Beckett, il cronista dell’angoscia

di Raul Radice
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 24 ottobre 1969]

Stoccolma 23 ottobre, notte.

Il premio Nobel per la lette ­ratura è stato attribuito oggi allo scrittore irlandese Samuel Beckett « per la sua opera che, adottando nuove forme per il romanzo ed il teatro, trae dalla desolazione dell’uomo contempo ­raneo la sua elevazione ». Il premio (che ammonta quest’an ­no a 375.000 corone, 43 milioni di lire) verrà consegnato a Beckett da re Gustavo VI Adol ­fo di Svezia il 10 dicembre, giorno anniversario della mor ­te di Alfred Nobel.
La riunione dell’Accademia svedese è durata soltanto mez ­z’ora, cosa che sottolinea l’u ­nanimità manifestatasi intorno al nome di Beckett.

Samuel Beckett è nato nel 1906 a Foxrock, vicino a Dubli ­no, da una famiglia borghese di religione protestante. Lo scrittore si trova ora in vacan ­za in un villaggio della Tuni ­sia, isolato da tre settimane in seguito alle gravissime allu ­vioni.

Samuel Beckett, scrittore di lingua francese e inglese, si staccò dalla nativa Irlanda su ­bito dopo essersi laureato in lettere. Già nel 1928, dopo ave ­re insegnato per breve tempo a Belfast, era a Parigi, lettore di inglese presso l’« Ecole nor ­male supérieure ». E’ di quegli anni la sua amicizia con Joyce, del quale non fu segretario, co ­me frequentemente si asserisce, ma discepolo e interlocutore, rapporto di cui fa fede l’epi ­stolario dello stesso Joyce. E sono di quegli anni i suoi pri ­mi saggi letterari, e le prime traduzioni in lingua inglese di composizioni di Breton, di Eluard, di Crevel e di Eugenio Montale la cui poesia Delta ap ­parve nel 1930 in un fascicolo della rivista parigina This Quarter.

Ritornato per qualche anno in Irlanda ( il « Trinity Colle ­ge » di Dublino lo aveva no ­minato assistente alla cattedra di lingue romanze), Beckett die ­de successivamente alle stam ­pe un saggio su Proust, pubbli ­cato a Londra nel 1931, i rac ­conti riuniti sotto il titolo More Pricks Than Kicks (1934), e la raccolta di versi Echo’s Bones and Other Precipitates (1935). Nel 1937 si ristabilì a Parigi, e l’anno successivo pubblicò il primo romanzo, Murphy, cui fe ­cero seguito Molloy, Malone meurt, L’innommable, e Textes pour rien, tutti pubblicati a guerra finita ma massimamen ­te concepiti e scritti durante l’invasione della Francia. Ag ­gregato al movimento della re ­sistenza, Beckett era poi ritor ­nato in Irlanda come volonta ­rio della Croce rossa, ma sul finire del 1945 già era rientra ­to a Parigi con l’intenzione di dimorarvi stabilmente.

Non si può dire che la ap ­parizione dei primi saggi cri ­tici e dei testi narrativi di Be ­ckett non avesse acceso attor ­no allo scrittore un vivo inte ­resse, ogni poco rinfocolato da nuove ristampe, nonché dalle successive versioni dal france ­se all’inglese o viceversa, le quali, firmate dallo stesso Be ­ckett, finirono per creare un caso di bilinguismo attorno al quale non si è ancora finito di discutere (le tesi di laurea su Beckett e la sua opera, nell’ul ­timo decennio, sono state inso ­litamente numerose). Vale piut ­tosto la pena di notare che il fatto di avere adottato una lin ­gua letteraria (la lingua fran ­cese), diversa dalla sua lingua di origine (la lingua inglese) ha suscitato in taluno l’idea che Beckett avrebbe con ciò deliberatamente ricercato una inevitabile attenuazione dei propri mezzi espressivi la qua ­le gli dava la possibilità di mettersi al riparo dei pericoli di una troppo puntigliosa ri ­cerca stilistica.

