di Claudia Di Monaco
A Ingmar Bergman

Disteso sul divano,
la testa appoggiata sul palmo della mano
sopra il cuscino,
attraverso l’obiettivo mi guardi
e sorridi.
Il tuo sorriso è dolce,
il tuo sguardo sereno.
Credo che tu mi abbia appena detto qualcosa,
ma non ricordo…
Forse sei l’unico che mi abbia mai capito,
Ingmar.
Forse sei l’unico che mi abbia mai amato.
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L’ opera d’arte, quando è sublime, come quella di Ingmar Bergman, è un atto d’ amore verso l’umanità, verso ogni singolo spettatore. Essa entra nel cuore dello spettatore se riesce a toccare la parte più intima della sua anima, e ciò può avvenire solo se quell’ anima la si è indagata e la si conosce nel profondo.
Nel cinema, l’atto d’amore del regista verso lo spettatore è filtrato attraverso l’obiettivo della macchina da presa. Nel mio scritto, l’atto d’amore che si compie con la settima arte è traslato nello scatto fotografico: fotografia e cinema, sono entrambe forme d’arte. In entrambe, il rapporto con lo spettatore è filtrato attraverso l’obiettivo. E come il regista, attraverso i suoi film, dona una parte intima di sé, altrettanto fa Bergman in quello scatto, ripreso nell’ intimità della sua casa, in un atteggiamento intimo, privato.
Nella prima parte dello scritto io sono lo spettatore che scatta quella foto a Bergman e, nel contempo, lo spettatore che guarda un suo film: lui mi fa dono di uno sguardo intimo, in cui rivela una parte privata di sé.
L’obiettivo citato nello scritto è, al contempo, quello della macchina fotografica e quello della macchina da presa, che operano in senso solo apparentemente opposto: lo spettatore “dirige” l’obiettivo della macchina fotografica che coglie quello sguardo; il regista orienta l’obiettivo della macchina da presa verso la finzione scenica, ma così facendo riprende in verità se stesso, trasmettendo il suo sguardo intimo, una parte autentica di se’ allo spettatore, che dunque, guardando attraverso la macchina da presa, non vede più la finzione, ma accede al mondo interiore del regista.
Appena prima dello scatto, che è uno scatto privato, egli probabilmente ha detto una frase, che nel mio scritto rimane altrettanto privata tra lui e ciascuno spettatore, perché l’opera d’arte è, paradossalmente, una forma di comunicazione privata, percepita da ognuno in modo diverso.
La seconda parte è una riflessione sulla solitudine dell’essere umano e la mancanza di comunicazione in questo mondo che, paradossalmente, è pervaso da mezzi di comunicazione di ogni tipo, in continua evoluzione, che ci tengono costantemente collegati con gli altri (smart phone, social media, internet): una condizione di isolamento, che io sento profondamente e che mi turba e mi ferisce.
È dunque inevitabilmente l’arte l’unica forma possibile di comunicazione autentica tra gli esseri umani. È solo nella creazione artistica, quando è sublime come quella di Bergman, che le anime si toccano. È tramite l’arte che si esprime l’unico atto d’amore veramente puro.
Lo scritto è dedicato a Ingmar Bergman, come espressione di profonda gratitudine per tutti gli sguardi d’amore che, con i suoi indimenticabili film, mi ha rivolto.
NOTA. Foto di Ingmar Bergman(1960), tratta da “Ingmar Bergman.L’eredità di un genio e tutto quello che rimane del maestro” di Tommaso Aprigliano, 30 luglio 2025.
(25 aprile 2026)