racconto di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]
Alle sette in punto la sveglia trillò, invadendo col suo suono acuto e penetrante l’intera stanza.
Marco, contrariamente al solito, non imprecò contro quell’importuna, anzi stavolta gli parve il richiamo di una musica amabile che provenisse da lontano. Il sonno profondo della notte lo aveva reso ben riposato e disponibile, ed alcuni sogni piacevolissimi, che gli sfumavano nella mente, lo avevano lasciato in uno stato di assoluta distensione e di beatitudine mai assaporato fin allora.
Volle crogiolarsi un po’ nel tepore del letto, godendosi questa rara sensazione di benessere. Rimase, così, alcuni minuti immobile, ripassando ad occhi chiusi i sogni della notte, finché un raggio capriccioso di sole, insinuandosi attraverso una piccola fessura della finestra, dapprima timidamente, poi con maggior decisione, tagliò in due la penombra della stanza ed andò a posarsi sul suo volto. Sentendosi sfiorato dolcemente dalla carezza luminosa, aprì gli occhi, ancora velati di sonno, e decise di alzarsi, senza ribellarsi con tutto se stesso a tale intento, come faceva d’abitudine.
Si sentiva per davvero in piena forma ed aveva l’animo avvolto da inusitato piacere. Si batté alla maniera di Tarzan alcuni colpi sul petto con i pugni chiusi e, canticchiando motivetti allegri, prese a prepararsi per il lavoro.
Non lo tormentava, in quella mattina, neppure l’idea dell’ufficio, del solito tran-tran, delle stesse facce di ogni giorno, dell’espressione dura e distaccata del capo, della petulanza della di lui segretaria, sempre così scostante ed acida…
Sull’uscio di casa, prima di mettere fuori il naso, si fermò un attimo interdetto: bisognava uscire con il piede appropriato. Questa doveva essere una giornata particolare, costellata di spensieratezza e di serenità, una di quelle giornate che capitano di rado, solo quando c’è alta pressione nell’atmosfera e l’organismo si sente ben ossigenato e la mente appare più aperta e più lucida. Andava incominciata nel giusto verso.
Pensò fra sé: “Con quale piede si deve uscire per prima in modo da rispettare le regole fondamentali della superstizione? Oh, questa è bella! Non me lo ricordo”.
Rifletté un poco, poi: “Deve essere col piede destro” affermò con decisione, e così fece.
Era una mattinata di tarda primavera, talmente splendida che già faceva vaporare il pensiero verso le vacanze, proiettandolo nell’intensità turchina del mare e nei verdi silenzi dei monti. Nel cielo, trasparente e di un tenero azzurro, che pareva rassettato dalle mani degli Angeli, migrava un sole ormai desto e deciso, in un luminoso dialogo con le ultime gocce di rugiada rimaste, come indugio vezzoso di diamanti, qua e là, nei minuscoli giardini, dove timide rose volgevano il capo per raccogliere e centellinare l’abbraccio radioso che blandamente le destava. I passeri dalle gronde si perdevano in un allegro cicaleccio, festeggiando il giorno che spalancava le braccia nel suo amplesso colorato di chiaria e di vita.
Marco assaporava con intensità il profumo di questa giornata che sentiva così piacevolmente sua e pareva persino stupito di trovarsi negli stessi luoghi, quelli di sempre: l’animo gli sprigionava la medesima gioia dello scoiattolo libero tra i recessi del bosco nella fiorita stagione ed era imbevuto di tale allegrezza da essere spinto a canticchiare ancora ariette gaie, mentre muoveva i suoi passi verso il cancello del giardino.
Fu allora che gli giunse all’orecchio una voce carezzevole:
“Buon giorno, signor Marco!”.
A quel saluto, alzò lo sguardo e vide, quasi apparizione di fata, la signora dirimpettaia che gli sorrideva con aria festosa dal suo balcone orlato di teneri gerani in fiore.
Ella, poggiate le braccia alla ringhiera, era avvolta in una vestaglia da camera di un pervinca intenso finemente lavorata, che lasciava intravedere una porzione maliziosa del suo petto giovanile. I lunghi neri capelli, sciolti, che ogni tanto carezzava all’indietro con un gesto sapiente della mano, le conferivano l’aspetto di una donna un po’ fatale.
