di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, domenica 2 marzo 1969]
Un nuovo Landolfi. Faust 67 (ed. Vallecchi pp. 180, L. 2000) viene definito dal l’autore come « personale esperimento drammatico »,
formula ambigua cui se gue a dirittura una valu tazione: «fallito ». Il che non è vero e Landolfi lo sa benissimo: uno dei suoi vezzi. Vi porta al fondo della negazione assoluta per ave re il piacere di contraddir vi con dei risultati inecce pibili.
Ma non è tanto della qualità dell’opera che ci sembra di dover parlare (alcuni pezzi, come, per esempio, quello sulla roulet te intesa come arte e non come giuoco d’azzardo, re steranno nell’antologia del Landolfi), quanto della ra gione stessa del libro, che è poi sempre la stessa. A ben guardare, sin dai primi esperimenti, Landolfi ha se guito una doppia regola: da una parte inventare o fingere d’inventare una sto ria, dall’altra fare la storia di sé o il bilancio della pro pria vita. Lo scenario di tutti i suoi libri ha finito per rispettare queste due soluzioni, mutava soltanto la misura ma il lettore non ha tardato a vedere da che parte andavano le simpatie dello scrittore, anche per ché l’antefatto, il tema, l’intreccio â— chiamatelo co me volete â— aveva come unico scopo quello di ripor tare il discorso sulla sua natura.
Faust 67non viene meno a questa forma di delectatio morosa, perché pur pro cedendo a una specie di crocifissione o di dileggio lo scrittore non riesce a na scondere una certa compia cenza. Landolfi è uno di quelli che nell’atto di fare a pezzi la propria statua, procedono a una sorta di esaltazione a rovescio. E’, sì, pronto a buttar tutto per aria ma nello stesso tempo fa di tutto per portarsi die tro nella rovina gli altri, se non a dirittura per far passare prima gli altri da vanti alla sua «risata sini stra ».
La macchina di questo « dramma o commedia d’in certo scioglimento in un avamprologo o proprologo, in un prologo, in numerosi quadri, in un epilogo e ma gari in un postepilogo o epiepilogo senza licenza dei superiori » è assai ben con gegnata. Non saprei dire se e fino a che punto potreb be reggere al confronto del la rappresentazione ma so che alla lettura il dramma sopporta assai bene di es sere recitato a soggetto. E cioè, il canovaccio ci mo stra tutto Landolfi con le sue manie, con la sua tri stezza, col suo gusto della ribellione beffarda e inso lente. Sin dai primi quadri lo cogliamo in quello che è il suo comportamento nor male di rifiuto: della poten za, della ricchezza e del l’amore.
Anche se su quest’ultimo punto lo scrittore riesce a stabilire un legame di con tinuità fra la piccola lavan daia e la moglie. Al rifiuto programmatico delle cose che il mondo avrebbe po tuto offrirgli, Landolfi con trappone la parte dell’ac cettazione che fatalmente coincide con quella che è stata la sua vita e su cui non ha mai smesso di te nere informati i suoi let tori. Il bilancio è necessa riamente negativo, meglio sarebbe dire che doveva es sere per forza passivo. Il dissenso del Landolfi ha il pregio su tutti gli altri tipi di dissenso improvvisati o derivati dell’ultima stagio ne di essere stato radicale, soprattutto di essere stato un dissenso da pagare, con conseguenze, per lo meno sul piano pratico. E non ba sta, il suo è un dissenso di natura, perché coinvolge la natura stessa della persona.
Nato estraneo, educato alla scuola del rifiuto e del la non conciliazione con gli uomini e con le cose, il Landolfi ha messo in pratica la teoria del suo nuovo per sonaggio, di Nessuno. E sì badi non già nessuno per ché lo scrittore non avesse i mezzi per diventare qual cuno ma perché nessuna parte di quante gliene of friva il repertorio del mon do gli garbava. Così quan do si arriva alla soluzione del dramma, decretata dal la voce celeste: «Nessuno si salverà, perché non ac cettò mai di essere qualcu no » si ha la certezza che la storia di Landolfi comin cia dove finisce quella nor male degli altri, o meglio è cominciata col rifiuto. Quel la che era una condanna alla legge del non adatta mento diventa di colpo la ragione del premio e della salvezza.
Seguendo lo stratagem ma del teatro nel teatro, lo scrittore finge di essere per sonaggio, autore e attore nello stesso tempo ma la sua partecipazione va mol to al di là della semplice rappresentazione. Per que sto quando tutti escono dal la scena, il Nessuno-Landolfi resta come unico pro tagonista, mostrando la va nità e l’artificio di qualsia si costruzione umana. In tal senso l’identificazione dell’uomo con il proprio personaggio viene consacra ta e questa volta â— dicia molo â— in maniera quasi perfetta. In altre occasioni poteva nascere il dubbio che la parte del giuoco preva lesse sulla sincerità, qui l’equilibrio raggiunto non lascia dubbi e il lettore-spettatore accetta davvero l’idea di un guardaroba personale o di un mondo diverso da quello stabilito dalle nostre leggi.
Il discorso, insomma, è più rigoroso del solito e non penso che per gustare fino in fondo il dramma sia necessario accettare la rac comandazione fatta dallo scrittore al semplice letto re (« che certo non sarà un lettore semplice »), quel la, cioè, di compensare ed integrare il testo come me glio crede: «sostituendo, per esempio… alcun suo ca-succio personale a quelli qui adombrati ». La recita a soggetto, nel caso di Lan dolfi, tiene ma fino a un certo punto. Primo attore, unico attore, nessuno ha voglia di sostituirlo. Sopra tutto quando la bravura della recitazione riesce a dar un senso a una storia che di proposito non vuole averne nessuno, quando an cora il Nessuno landolfiano rientra di diritto nella ster minata galleria faustiana messa insieme l’anno scorso da André Dabezies in Visages de Faust au XX siècle (ed.PUF) e vi entra con tutta la grazia di chi,partito per cantare Un uo mo inutile, fa una confes sione vera.
Che è poi il segno del grande artista, strappare il premio senza fatica, senza calcoli né programmi.