di Carlo Bo
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 31 luglio 1970]
Chi osservi con spirito di obbiettività i vari fenomeni della vita sociale non può fa re a meno di stabilire un pun to comune di convergenza e, cioè,
che la parola ha perdu to la sua prima qualità di ri cognizione del vero per diven tare una maschera e trasfor marsi nel più comodo degli alibi.
Lasciamo subito il problema della letteratura e sopratuttoquello delle sperimentazioni che hanno come principioquello di vanificare e ridicolizzare qualsiasi memoria del verbo. La parola in questi casi non è che una perpe tua occasione di divertimento. Prendiamo invece il caso della vita politica dove l’estrema complicazione degli strumenti del linguaggio denuncia esteriormente il bisogno della sincerità e della completezza del le informazioni mentre nella realtà quotidiana si assiste al lo spettacolo di un tradimen to immediato e contempora neo alla professione di fede, ai propositi e agli stessi pro grammi. Quando si sente ri petere fino alla noia che il pubblico non è in grado di comprendere il linguaggio dei politici non c’è nessuna obbie zione da fare, la cosa in sé è più che vera ma non dobbiamo dimenticare che lo scopo primo di tutti questi discorsi complicati è ben diverso: non si tratta infatti di rendere con to della verità ma di nascon derla, se mai ci fosse una ve rità da difendere.
*
La parola in tal modo tra dita e camuffata ha un’altra funzione che è per l’appunto quella di allontanare, di allar gare il fosso della divisione per radicare meglio la pianta del potere individuale. Non si è mai parlato tanto del bene comune e dei doveri che ognu no di noi ha nei confronti del la comunità, eppure se si ten ta un calcolo finale ci si ac corge immediatamente che il bene inseguito è quello di una piccola famiglia e che il mec canismo degli equilibri astrat ti ha assoluta prevalenza sul l’altro del miglioramento e della progressiva riduzione de gli squilibri e delle ingiustizie. Si assiste in ultima analisi a un’orgia di parole con potere limitato al momento. Chi vo lesse misurare o soltanto sta bilire un rapporto di forza e di numero fra i discorsi programmatici e quelli finali dei risultati si troverebbe nell’im possibilità di arrivare a una sia pur minima e credibile con clusione.
La ragione di tutto questo fenomeno di ebollizione perpetua va cercata così nella man canza di qualsiasi principio di verità. Non potendo lavorare per una causa, non credendo più intimamente a nulla, ecco che si pone l’altro problema delle giustificazioni e qui si apre una seconda competizio ne: dimostrare o fingere di vo ler dimostrare agli altri la pro pria buona volontà. Al contra rio basterebbe un minimo di fede per impedire la serie dei discorsi fatti di pure ipotesi, di dilettazioni culturali: baste rebbe avere un’idea concreta per insinuare un dubbio inizia le sulla fiera straordinaria e quotidiana delle parole.
Naturalmente la politica non fa che seguire e mettere in pratica una condizione più ge nerale e che ha avuto in altri campi delle prove e delle spe rimentazioni ben più gravi e disastrose. Si pensi all’incer tezza e alle infinite strade in terrotte della filosofia, si pensi al disordine crescente della vi ta spirituale. Soltanto c’è da registrare una differenza: fi losofia e religione hanno aper to in modo clamoroso la crisi delle loro istituzioni mentre la politica finge di trovarsi anco ra in un mondo composto e ri conoscibile. Filosofia e religio ne dubitano chiaramente di se stesse e non passa giorno che autorevoli rappresentanti del le due famiglie non facciano delle denunce totali che sfio rano lo scandalo.
*
La filosofia che ha mangia to se stessa, la religione che decreta la vanità dell’idea di Dio dopo avere discusso sul la morte della verità sono fat ti che molti danno per sconta ti ma così facendo non si fa che giustificare il giuoco delle ipotesi e delle sottili invenzio ni. La politica non è ancora arrivata a questo limite e non c’è arrivata perché i suoi pro blemi sono immediati e dipen dono sempre dall’idea di po tere. E’ pur vero che anche in questo senso c’è tutta una po sizione che sostiene una sorta di rottura totale e invoca del le scelte profetiche, rivoluzioni totali che, a ben guardare, so no altrettante maschere e alibi nei confronti di quelli che so no i problemi stessi della vita comune.
