passioni che davano sapore di verità anche ai pa ­radossi. Non amava la società occidentale basata sulla competizione e sulla disuguaglianza economica e non le risparmiava i suoi sarcasmi. In realtà credo che non amas ­se nessuna società costituita.

Era una personalità forte e coraggiosa. Anche dissen ­tendo da lui se ne sentiva il fascino. Ma il suo stile brusco fino all’insolenza trasferito in quelli che fino a ieri erano dei docili attori in mano a un autorevole regista, stona, diventa fastidioso.

Ho l’impressione che questi ragazzi non siano così ge ­nuini, « autentici », come si pretende, ma che al contra ­rio si sentano dei « personaggi » che devono recitare una parte. Anzi ho il sospetto che quando attaccano i loro in ­terlocutori lo facciano, indipendentemente dalla materia in discussione, perché avevano deciso in partenza di fare così. E’ la parte che lo esige.

E nella parte dei ragazzi di Barbiana è scritto che essi devono essere « a priori » in contrasto contro gli in ­tellettuali, il partito dei laureati che parla una lingua ch’essi non capiscono, una lingua falsa, artificiosa, vuota. Si parli loro con la massima chiarezza, usando le parole più usuali: diranno sempre che non capiscono.

Alla lunga diventa una storia noiosa. Gli argomenti sono sempre gli stessi: da una parte ci sono loro, i po ­veri, che conoscono la vita e i bisogni reali del popolo, dall’altra gli intellettuali che sanno soltanto fabbricare pa ­role a vuoto, al servizio di chi li comanda. Un circolo da cui non si esce.

Ma chi sono, in pratica, questi ragazzi? Hanno scritto un libro, e per di più un libro di quelli che si propon ­gono di cambiare le cose. Dunque sono degli intellettuali. Anzi, più intellettuali degli altri; li distingue non la ca ­tegoria, ma il diverso impegno; il grado di cultura, non la nascita.

E poi che senso ha contrapporre alla società borghe ­se con la sua corte di « intellettuali cretini », il mondo dei poveri che reclamano, in quanto maggioranza (e si direbbe incarnazione della verità) il potere? Queste sono parole, (il potere ai poveri) che solo un artista, una spiccata individualità come don Milani, poteva dire senza far ridere. In lui, la forza dell’espressione, suppliva alla vuotaggine logica della formula. Perché chi sono « po ­liticamente » parlando i poveri? E come immaginano di gestire il potere?

Di poveri, anche nel mondo neocapitalista, ce ne sono moltissimi. Nessuno ne ignora l’esistenza. Ciò che si ne ­ga è che i poveri, in quanto tali, costituiscano una realtà politica. I poveri, o per essere più esatti tutti coloro che vivono, come i contadini, ai margini della cosiddetta « so ­cietà affluente » formano un mondo circoscritto che nella storia contemporanea europea non può avere che un ruo ­lo passivo. Considerarli protagonisti dell’avvenire non è nemmeno un’utopia. E’ letteratura.

Quando uscì « Lettera a una professoressa », ci fu chi scrisse che solo degli « intellettuali cretini » avrebbero po ­tuto accoglierlo come un bel libro, pieno di verità sulla scuola e la lingua che vi si usa, rifiutandone però l’alto significato politico e rivoluzionario. Accetto la qualifica. Continuo a sostenere che « Lettera a una professoressa » è un bellissimo libro da cui si possono benissimo isolare le balordaggini politiche che l’accompagnano. Di più: l’esperienza di don Milani ha raggiunto, con quelle pagi ­ne, la sua conclusione. I ragazzi di Barbiana non potran ­no aggiungervi gran cosa. Insistendo su certi temi, riusci ­ranno solo a far della letteratura. Ma questa volta, della cattiva letteratura.

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