[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini.]
Racconto di Natale
Un conte de Noël
Arnaud Desplechin, 2008
Catherine Deneuve, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Hippolyte Girardot.
Cannes 2008, Catherine Deneuve (ex-equo con Clint Eastwood) Premi Speciale della Giuria. Pesaro 2008, Premio del pubblico.
A Roubaix (Francia) la famiglia borghese può essere una macchina complicata, a volte teatrale e letteraria. Sottoposta a trapianto cinematografico, può trasformare il trattamento dei sentimenti in un gioco merlettato da cui traspare in lontananza un residuo di Nouvelle Vague ma che non risolve la necessità del dramma di placarsi o comunque risolversi in una catarsi. Genitori, figli, fratelli, cognati, nipoti si articolano in un intreccio di responsabilità caratteriali “vissute” con grande abilità da attori eccellenti, disponibili al gioco della commedia umana e, oltre, alla presa diretta di un cinema-verità ormai, dati i decenni, digestivo. Il risultato è un film che offre arguzia e piacevolezza in quantità sapientemente misurate e comparate con esperienza drammaturgica. La riunione natalizia di famiglia è dovuta ad un raro e intricatissimo caso di urgenza medica. Mielodisplasia. La necessità di un trapianto di midollo di difficile compatibilità accomuna i parenti più o meno diretti in una “gara” convenzionale per il salvataggio della vita di Junon (Deneuve) e li convoglia verso la scadenza rituale, a cui ciascuno porta altre e diverse “malattie” (disturbi, mali di vivere). Desplechin segue il filo con cui aveva già intessuto l’apprezzato Rois et reine visto a Venezia nel 2004 e uscito nel 2006 (I re e la regina), gestendo visibilmente le riprese con lo spirito che fa del set cinematografico un luogo dove il cinema vive insieme agli attori. I francesi ne vanno matti e anche il pubblico della Mostra di Pesaro ne è stato entusiasta. Il Premio Speciale della Giuria di Cannes a Catherine Deneuve (ex-aequo con Clint Eastwood) ha per altro sancito una “universalità” di certe prestazioni pur così distanti tra loro. Ma tornando al filo del fine tessitore, colpisce il legame interno tra il personaggio di Henri, macchia nera della famiglia, scacciato dalla sorella Elizabeth (Consigny), la quale ne paga tutte le insolvenze pur di non rivederlo mai più, e l’altro del citato Io e la regina, quell’Ismael tanto strano da dover essere curato in ospedale psichiatrico. Amalric ne impersona in entrambi i casi il carattere in maniera così organica e riconoscibile che, da sole, le due performances basterebbero a legittimare le nobili esercitazioni del regista. Attorno ad Henri ruota tutto il film perché si tratta di stabilire se tutti gli altri dicono e fanno cose “vere” o se le loro “bugie” evidenziano la “normalità” di Henri. Il quale tiene con la sua stranezza/sincerità/stravaganza i fili del destino altrui. Identità, sostituzioni, follie trasversali, alienazioni collettive, corrosione familiare, confessioni e rifiuti continui, sbandamento di senso, metafora del trapianto (scambio di vite, di sentimenti contrastanti, di storie opposte che vengono dalla stessa radice). Tutto fila nella prospettiva drammatica mentre sussiste una venatura sarcastica che suggerisce commedia. La leggerezza fa capolino ed evidenzia il dramma. È un film che potrebbe non finire mai. Ma «Pensate che avete soltanto dormito e tutto tornerà com’era ».
Baby love
Comme les autres
Vincent Garenq, 2008
Lambert Wilson, Pilar Lí³pez de Ayala, Pascal Elbé, Anne Brochet, Andrée Damant, Florence Darel, Marc Duret, Liliane Cebrian, Luis Jaime Cortez, Catherine Erhardy, Eriq Ebouaney.