Si ha in ultima analisi l’im pressione che, in assenza di una fede e privi di mezzi au tentici di risoluzione, si sia ritenuto opportuno cedere a una lunga vacanza, al tentativo di gettare in accademia delle questioni che per loro natura non soffrono né divagazioni né di lettazioni. Un osservatore disincantato e freddo potrebbe dire â— bisogna pur ammetter lo â— che tutto il fenomeno è appena la prima conseguenza di un cedimento totale di quel le che erano le regole di una morale comune, più o meno accettata o tollerata, fino allo scoppio dell’ultima guerra. La lunga fiera delle parole non avrebbe che questa fun zione: cercare di nascondere fin dov’è possibile la gravità del naufragio di un certo tipo d’uomo. La politica da questo punto di vista è la parte mag giormente esposta al fallimen to e all’incredulità e, ancora, quella sottoposta più di ogni altra all’usura quotidiana del confronto dei fatti.
Ma non basta; questo giuocare al buio, questa finzione, questa accettazione dell’alibi non sono appannaggio soltan to dei professionisti ma ven gono più o meno liberamente condivisi dalla massa. Le ele zioni funzionano, nonostante tutto una minima parte di spe ranza viene riservata alle ri sposte delle urne mentre sul fondo delle coscienze resta il dubbio che nulla muterà e che la sola salvezza verrà da un miracolo, da « qualcosa che non sappiamo ». Ecco un’al tra contraddizione fragorosa fra la precisione tecnica dei programmi e l’attesa della co munità basata su un atto mi racoloso, su un intervento di natura non umana.
Né sembri da trascurare un altro particolare, vale a dire il contrasto fra le luci apoca littiche di certe diagnosi e il tran-tran quotidiano delle pic cole soluzioni. C’è un’enorme letteratura che per comodità viene classificata col nome del « maggio francese », ci sono ormai degli archivi ricchissimi di questa letteratura rivoluzio naria ma, a ben guardare, fan no parte dello stesso scaffale delle finte programmazioni. Cambia il registro, è diverso lo strumento ma fra chi predica la rivoluzione e chi sostiene le riforme non c’è poi troppa dif ferenza: nella maggior parte dei casi abbiamo a che fare con gente che non crede fino in fondo a quello che dice. Da una parte c’è il ricorso all’ali bi delle parole, dall’altra c’è il quadro dei problemi concreti. Questo spiega anche perché ben raramente si abbia il caso di gente che metta in pratica le proprie idee, perché nessu no si senta moralmente obbli gato a rendere diretta testimo nianza della propria verità. La verità è stata sostituita da un’altra idea, quella dell’op portunità. E per questo c’è una valida giustificazione, la vittoria dell’irrazionale sul ra zionale, di ciò che ci viene dal di fuori su ciò che sta dentro di noi.
*
Chi sappia guardare fino in fondo nel proprio cuore finirà col fare una ben dolorosa con statazione: quando non si cre de più in nulla, quando ci si sia abituati al perpetuo frana re delle proprie opinioni sa rebbe ridicolo puntare sui tem pi lunghi, così come sarebbe inutile fare dei sacrifici o pa gare di persona. Tutte cose che appartengono a un codice da troppo tempo scaduto e che nessuno ha più il coraggio di proporre.
Resta il problema vero che è poi quello che nessuno pone più: il fallimento dell’uomo e il segreto, non confessabile bi sogno di fare riferimento a qualcosa che ci superi e stia più in alto di noi. Fatto il de serto di ogni ragione spiritua le, resta un simulacro d’uomo, assetato di verità.
Resta questo fiume infinito di parole, questo ricchissimo mercato di pretesti quotidiani, di offerte da consumare subi to e soprattutto rimane la que stione del valore da dare alle nostre parole. Questione che fatalmente ne trascina un’al tra: la parola può essere del l’uomo o parola e silenzio sono soltanto di Dio?
A questa domanda tenta di rispondere un professore di letteratura ebraica dell’univer sità di Strasburgo in un libro pieno di suggestioni (André Neher, L’exit de la parole, Du silence biblique au silence de Auschwitz, nelle edizioni del Seuil). La Bibbia viene pre sentata con una nuova visio ne non più soltanto come il li bro della Parola ma anche co me il libro del Silenzio. Il si lenzio, questa categoria aboli ta dalle nostre abitudini, sareb be inoltre il punto d’arrivo, il « regno autentico del Verbo ». Proviamo a tener presente questa guida, ogni volta che ci tocchi di analizzare la crudele dittatura delle parole umane, l’arbitrio e l’alibi dei nostri discorsi e si avrà la riprova che il più delle volte, se non tutte, noi ci serviamo delle pa role per nasconderci, per im pedire la presenza di Dio, per metterci la maschera che ci li beri dal dovere e dalle respon sabilità.