Marco rimase per un attimo ad osservarla con occhi pieni di meraviglia convinta e di desiderio mal celato, pensando tra sé: “Eppure non mi era mai parsa così affascinante: si vede che ero proprio cieco!”.
Indi le rivolse, in risposta, il suo più cordiale saluto:
“Buon giorno, signora Laura!”.
Ma non si limitò solo a questo: sentiva il bisogno di fermarsi almeno un po’ ed era in vena di manifestare, come raramente gli era successo, la sua ammirazione nei confronti della donna. Così aggiunse, stupendosi non poco di trovarsi tanto audace quanto mai:
“Come è tutta bella stamani, signora! Sembra un fiore tra i fiori ed è proprio intonata con questo mattino di sogno”.
La donna, visibilmente compiaciuta, tentò di schermirsi con un movimento del capo, che permise alla vestaglia di aprirsi ancor di più e di mostrare una parte più copiosa del turgido petto.
“Stamani lei ha davvero voglia di scherzare” comentò ella con voce che a stento riusciva a mascherare un senso di intima femminile soddisfazione.
“Non mi permetterei, mai e poi mai, di scherzare. Sono veramente felice di averla veduta. La sua apparizione è stata per me un gradevole risveglio e la sua visione riempirà la mia giornata, ammazzando sicuramente la noia del solito lavoro. Peccato che debba andare di fretta: l’orario è tiranno. Mi riserbi momenti soavi come questo, signora Laura. Buona giornata!”.
Marco si allontanò, cullando nell’animo un certo appagamento: finalmente era riuscito ad esternare una parte di se stesso, sempre rimasta impigliata nelle pieghe di una timidezza forse atavica e mai sconfitta, che spesso lo aveva fatto apparire individuo poco brillante, talvolta impacciato, altre volte persino antipatico.
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Prima di entrare nel bar, dove ogni mattina consumava la sua affrettata colazione, volle soffermarsi dinanzi alla vetrina in cui “stazionavano” quasi da un’eternità bottiglie di liquori sapientemente disposte. Con la scusa di guardare l’interno, si pose a specchiarsi nel grande cristallo che rifletteva assai nitida la sua immagine.
Il viso rotondo, la sua corporatura robusta ma tutto sommato sufficientemente armonica, la capigliatura, spruzzata di neve, sempre abbondante, nonostante gli “anta” fossero suonati da un pezzo, gli conferivano un aspetto che egli ritenne piuttosto interessante, tanto che non provò quella specie di disprezzo di se stesso come di frequente gli accadeva.
Dopo essersi specchiato più volte, volgendo con un pizzico di vanità la testa ora da un lato ora da un altro per meglio osservarsi, seco si compiacque e: “Va’ che sei sempre un bell’uomo!” finì per incoraggiarsi.
Nel bar il via vai indifferente della gente si perpetuava, come ogni mattina, tra una consumazione rapida ed uno stanco saluto appena accennato. Aspettò che la giovane commessa avesse sbrigato gran parte della clientela che lo precedeva e si avvicinò con atteggiamento cordiale e disinvolto al banco.
“Felice giorno, cara signorina Mary!” la salutò con calore desueto.
“Buona giornata a lei, signor Marco!” gli rispose ella sorridente ed un tantino sorpresa del saluto così espansivo. “Prende il solito?”
“Certamente! Un caffè preparato con le sue mani graziose ed una brioche dolce come lei sono un viatico indispensabile per iniziare una giornata di lavoro e riescono a rendere la stessa persino affascinante”
“Signor Marco, stamani è così romantico e audace che mi fa diventare tutta rossa” (in realtà difficilmente il rossore sarebbe potuto affiorare da sotto quel cerone che, pur sapientemente distribuito, ricopriva con una certa dovizia il viso).
“Anche se diviene rossa, la sua bellezza non ci scapiterà di sicuro, anzi risalterà con maggior compiutezza”.
La ragazza socchiuse maliziosamente gli occhi, truccati a dovere, sbattendo con grazia virginea le lunghe nere ciglia, e rivolse uno sguardo, volutamente timido da cerbiatta innamorata e schiva, verso il cliente insolitamente galante.
Marco ricambiò lo sguardo, prolungandolo alquanto, mentre con lentezza compiaciuta sorbiva il suo caffè.
Pagò e, avvicinandosi alla giovane: “I suoi occhi sono una favola d’oriente, signorina Mary. Li porterò con me per specchiarmi ogni tanto nel loro misterioso incanto” le sussurrò quasi all’orecchio. Mary sorrise e l’espressione del suo volto parve illuminarsi.
