I due zampognari

di Gian Gabriele Benedetti
[Oltre a numerosi libri di poesia, ha pubblicato la raccolta di racconti “Paese”, Lalli Editore, 1986]

Forse non avrebbe nevicato, anche se il cielo – tavola grigia di nubi sottili, levigate – emanava una luce scolorita tanto da rendere quasi irreale il paesaggio intorno.
                    La strada saliva verso la cima del colle, su cui spiccava, scuro, spento, il paese con rari comignoli fumanti stancamente.
                    Viti disordinate, annerite e contorte, simili a strane presenze sofferenti, delimitavano i campi pressoché abbandonati. Lontano i monti, con le vette nascoste, apparivano masse confuse ed imbronciate. L’aria, pungente, era immobile, come in attesa.
                     I due zampognari procedevano lentamente, menando i passi pigri sulla ghiaia scabra, sparsa lungo la stretta carreggiata. Avanzavano silenziosi, fianco a fianco, immersi nei loro pensieri. Di tanto in tanto levavano lo sguardo al cielo con apprensione.
                    “Dobbiamo sbrigarci” disse alfine uno. “Il tempo non promette niente di buono. Farà buio presto”.
                    L’altro annuì.
                    Affrettarono il passo: la loro prima meta era ormai vicina.
                    Un tempo nella zona avevano racimolato un bel gruzzoletto ed ora, a distanza di anni, tentavano di nuovo la fortuna da quelle parti.
                    Col fiato fumante, arrossati per il freddo e la fatica, carichi dei loro costumi caratteristici e dei loro strumenti, vollero fermarsi un attimo accanto ad un parapetto, per riprendersi un poco e per rassettarsi, prima di addentrarsi nel labirinto delle viuzze pietrose.
                    Il paese, preso nella morsa di quella fredda giornata dicembrina, era deserto e muto. Nessuno, così almeno sembrava, aveva notato l’arrivo dei due.
                    Si ricomposero e portarono alla bocca gli strumenti. Le note acute, un po’ stridule del piffero, cullate dal lamentoso muggire della cornamusa, violentarono la quiete distesa fra le vecchie case. Il suono, quasi assurdo in quel mondo perduto, serpeggiò a lungo per le vie, senza che si vedesse un’anima viva o si aprisse, almeno per curiosità, una finestra. Solo un bimbo, dagli occhi sgranati di stupore, guardava da dietro i vetri, immobile, non reagendo minimamente al gesto di questua di uno dei due che porgeva il cappello a cono capovolto.
                    Attraversarono l’intero paese, sorpresi e delusi. E si trovarono di fronte, sulla strada principale, ad una misera bottega, che fungeva anche da bar. Entrarono. Dietro il banco il proprietario, corpulento, rubicondo; ad un tavolo un vecchio dalla barba lunga e bianca, con un cappellaccio nero in testa ed un bicchiere di vino dinanzi mezzo consumato.
                    Il vecchio disse ai due: “Mi sa tanto che con le vostre menate farete piovere”.
                    “Piuttosto faranno nevicare” replicò il proprietario. E si mise a ridere grassamente. Poi soggiunse: “Venite avanti e prendetevi un poncino bello caldo ché n’avrete bisogno”.
                    Accettarono e bevvero con avidità, sentendosi rigenerati.
                    Ben presto si ritrovarono sulla via solitaria, per allontanarsi dal paese. L’aria s’era fatta più cupa ed il cielo meno rassicurante.
                    “Dobbiamo trovare un riparo per la notte” disse uno. L’altro fece di sì col capo, guardando, poi, in alto con un certo turbamento.
                    “Da queste parti, un po’ più su, ci deve essere un ‘metato’ in abbandono, se ricordo bene.
                    “Sbrighiamoci, prima che ci sorprenda la notte”.
                    Anche se non spirava un alito di vento, sentivano rabbrividire la schiena.
                    Alla curva scomparve completamente dalla vista il paese, che aveva acceso le prime rare e fioche luci. Ai due lati della strada cominciò a distendersi il bosco di castagni scheletriti. Foglie rugginose, in abbondanza, lo tappezzavano. All’interno il primo buio seminava in modo più deciso i suoi tentacoli e l’intrico nero degli enormi tronchi e dei rami dava inquietudine e sgomento. Un senso pesante di solitudine faceva sentire i due come naufraghi abbandonati.
                    Gli occhi, che lacrimavano dal freddo, erano puntati per scoprire il riparo, e l’animo si sollevò non appena la sagoma scura delle pietre si profilò alla vista preoccupata.
                    L’uscio non c’era più. Si introdussero nell’unica stanza col pavimento di terra. Accesero un fiammifero per vincere l’oscurità: in mezzo due grossi sassi affumicati facevano da alari, in un canto si ammassavano foglie secche e della pula di castagne.
                      Posarono gli strumenti da una parte e si misero a raccogliere stecchi e legna per far fuoco. In breve la piccola stanza fu illuminata e riscaldata da una fiamma scoppiettante e confortante. Ombre tremule danzavano sui muri sconnessi, mentre i due mangiavano pane e formaggio che avevano con sé.
                    Intanto fuori il buio si era fatto intenso e non consentiva di vedere la neve che cominciava a venir giù decisa e fitta, simile a pulviscolo insistente. Si sentiva soltanto, se si puntava l’orecchio, un minuto continuo ticchettio sulle foglie morte.
                    “Ha preso a nevicare” disse il più giovane dei due che si era portato sull’uscio con ancora il boccone da masticare.
                    “Sarà una notte dura, ma per fortuna il riparo c’è e legna ne abbiamo a volontà. Domani… si vedrà”.
                    Rimasero pensosi con lo sguardo fisso sul fuoco che non aveva requie e tratteggiava in luci ed ombre i loro visi tristi. Ad occhi chiusi e con le mani protese lasciavano correre la mente come la fiamma inquieta.
                    “Suoniamo qualcosa per ingannare il tempo” propose uno.
                    E così si armarono degli strumenti, intonando le solite nenie. Suonarono, suonarono a lungo, mentre fuori la neve vorticava più fitta e più larga.
Ai pochi casolari sparsi intorno ancora abitati giungevano smorzati quel suono più penetrante e quel lamento, che sapevano di mistero e di miracolo, e pareva proprio  che qualcosa di straordinario stesse per accadere in quella notte.
                      Poi tutto, all’improvviso, tacque. La quiete più profonda abbracciò ogni cosa, cullando i segreti delle tenebre.
                    Stesi sulla pula e sulle foglie secche, i due dormivano stremati, sognando il calore della loro casa lontana.

