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LETTERATURA: I MAESTRI: Max Born ricorda Einstein5 agosto 2012
di Max Born Rileggendo le lettere inviategli da Albert Einstein durante molti anni d’amicizia, Max Born rievoca la figura del grande scienziato e le vicende di un periodo di studi e di ricerche fra i più fervidi di questo secolo. Le pagine che qui pubblichiamo sono il testo di una conferenza tenuta da Born a Lindau, che la rivista « Duemila », edita in Svizzera, riproduce per intero nel suo ultimo numero. Ho ripreso in mano le lettere che Einstein mi ha scritta nel corso della sua vita. Sono più di cinquanta, lunghe e brevi. Le ho ricopiate tutte per garantirne meglio la conservazione. In questo modo il mio amico mi è balzato davanti agli occhi così vivo che lo vedevo davanti a me in carne ed ossa ed udivo la sua voce e la sua meravigliosa risata. Leggerò e commenterò soprattutto dei passi relativi a problemi filosofici e fisici, ma citerò anche, all’occasione, qualche dichiarazione caratteristica su questioni di attualità. Escluderò la politica vera e propria per quanto essa abbia avuto una parte importante nella vita di Einstein. Molto tempo prima di leggere il famoso lavoro di Einstein del 1905 conoscevo, grazie al mio maestro Hermann Minkowski, l’aspetto formale matematico della teoria speciale della relatività. Ciononostante il lavoro di Einstein fu per me un’illuminazione che influì sul mio pensiero più di qualunque altra esperienza scientifica. Avevo conosciuto Einstein di persona nel1909, aSalisburgo, durante il convegno di studiosi di scienze naturali. Non saprei dire se in seguito abbiamo ‘ avuto contatti epistolari, dato che non sono riuscito a salvare nessuna lettera di quel tempo. Com’è noto, Einstein fu chiamato nel1913 a succedere a Van’t Hoff in un istituto di ricerca dell’Accademia di Berlino ed io venni nominato un anno più tardi professore straordinario all’Università di Berlino per aiutare Planck nell’insegnamento. Ci trasferimmo a Berlino nella primavera del 1915 e cominciai a tenere un corso di lezioni. Ma presto dovetti interromperlo per fare il soldato. Dopo pochi mesi trascorsi in un reparto di aviazione fui comandato in una commissione esaminatrice di artiglieria, un ufficio militare in cui sotto la direzione del mio amico Rudolf Ladenburg un gruppo di fisici era impegnato nella elaborazione di metodi tecnici per l’artiglieria. L’edificio in cui si trovavano gli uffici era situato nella Speichernstrasse vicinissimo alla casa di Einstein, nel cosiddetto « quartiere bavarese ». Avvenne così che andai spesso a trovarlo durante l’intervallo di mezzogiorno. Presto egli venne a casa mia per far musica e discutere con me, ed anche mia moglie prendeva vivamente parte alle nostre conversazioni. In fatto di politica eravamo quasi sempre d’accordo. Ma di questo io non voglio parlare. Il primo scritto della mia raccolta è una cartolina postale che si riferisce ad un mio articolo pubblicato nella Physikalische Zeitschrlft del 1916. E’ un conciso resoconto della teoria generale della relatività. Ancor oggi non tratterei diversamente questo problema. E’ diventato di moda considerare come cosa secondaria il punto di partenza relativistico di Einstein (cioè che l’intensità di un campo Gravitazionale in una scatola è relativa all’accelerazione della scatola stessa), e come cosa principale l’equazione di campo del sistema. Ancor oggi preferisco a questa teoria, sostenuta soprattutto dal mio amico russo Fock, l’originale teoria di Einstein, da me esposta in quell’articolo di cinquant’anni fa. La cartolina di Einstein dice del mio lavoro che egli lo aveva « letto con felice convinzione di esser stato compreso e riconosciuto senza riserve »; seguono altre parole molto cordiali e credo che la nostra amicizia