Che cosa non farebbe un uomo per divenire padre? Accoppiarsi con un altro uomo, direte voi. Banale. Il tema aggiornato vuol suonare più o meno così: coppia di uomini entra in crisi perché lui (Emmanuel/Wilson) vuole un figlio e lui (Philippe/Elbé) non è d’accordo, a parte il problema di come averlo. Manu però non si rassegna. Dolorante per essere rimasto single, cerca in tutti i modi la soluzione. Il caso gliela porge sotto forma di incidente stradale: tamponamento di una bella ragazza argentina che a Parigi annaspa per avere un documento valido. Fina (Lopez De Ayala), messa al corrente, accetta di fare un matrimonio di convenienza. Darà un figlio a Manu e potrà diventare una parigina legale. Senonché, il promesso sposo, medico pediatra, apprende dalla carissima amica Cathy (Brochet), medico anche lei e attratta palesemente in segreto dal suo carissimo amico, di essere sterile. Ora ci vuole un donatore di seme. Stop. Il resto sarà bene lo vediate al cinema. Non tanto per la “suspense” (con la s giacché il film è francese), quanto perché la commedia è gustosa, mai troppo leggera, mai pesante nell’accennare ai risvolti drammatici, sempre attenta a sfiorare il paradosso evidenziandone il portato sociale. Non è un film “impegnato” eppure impegna, è spiritoso non senza un pizzico di commozione. Bravi e credibili gli attori, discreta la regia che li lascia vivere anche di vita propria.
Il bambino con il pigiama a righe
The Boy in the Striped Pajamas
Mark Herman, 2008
Asa Butterfield, Jack Scanlon, Amber Beattie, David Thewlis, Vera Farmiga, Richard Johnson, Sheila Hancock, Rupert Friend, David Hayman, Jim Norton, Cara Horgan.
«Perché i contadini portano il pigiama? » – «In realtà, quelle persone non sono affatto persone ». Una semplice domanda, una semplice risposta: di Bruno (8 anni – Butterfield) al padre (Thewlis) e del padre a Bruno. Il padre è un ufficiale nazista. È stato appena “promosso”, dovrà comandare un campo di concentramento. Con lui tutta la famiglia, la moglie Elsa (Farmiga), la figlia adolescente Gretel (Beattie) e Bruno, ha dovuto lasciare Berlino per trasferirsi “in campagna”. Senza più i suoi compagni di giochi, Bruno “esplora” i dintorni della nuova casa. Quelle persone che lavorano nel campo sul retro saranno proprio contadini come gli raccontano i suoi? Strano che vadano in giro sempre in pigiama. Uno di loro, tra l’altro, Bruno se lo trova in casa, non fa che sbucciare patate e viene maltrattato. Un giorno che Bruno cade dall’altalena, quell’uomo che “non è affatto una persona” gli cura il ginocchio ferito: non è neanche un contadino, è un medico che sbuccia patate. I bambini, si sa, scoprono il mondo man mano. Bruno poi ha la vocazione dell’esploratore ed è molto curioso. La regìa dell’inglese Herman (Grazie signora Thatcher, 1996) fonde magistralmente fiaba e ironia in un sarcasmo doloroso e affettuoso, per registrare con sgomento il dramma della malvagia insipienza che porta persone “normali” a farsi fagogitare da mitologie perverse, a travisare la storia, a immaginare diabolici trionfi. Il tutto nel “pacifico” andamento familiare, un padre, una madre, una ragazza e il fratellino minore. Il padre, in divisa, sembra stia facendo un “gioco” importante; la madre, preoccupata, fa attenzione a mantenere l’equilibrio, un po’ ubbidendo e un po’ badando all’ordine, un po’ anche interrogandosi sullo strano incarico del marito – tenta di ribellarsi, non avrà il tempo di farlo; la ragazza è pronta ad aprirsi al primo amore, che per sua disgrazia rischia di essere il giovane tenente Kotler (Friend), credulone nazista. E Bruno, esplorando, arriva al filo spinato che lo separa dai contadini in pigliama. Uno di loro è un bambino come lui, Shmuel (Scanlon). Nasce una patetica amicizia, impossibile, tanto triste da far saltare lo spettarore sulla poltrona. E nasce un tragico finale che scaraventa il film in una dimensione allucinante, in cui la fiaba si fa vera e la verità vive la propria fiaba. E dove la vita non può essere “bella”. Non deve più esserlo. Bruno oggi sarebbe forse un nonno. Se vedesse poco lontano dalla sua casa uno strano fumo maleodorante uscire da certe ciminiere, vogliamo credere che non nasconderebbe la verità ad un suo nipotino.
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