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Commenti

4 risposte a “I due zampognari”

  1. Avatar Carlo Capone
    Carlo Capone

    Un paesaggio ostile, un paesetto inospitale, due zampoganari stipati in un rifugio di fortuna. Non c’è nulla che presagisca il Natale se non quelle nenie nella notte. Ma bastano, quelle note, a renderci più lieve il dovere di vivere.
    Buon Natale, Gian Gabriele, e pace agli uomini di buona volontà.

    Carlo Capone

  2. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Ti ringrazio sentitamente, Carlo, per questo tuo commento, che penetra nel cuore del mio semplice raccontino natalizio.
    Anch’io voglio auspicare che la poesia del Natale accompagni i passi dei nostri giorni e ci conceda serenità, fratellanza e pace
    Gian Gabriele

  3. Avatar Mario Camaiani
    Mario Camaiani

    Struggente storia di come un tempo, non poi così lontano, quando per guadagnarsi da vivere c’era da sacrificarsi oltre ogni dire, però poi il pezzo di pane guadagnato onestamente dava la gioia e la felicità. Ma oggi, che la vita è più facile ed il tenore di vita immensamente migliore, siamo altrettanto felici come allora?
    Grazie, caro amico Gian Gabriele per come ci hai descritto così bene questo brano di vita. Un abbraccio, Mario

  4. Avatar Gian Gabriele Benedetti
    Gian Gabriele Benedetti

    Sono io che ringrazio te, Mario, per il tuo struggente commento, che ci fa ancor più capire che per avere la vera felicità a volte basta poco. Basta essere in pace con Dio, con se stessi e con gli altri. Basta accontentarsi di ciò che abbiamo, anche se non è tanto. Non sempre, infatti, il progresso, il benessere, l’eccessiva libertà portano un parallelo sviluppo morale e la gioia auspicata. Si ha spesso, purtroppo, il contrario.
    Ti abbraccio e ti auguro ogni bene
    Gian Gabriele