risalga a quella data. Nel 1918 Einstein insieme alla moglie trascorse le vacanze estive nella stazione balneare di Aarenshop. Di quel periodo ho diverse lettere. Da una di queste (priva di data) vorrei citare il passo seguente: « Leggo tra l’altro i Prolegomena di Kant e comincio a capire l’enorme influsso che questo tipo straordinario ha esercitato e esercita tuttora. Quando gli si concede l’esistenza dei giudizi a priori, si è già suoi prigionieri. L’a priori lo devo trasformare, attenuandolo, in “convenzionale”, per non esser costretto a contraddire, ma anche allora quest’espressione non si adatta bene ai singoli punti. Tuttavia è sempre un piacere leggerlo, anche se non quanto il suo predecessore Hume, che tra l’altro era dotato di una dose molto maggiore di sano istinto… ». Trovo veramente originale l’idea di chiamare « un tipo straordinario » uno dei grandi eroi della filosofia tedesca. Espressioni un po’ insolenti come questa sono frequenti nelle lettere di Einstein. Ad una lettera del1919, in cui mi scusavo per il ritardo nello scrivere, adducendo impegni letterari, Einstein rispose: « E lei vuole mantenere perfino le promesse letterarie (per esempio quella fatta a Sommerfeld)? Questo è troppo. Se Shakespeare fosse vissuto al giorno d’oggi, anziché dire, piuttosto duramente “Giove ride dell’innamorato spergiuro”, avrebbe detto: “Giove ride del relatore che manca alla promessa” ». La teoria dei quanti Nella stessa lettera si trova la seguente osservazione attinente alla fisica: «La teoria dei quanti suscita in me impressioni simili alle sue. In realtà ci si dovrebbe vergognare dei successi ottenuti, poiché in realtà sono stati raggiunti in base al principio gesuitico: “una mano non deve sapere ciò che fa l’altra” ». Ciò caratterizza molto bene il modo in cui allora, prima che fosse ideata la meccanica quantistica, si giocava coi concetti della meccanica classica e della teoria dei quanti. Segue, nella stessa lettera, una predica contro il mio pessimismo politico, certamente dovuto ai resoconti della stampa sulle trattative di pace di Versailles. Einstein scrive: « E’ mai permesso ad un qualsiasi incallito determinista di dire con le lacrime agli occhi che ha perso la fede nell’umanità? Proprio il comportamento impulsivo degli uomini di oggi in fatto di politica contribuisce a rendere profondamente viva la fede nel determinismo… ». Qui è formulata per la prima volta la sua confessione di fede nel determinismo, anche se non in rapporto con la fisica, dove il dubbio sulla stretta causalità gli sarebbe sembrato una follia, comunque però in rapporto al comportamento politico degli uomini. Una esauriente spiegazione della sua fede nella causalità ma anche una profonda osservazione sui limiti di questa è contenuta in una lettera diretta a mia moglie e indirizzata a Francoforte, dove nel 1919 ero stato chiamato a succedere a Max von Laue. Il passo dice: « Ed ora, passiamo alla filosofia. Quello che lei chiama ”il materialismo di Marx” è semplicemente il modo di vedere le cose secondo il principio della causalità. Questo modo di vedere risponde sempre alla domanda: ”per quale motivo”? ma mai alla domanda: ”a quale scopo?” Nessun principio utilitaristico e nessuna selezione può farci passare al di sopra di questo. Quindi, quando uno chiede: “perché dobbiamo aiutarci a vicenda, facilitarci a vicenda la vita, fare della bella musica e cercare di produrre delle buone idee?” dobbiamo dire: ”se non lo senti da te, nessuno te lo può spiegare”. Senza questa convinzione fondamentale non siamo niente e sarebbe meglio se non vivessimo affatto. Anche se uno tentasse di motivare queste cose cercando di dimostrare che esse contribuiscono a garantire e a facilitare la conservazione della specie umana, allora si pone a maggior ragione la domanda: ”a