Due brevi racconti

scritti da Nicola Dal Falco

La porta morta

È lasciando l’autostrada che ho scoperto l’esistenza della porta morta. Scivolando in acqua come dalla fiancata di una nave dentro la pianura, dove le linee si sovrappongono in una trama che sorregge cose e persone.

Una volta entrato, sei obbligato a seguire mentalmente l’ésprit della pianura, una geometria che si arresta soltanto in vista del mare e delle montagne, preferendo questa o quella diagonale, cercando riparo in un angolo retto o sostando lungo il lato.
Qui, tutto converge sull’osservatore, nell’indefinibile sensazione di trovarsi sotto mira.
Eppure, il grande spazio segmentato, sottratto alla natura, invoglia alla passeggiata, perché mille ostacoli, comprese la nebbia e le brume estive, si intromettono tra lo sguardo e l’orizzonte.
Ma anche l’orizzonte è in fondo una nozione vaga. Meglio il concetto di scacchiera, di campo di gioco, che per sua natura accoglie un’infinita varietà di mosse.
Questa moltiplicazione di effetti sta alla base della porta morta, della sua necessità.

Essa rappresenta l’unico luogo senza precisi confini in una terra percorsa da ogni tipo di retta, le cui distanze sono state calcolate e ricalcolate.
Paradossalmente, ha due ingressi, due archi che si staccano verso l’alto e una sua intimità che collega, attraverso la porta di casa e quella della stalla   – aperte una di fronte all’altra – il mondo umano e quello animale, reciprocamente dipendenti.

Osservandone la suddivisione (due ingressi, orientati est-ovest e due porte, nord-sud) si è colpiti dall’analogia con la rosa dei venti, con il percorso del sole e l’asse magnetico.
Vi transita ancora il carro, emissario tra il fuori e il dentro. E qui, stava la vasca dell’acqua, elemento proteiforme che più di tutti predispone l’animo alle fantasticherie.
Un irriducibile arcade potrebbe immaginarsela   come un ninfeo che, con la sua architettura uterina e il continuo brusio d’acqua e d’insetti, ulceri la simmetria un po’ vanesia del parco.
In un recente passato di braccia, la porta morta, corridoio dell’al di noi, serviva, nelle giornate di trebbiatura, a mettere a tavola chi dava e prendeva lavoro.

Su questa soglia allungata che è “stanza del fuori” e “fuga del dentro” trova asilo da sempre la voce, in cerca di un posto comune, né stretto né ampio, dove i pensieri si raccolgano un attimo in suoni, prima di rivolar via nella pianura.
Insomma, transitando dalla porta morta, si resta in bilico, ingoiati e risputati dalla gola della balena che attraversa gli oceani come un carro di fieno.

Acidi

La porta morta
è la gola della balena;
un cambio di stato come nell’incisione.

Le graveur sceglie la ferita,
segue l’unghia che separa;
misurandosi con la forza ambigua dell’acido;
approfondendo il nero fino alla luce;
e gettando su tutto il sale del bianco,
la carta che assorbe e ricompone.

Poi, chiede alla terra tutto il peso
di cui ha bisogno,
perché il foglio nasca, stiri le membra intorpidite
e appaia più carnale di un sogno.

Toccalmatto, marzo 2002

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