Il dolore di Gadda

di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 19 febbraio 1970]

La quarta edizione di quello che resta il grande libro di Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore (Einaudi, L. 3.000), porta due capitoli o tratti inediti, scritti nel 1941. Grosso modo potremmo considerarli come conclusivi del libro ma per far questo dovremmo supporre che Gadda esiga delle conclusioni normali, dovremmo, cioè, pensare che le sue favole abbiano una morale strettamente dipendente dal fatto. Ora è vero il contrario, per Gadda la morale precede la favola e di questo si ha conferma in tutti gli altri suoi libri. E, del resto, il fatto stesso ha soltanto un valore di stimolo, tanta è la forza delle ripercussioni interiori e tale è il numero delle amplificazioni.

Tutto questo non impedisce che i due nuovi tratti riflettano quelle che sono le due grandi « costanti » della arte gaddiana; quella più umile, diretta e concreta, in cui lo scrittore riesce a fare una specie di controcanto ai vari oggetti che entrano nel suo discorso e l’altra più alta e che giustamente è stata detta classica. Quando Gadda tocca il punto estremo delle varie sollecitazioni il regime normale delle cose gli salta fra le mani e quasi nello stesso tempo la sua parola acquista un’altra dimensione e il discorso da privato diventa universale, nel senso del tragico e della più cupa delle disperazioni. La cosa diventa inevitabilmente più complessa quando al fondo dei suoi risentimenti si avverte il dato della partecipazione, meglio della complicità.

Il lettore spesso avverte che là dove un altro avrebbe lasciato respirare liberamente la propria vocazione, Gadda limita al minimo tutto quello che avrebbe potuto dire e che invece ha preferito respingere, buttar giù, ringhiottire. E’ uno dei poli della sua fantasia, a cui va contrapposto l’altro dello sfogo di derivazione rabelesiana e che è stato il più facile da recepire al momento della sua entrata in scena. Ma fra questi due punti si è consumata l’esistenza dello scrittore, del Gadda che paradossalmente ha creduto di dover soffocare l’oratore, il gusto del discorso grande che agli inizi è stata la sua grande tentazione. Il caso è unico, uno scrittore che avrebbe potuto fare tutto, saldare in un unico movimento la doppia ansia del proprio cuore ha invece voluto procedere per « tratti », riportando nell’ambito di dimensioni ben precise, geometriche quello che per natura sarebbe stato un torrente impazzito e infrenabile. Ma più si sforzava di restare fedele alla norma degli altri, fino a ideare dei piani di restituzione, più la voce gli si mutava in gola, portandosi dietro il di più dell’oppressione, della pena, del silenzio che sceglieva per svariate ragioni (e non tutte speciose o di comodo).

Del resto tutta la Cognizione è l’esempio più alto di questo regime di contrazioni, dove per l’appunto la parte della commozione finisce per imporre una diversa forma di chiarezza, meglio un modo di partecipazione immediata e ancora sanguinante che il Gadda più riposato, vale a dire meno impegnato, sapeva evitare. Sotto la storia ufficiale salta fuori, scoppia anzi la violenza di una lunga memoria che ha completamente colmato tutto lo spazio dagli anni dell’infanzia a quelli della guerra e poi della maturità. Tutto il contrappunto ci spinge al tragico e non occorre dire che nei momenti di maggior intensità il Gadda ha vinto la sua grande battaglia. La letteratura del nostro secolo non è poi neppure avara di accenti del genere ma per nessun altro ci è parso di dover registrare un tono così alto, di tanta cupa e disperata passione.

Lo stesso Gadda altrove si arresta alla rabbia, qui il cammino è stato compiuto, anzi siamo andati al di là dei confini normali e le sue lacrime di fuoco si sono tramutate in una solenne e travolgente risposta umana. E’ rischioso fare i profeti in letteratura ma in questo caso ne vale la pena: ebbene il Gadda della Cognizione sta da solo, anche fra i suoi vicini più grandi e una delle ragioni â— non l’unica â— è che nessuno come lui ha sentito il sacro della scrittura. Pensare che passa per un dissacratore spietato, affascinato dai colori delle parole che si rompono. No, Gadda come quasi nessun altro ha creduto nella verità della parola che salva e illumina.

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