quale scopo”? e la risposta su base “scientifica” sarebbe ancor più senza speranza. Quindi, se si vuol procedere ad ogni costo con metodi scientifici, si può tentare di ridurre il più possibile il numero dei fini da raggiungere, e di dedurre gli altri da questi. Ma questo la lascerà indifferente. Non sono d’accordo con la valutazione pessimistica della conoscenza. Una delle cose più belle della vita è avere una visione chiara dei nessi esistenti tra le cose; questo, lei, lo può negare solo in uno stato d’animo depresso e nichilista ». Egli ha aiutato mia moglie, come lei stessa riferisce in un articolo su Einstein pubblicato nella Weltwoche, a non sentirsi più, tra gli scienziati obiettivi, come relegata in un gelido paesaggio lunare. Ella chiese una volta ad Einstein: « Ma lei crede allora che tutto si potrà rappresentare semplicemente con i sistemi delle scienze naturali? ». « Sì », rispose Einstein, « questo è pensabile, ma non avrebbe alcun senso. Sarebbe una riproduzione fatta con metodi inadeguati, quasi si volesse rappresentare una sinfonia di Beethoven come curva della pressione atmosferica ». Il 9 novembre 1919 ricevetti una lettera che cominciava così: « Dunque, d’ora in poi ci daremo del tu… ». Non ho bisogno di dire quanto fui felice e onorato. Spesso per degli adulti che cominciano a darsi del tu non è molto facile farci l’abitudine. Ma in questo caso fu semplice perché era cosa del tutto sincera e spontanea. Non ricordo se ebbi delle ricadute nel lei ». Nelle lettere di Einstein ve ne sono molto poche e solo quando era arrabbiato per qualche cosa. Ciò succedeva a volte e soprattutto quando il pubblico si dimostrava troppo invadente nei suoi confronti. Pensavamo che Einstein fosse troppo arrendevole di fronte all’insistenza di certi giornalisti. Tentai di difenderlo contro attacchi pseudoscientifici e all’occasione scrissi anche articoli in sua difesa. In una lettera del 9 dicembre 1919 egli scrive a proposito di un caso del genere: « Il tuo articolo nella Frankfurter Zeitunq mi ha fatto molto piacere. Ora però, proprio come me, anche se su scala ridotta, sarai perseguitato dalla stampa e da gentaglia del genere. Io ne sono assalito a tal punto che non respiro quasi più e tanto meno posso lavorare ». Poi mi esorta a non rispondere agli attacchi di un certo individuo: « Risparmia le tue energie» lascialo chiacchierare. La sua dimostrazione della causalità a priori è veramente degna di nota ». Nella stessa lettera segue poi il resoconto di un viaggio a Rostock con una descrizione comica della cerimonia del giubileo dell’Università (queste cose, egli non le prendeva mai molto sul serio) e di una visita al filosofo Schlick, che più tardi si stabilì a Vienna e fondò la scuola del positivismo logico che fiorisce tuttora, soprattutto in America. Per qualche tempo Einstein fu molto impressionato dagli argomenti di questa teoria della conoscenza ma in seguito l’ha criticata. « La verità la sa il diavolo » Il 27 gennaio 1920 egli scrive sulla teoria dei quanti: « Non credo che si debbano risolvere i quanti rinunciando al continuum » (Probabilmente avevo proposto qualcosa del genere in una lettera). « Analogamente .-i sarebbe potuto pensare di ottenere a forza la teoria generale della relatività rinunciando al sistema di coordinate. Infatti in linea di massima si potrebbe rinunciare al continuum. Ma come si potrebbe allora descrivere senza continuum il movimento relativo di punti? — …Io credo come prima che bisogna cercare per mezzo di equazioni differenziali una concordanza tale che le soluzioni non abbiano più carattere di continuum. Ma come?? ». (Qui vi sono due punti interrogativi). Nella stessa lunga lettera vi è anche un’osservazione divertente su Spengler il cui libro, Il declino dell’Occidente veniva letto allora da