di Felice Muolo
(Ha pubblicato cinque romanzi, tra cui Il ruolo dei gatti, Azimut 2008)
Assomigliava a Robert Redford, l’attore americano. Biondo, capelli scarmigliati, aria simpatica, accattivante. Quando gli diedi dieci copie del mio primo romanzo per venderli a scopo di beneficenza, non trovò nessuna scusa per tirarsi indietro, contrariamente a tanti a cui rivolgevo la richiesta. Avevo pubblicato il libro a mie spese e versavo il ricavato delle cessioni a una associazione umanitaria, senza trattenere neanche il costo di stampa. A quell’epoca, me lo potevo permettere, avevo un lavoro e guadagnavo profumatamente. Robert non si comportò come altri che mi offrivano la collaborazione entusiasti per poi restituirmi invenduti i libri. Un mesetto dopo l’andai a trovare in banca, dove lavorava, e mi consegnò senza tante cerimonie la somma di denaro che aveva incassato. Quando, qualche tempo dopo, seppi che aveva sottratto una decina di miliardi di vecchie lire alla sua banca, rimasi di stucco.
La donna che conviveva con lui l’aveva conosciuto in banca. Aveva diverse esperienze fallimentari con gli uomini alle spalle ma non le considerava. Non aveva perso la voglia di rimettersi con un uomo, così le venne naturale, quando si trovò per la prima volta di fronte a quell’impiegato che assomigliava a Robert Redford, di conquistarlo. Era scapolo e più giovane di lei, lei era una bella donna e non incontrò nessuna difficoltà a raggiungere il suo scopo.
Non appena si misero insieme, Robert subì dei cambiamenti. Per prima cosa perse l’atteggiamento professionale alquanto gelido e distante dell’impiegato di banca che inizialmente aveva, mi hanno riferito, perché non so esattamente come si comportava prima: quando lo conobbi, già conviveva. Poi mutò il suo modo di vestire: ora indossava cravatte sgargianti e camicie a fiori che gli conferivano l’aspetto del perenne turista. Ai suoi polsi, comparvero un Rolex d’oro massiccio e vari bracciali dello stesso metallo, un vistoso collier pure d’oro gli girava intorno al collo.
Al paese sapevano che non era stata lei a regalargli questi gioielli, semplicemente perché non poteva permettersi di comprarli: viveva di lavori precari e mal pagati. Ma qualcosa lei c’entrava. La verità è che Robert giocava a carte. A volte vinceva, delle altre perdeva, come tutti i giocatori che rischiano poche somme e non intascano mai una vincita considerevole. Si mormorava che lei lo incoraggiasse a osare di più. Dal tavolo verde, entrambi compirono durante i week-end raid ai vari casinò del nord Italia e oltre frontiera. Non si è mai capito se la fortuna di Robert raggiungesse o meno alti picchi in questo periodo ma nessuno sospettò mai che il denaro che lui usava provenisse dai conti dei clienti della banca. Una cosa era certa: qualunque ne fosse la fonte, l’abilità di Robert era considerevole, dal momento che il suo stile di vita dispendioso perdurò svariati anni.
Quando il grosso ammanco venne alla luce, la banca intimò al proprio impiegato di restituire il denaro che si era indebitamente appropriato. Robert disse semplicemente che non lo aveva. La banca lo licenziò e la cosa finì li. Non riuscì neanche a mandarlo in galera. Fu allora che Robert e la sua convivente tolsero le tende dal paese.
Per anni non seppi più nulla di loro. Quando casualmente li incontrai al ristorante in un luogo di villeggiatura, sembrava che il tempo per Robert non fosse passato. Assomigliava sempre all’attore americano, con quell’aria di eterno ragazzo che aveva. Ci salutammo e ci abbracciammo. Mi chiese se ancora vendevo i miei libri per devolvere il ricavato in beneficenza. Risposi di sì. Non rivelai che avevo perso il lavoro e trattenevo le spese di stampa.
Commenti
4 risposte a “Robert Redford”
Una storia particolare, una storia che non esula dai nostri tempi. Di rilievo soprattutto due personaggi: il Redford e l’autore del libro in vendita per beneficenza. Il primo mostra due facce: quella dell’imbroglione nei confronti della banca, dove lavora, e quella benefica, che non sa trattenere i pochi soldi ricavati dalla vendita del libro dell’amico. Non viene nessuna voglia di condanna per quel personaggio, che, in un certo senso ci appare anche “accettabile”, pur con i suoi difetti e le sue manie. L’altro, l’autore del libro venduto per beneficenza, ricorda tanti e tanti di noi che scriviamo e che, ogni tanto, pubblichiamo a nostre spese il frutto della creatività. È tenero questo secondo personaggio, ti entra nel cuore, anche se l’autore del racconto non fa niente per imporlo. E lo apprezzi, non solo perché ha il dono di scrivere, ma soprattutto nel momento in cui non riesce più a far beneficenza con il poco ricavato dalla vendita dei suoi libri. Vive il dramma di tante persone del nostro presente: la disoccupazione.
Una prosa asciutta, equilibrata, essenziale che fissa le immagini e particolarmente i personaggi nella loro oggettività, che, senza forzare, ci porta a successive stratificazioni di pensiero e di considerazione. Un quadro disegnato con mano sicura, attraverso una linea consecutiva in cui i sentimenti ed i gesti si manifestano gradualmente, proprio grazie alla scrittura lineare e precisa per cenni ed allusioni. Ne emerge un “luogo interiore” concreto, dove mai figurano giudizi etici e si lascia al lettore la libertà analizzante e “penetrante”
Gian Gabriele Benedetti
Grazie per la mirata attenzione, Gian Gabriele.
Questo racconto l’avevo letto in lpels. Hai uno stile tutto tuo, Felice, vai per la tua strada e sembra che tu sappia dove andare. e secondo me scrivi bene.
Grazie, Marino. Essere ‘capito’ e letto da uno scrittore importante che considero e ammiro mi conforta ampiamente.