“Ma stamani è veramente poetico. Mi domando…”.
Marco la interruppe: “Arrivederci, fiore di loto! I suoi occhi sono qui con me”. E nell’allontanarsi avvicinò con garbo studiato il palmo della mano al petto in direzione del cuore.
La commessa, sempre più stupita, rimase a lungo a guardare l’uomo che le si era rivelato inaspettatamente in una veste mai apparsa fino a quel momento. Ma ne rimase gradevolmente impressionata.
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Marco, visibilmente appagato e ammirato di sé, non si era accorto che stava salendo le scale del suo ufficio intento a fischiettare spensierato. Alcuni colleghi lo richiamarono alla realtà.
“Stamani ti vuoi beccare una lavata di capo prima del tempo, mi pare” lo avvertì uno.
“Cosa vuoi, questa per me è una giornata speciale: mi sento profondamente e stranamente allegro, vispo, lieve come un cardellino e non sarà di certo il ‘burbero’ a deturpare questo mio cielo limpido”.
Non fece in tempo a sedersi alla scrivania che la piacevole notizia trapelò: il capo, il ‘burbero’, quella mattina non sarebbe arrivato!
“Lo avevo detto che oggi tutto andava per il giusto verso!” pensò tra sé, fregandosi con soddisfazione convinta le mani. E prese a lavorare con maggior lena, senza che ciò gli pesasse più di tanto. Non avvertiva l’uggia di sempre; l’ufficio non gli pareva poi quella gabbia così deprimente che lo opprimeva alla sola idea; il lavoro, di cui spesso tendeva a lamentarsi, non gli risultava, in fondo in fondo, così piatto e ripetitivo… Addirittura gli sembrò (e per questo ritenne di non essere più lui) quasi “passabile” la segretaria del capo, la zitellona che egli chiamava, con definizione colorita, ma cattivella, “tegame col manico a sinistra”. Riusciva, tanto era corazzato, a sopportare senza rigetto la sua presenza e la sua maniera di comportarsi immancabilmente irritanti, mordaci, oltremodo ripugnanti. Anzi, tanto da meravigliarsene ancor più, provò ad offrirle il suo saluto, sfoggiando la più spontanea amabilità possibile, che di certo contrastava aspramente col ghigno duro della donna.
“Buon giorno, signorina! Bella giornata oggi, vero?”.
Ella grugnì una specie di risposta, saettandolo con uno sguardo torvo, poi se ne andò, voltandogli di scatto il suo voluminoso deretano, il quale, in un movimento sgraziato modellava forzatamente e scompostamente il vestito a fiori vistosi e dai colori sfacciati che indossava.
“Non riuscirai a smontare la mia gaiezza, vecchia megera!” sentenziò, esternando il suo pensiero a mezza voce, mentre la segretaria si allontanava, sbattendo i tacchi sul pavimento con passo pesante e goffo.
E difatti quella giornata approdò velocemente, come se ne va il tempo lieto, sul ciglio della sera, non scalfendo per niente lo stato di benessere annidatosi in modo così fermo e deciso nel suo intimo.
Quando, a buio, Marco sprofondò nella morbidezza della poltrona dinanzi al televisore acceso, non avvertì la solitudine che spesso lo avvolgeva, né l’amarezza che di norma l’aggrovigliava. Prese tra le mani il suo bicchiere di whisky e, nel sorseggiarlo con voluttà, guardava il soffitto ad occhi socchiusi, rivivendo nella mente, beato, tutti quei piccoli insoliti momenti felici assaporati in una condizione d’animo così diversa e quindi da fissare a lungo nel libro della memoria. E non si rese conto neppure che lo speaker del Telegiornale, via via, denunciava gli orrori di una guerra fratricida, annunciava una sequela di arresti eccellenti per corruzione e riferiva i particolari agghiaccianti dell’ennesimo assassinio, opera di una malavita imperante da troppo nel nostro paese.
Domani, per Marco, sarebbe stato un altro giorno come tanti ne aveva trascorsi, un giorno ancora invischiato nel deserto delle sue malinconiche riflessioni, senza ali di speranza. Questo sapeva. Così voleva centellinare gli scampoli di quello vissuto, quasi non volesse distaccarsene.