tutti. « Lo Spengler non mi ha risparmiato. La sera si accettano di buon grado i suoi suggerimenti per poi sorriderne la mattina dopo. E’ evidente che alla base della sua monomania vi è una matematica da maestro di scuola. Euclide-Cartesio è l’antitesi che egli vede dappertutto ma — bisogna ammetterlo — con un certo spirito. Queste cose sono divertenti e se domani uno dice il contrario con lo spirito necessario, ci si diverte di nuovo e… la verità, la sa il diavolo! ». Nel 1920 fui chiamato a Gottinga a succedere a Peter Debye. C’eravamo abituati alla vita di Francoforte, apprezzavamo i vantaggi e l’animazione della grande città ed eravamo in dubbio se andare a Gottinga. Chiedemmo consiglio ad Einstein ed egli ce lo diede di buon grado. Vorrei citare un passo della lettera del 3 marzo 1920 che getta luce sulla vita privata di Einstein: « In fin dei conti non è poi così importante dove si sta. La cosa migliore è che seguiate la voce del cuore, senza tanti ripensamenti. Inoltre, essendo io stesso senza radici, non mi sento autorizzato a dar consigli. Mio padre è sepolto a Milano. Alcuni giorni fa ho accompagnato al cimitero di qui il corpo di mia madre. Io stesso ho errato continuamente da un posto all’altro ovunque all’estero. I miei figli abitano in Svizzera e in circostanze tali che per me è una difficile impresa andarli a trovare. Un uomo come me considera che l’ideale è di abitare con i propri familiari e non ha il diritto di darvi consigli a questo proposito ». Decidemmo di andare a Gottinga dopo esser riusciti ad ottenere che venisse chiamato allo stesso tempo James Franck. Il problema delle radiazioni – del come conciliare la teoria ondulatoria con i quanti — lo occupava sempre. In una lettera del 24 aprile 1924 egli scrive: « L’opinione di Bohr sulla radiazione mi interessa molto. Ma non vorrei che mi si spingesse a rinunciare alla rigorosa causalità prima che siano state usate contro di essa armi compieta- mente diverse da quelle adoperate sinora. Il pensiero che un elettrone esposto a un raggio sceglie liberamente l’attimo e la direzione in cui vuole correre, mi è insopportabile. In tal caso piuttosto che il fisico preferirei fare il calzolaio o il croupier. Anche se finora i miei tentativi di dare ai quanti una forma concreta sono sempre falliti, non abbandonerò la partita ancora per molto tempo ». Quando apparve la Meccanica quantistica cui avevamo lavorato Heisenberg, Jordan e io, egli, il 7 marzo 1926, scrisse a mia moglie che l’opera riassumeva il pensiero e le meditazioni di tutti gli uomini con interessi teoretici. » Noi flemmatici siamo passati da un’apatica rassegnazione ad uno stato di straordinaria tensione ». Ma la mia gioia per questo giudizio fu di breve durata. Il 4 dicembre 1926 egli scrisse questa frase distruggitrice: « La meccanica quantistica è molto degna di stima. Ma una voce segreta mi dice che siamo ancora lontani dalla verità. La teoria apre molte strade, ma non ci avvicina al segreto del Vecchio; comunque sono convinto che Lui non maneggia i dadi ». Einstein si stabilì a Princeton, io andai prima a Cambridge, poi ad Edinburgo. Il nostro carteggio non fu mai interrotto e contiene commenti tanto su avvenimenti di attualità che su problemi scientifici e filosofici. Gli mandai un mio piccolo libro intitolato Experiment and Theory in Physics in cui polemizzavo contro le assurde teorie degli astronomi Eddington e Milne e sottolineavo il primato dell’esperienza sulla speculazione. (Purtroppo questo volumetto non è mai stato tradotto in tedesco). Einstein mi scrisse a questo riguardo il 7 settembre 1944: « Ho letto con grande interesse la tua conferenza sull’hegelismo di second’ordine (vale a dire sulle speculazioni) che per noi teorici rappresenta l’eleménto donchisciottesco o, per dir meglio, la