Altri invece, ma ciò doveva accadere più tardi, quando or ­mai i testi teatrali di Beckett erano accolti sui palcoscenici di tutto il mondo, a quel bi ­linguismo attribuirono soprat ­tutto un valore emblematico, riconoscibile nel segno costan ­te di una poetica che riguar ­dava tutta quanta l’opera dello scrittore, ma la cui perentorie ­tà era emersa agli inizi del 1953, dopo la rappresentazione di En attendant Godot, due at ­ti allestiti da Roger Blin al « Babylone » di Parigi (ne era stato auspice Georges Neveux), successivamente replicati per cinquecento sere consecutive.

Beckett, nel 1953, già cono ­sceva la rinomanza. Ma la sua fama, che si è sempre più in ­grandita, comincia da allora e resta legata soprattutto alla sua attività di drammaturgo. A En attendant Godot (opera che segna l’esordio di Beckett alla ribalta nonostante sia sta ­ta preceduta da una Eleutheria in tre atti tuttora inedita) fecero seguito Fin de partie (oggi considerato il pezzo più pungentemente significa ­tivo dell’intiera drammaturgia beckettiana), Acte sans paroles (I e II), Krapp’s Last Ta ­pe, Tous ceux qui tombent, Cendres, (premio Italia 1959), i radiodrammi Va-et-vient e Eh Joe, le brevissime compo ­sizioni Mots et musique e Ca ­scando, Comédie e, fra gli ul ­timi, Oh les beaux jours, rap ­presentato anche in Italia con il titolo Giorni felici.

Salite ai fastigi della ribal ­ta europea quasi contempora ­neamente alle opere di Eugène Ionesco, altro scrittore di lingua francese nato in Roma ­nia, le opere di Beckett, la cui misura resta sostanzialmente l’atto unico anche laddove, co ­me in Giorni felici, un inter ­vallo di tanto in tanto si impo ­ne, furono frequentemente af ­fiancate a componimenti e at ­ti unici d’altri scrittori riuniti sotto una insegna generica che incontrò rapida fortuna: il tea ­tro dell’assurdo. In realtà si trattava di accostamenti oc ­casionali che non permetteva ­no di stabilire, nemmeno al ­la lontana, una effettiva pa ­rentela fra Beckett e i com ­pagni di viaggio che il teatro gli affiancava di volta in vol ­ta. Nello stesso Ionesco che doveva presto intristirsi ma nelle prime opere del quale il piacere del gioco, e magari di un gioco avventurosamente fi ­lologico, acquistava una netta prevalenza, sarebbe difficile individuare concrete se pur fuggevoli coincidenze con Be ­ckett. Anche la sfiducia nella parola, e la tendenza (comu ­ne ad altri scrittori anglosas ­soni) a ridurne e a capovol ­gerne i significati in quanto in un mondo insensato non possono aver senso nemmeno le parole cui spetterebbe il compito di designarlo (il « calembour » fa sì che nel discor ­so su Beckett non di rado sal ­ti fuori il nome di Wittgen ­stein), non trova nei due scrit ­tori una plausibile assonanza. Tant’è vero che Beckett è arri ­vato da una parte alla gradua ­le riduzione e abolizione della parola, quel che rimane della voce di Krapp è affidato a una incisione su nastro, dopo di che è la volta della pantomi ­ma; ma dall’altra non ha ri ­nunziato ad esaltarla (Giorni felici) non appena gli è sem ­brato che dalla evocazione, non escluse le parentesi liri ­che, la sua disperata visione del mondo e il suo nerissimo presagio dell’inevitabile fran ­tumazione e annullamento del ­l’uomo potessero trarre il mag ­gior partito.

Molte cose si potranno dire dell’opera narrativa e dram ­maturgica di Beckett, nella quale non passa giorno senza che vi si scopra un significato insupposto. Ma una cosa è cer ­ta: egli resta l’esponente di una tragicità quotidiana e di una angoscia senza scampo i cui insopprimibili caratteri non possono essere confusi con la disperazione e l’angoscia sca ­dute a motivo mondano, dopo Beckett così frequentemente un po’ dovunque contrabban ­date.

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