Finito di leggere l’Eneide

di Bartolomeo Di Monaco

È accaduto pochi minuti fa. Ne ho tratto un’impressione notevole, devo ammettere superiore all’entusiasmo che ho provato leggendo l’Iliade e l’Odissea. Naturalmente il debito di Virgilio nei riguardi di Omero è indiscutibile. Senza le sue opere non avrebbe potuto tessere la trama di un’Enea fuggiasco da Troia, che gli dei hanno destinato ad approdare, nella sua fuga da Troia, sul suolo italico per dare inizio alla grandezza di Roma. Le guerre contro i popoli stanziali sono descritte in modo da sedurre il lettore. Lo scontro tra Enea e Turno, re dei Rutuli, lascia col fiato sospeso. Come Achille che nell’Iliade non risparmia Ettore poiché questi ha ucciso l’amico Patroclo, così succede nell’Eneide quando, Turno ferito, Enea sta per accogliere le sue suppliche di salvezza, ma quando nota che il re dei Rutili indossa le insegne dell’amico Pallante, figlio del re degli Etruschi, Evandro, decide di ucciderlo: “Tu indossi i resti di un mio caro amico… Non uscirai vivo dalle mie mani! Adesso Pallante potrà vendicare la propria morte con il tuo sangue scellerato!”.

Ringrazio il traduttore in prosa dei 3 poemi, Marco Bonfiglio. Ora mi appresterò a leggere la Divina Commedia, sempre in prosa, tradotta da Ettore Moràs.

21 maggio 2026

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