seduzione. Laddove tuttavia manchi completamente questo inconveniente o vizio, il filisteo si smarrisce e si perde. Per questo io conto sul fatto che la “fisica ebrea” non si debba eliminare ». Nella stessa lettera, più oltre, troviamo un passo che io ho citato per intero nel mio libro Natural Philosophy of Cause and Chance (Clarendon Press, Oxford: Dover Publications, New York) e che comincia così: « Nelle nostre aspettative scientifiche siamo arrivati a conclusioni del tutto opposte. Tu credi nel dio che maneggia i dadi, ed io nella piena assoggettazione alla legge in un mondo di cose oggettivamente esistenti e che io cerco di ghermire per mezzo di una sfrenata speculazione ». Era l’epoca in cui Einstein, al prezzo di grandissimi sforzi, stava elaborando una « teoria unitaria dei campi » che doveva riunire i campi dell’elettricità e della gravitazione in un sistema di equazioni e inoltre doveva dare anche quanti e particelle elementari. Così come mi addolorava il fatto che egli non ammettesse la meccanica quantistica e tentasse continuamente di confutarla, così lui si rattristava nel vedere che i suoi lavori non riscontravano l’approvazione da lui sperata. Il fisico polacco Leopold Infeld che per un certo periodo aveva lavorato con me a Cambridge e che poi era andato a Princeton da Einstein ha descritto recentemente il suo soggiorno americano in un articolo autobiografico (pubblicato nel Bulletin of the Atomic Scientists, febbraio 1965). Egli racconta che Einstein gli disse più volte: « Qui a Princeton mi giudicano un vecchio barbogio ». Lo si considerava come una reliquia storica. Ciononostante Einstein proprio allora cominciò un lavoro che portò a termine con i suoi collaboratori Infeld e Hoffmann, lavoro estremamente difficile e importante e così audace che Infeld a tutta prima non volle credere alle tesi di Einstein. La teoria generai della relatività si fondava allora su due princìpi fondamentali. Primo: il movimento dei punti materiali è determinato dalle linee geodetiche del sistema spazio-tempo. Secondo: la metrica di questo sistema soddisfa le equazioni di campo di Einstein. Einstein affermava che la prima ipotesi era superflua in quanto derivava dalle equazioni di campo attraverso un passaggio al limite per linee materiali infinitamente sottili. Dapprima i calcoli furono così abbondanti che se ne poterono pubblicare solo degli estratti e il poderoso manoscritto venne depositato presso l’insti tute for Advanced Study di Princeton. Un po’ più tardi e in modo del tutto indipendente il fisico russo W. Fock, da me già ricordato, ha affrontato in modo un po’ diverso lo stesso problema insieme ai suoi allievi e lo ha accolto nel suo noto libro sulla relatività. La teoria di Einstein è stata esposta dopo la sua’morte in una forma molto perfezionata da Infeld e Pebànski in uno splendido libro, intitolato Motion and Relativity (Pergamon Press, Oxford, 1960). Nelle lettere di Einstein di quel periodo ho trovato solo un accenno a questa importante impresa ; in una lettera senza data che risale probabilmente al 1936, vi è il post-scriptum seguente: « Infeld è un uomo meraviglioso. Abbiamo fatto insieme un bellissimo lavoro. Problema astronomico di osservazione con trattazione dei corpi celesti considerati come singolarità del campo. L’Istituto lo ha trattato male. Ma io lo aiuterò ». Infatti su raccomandazione di Einstein Infeld divenne professore a Toronto, Canada, ma là, in seguito alla « guerra fredda », venne di nuovo trattato male e fece ritorno in Polonia. « Teorie statistiche » Verso il 1950 fui invitato a scrivere un articolo per il volume Albert Einstein, Philosopher-Scientist della serie pubblicata in America da P. A. Sclipp, intitolata The Library of Living Philosophers. Dei volumi di questa serie possiedo anche quello su Bertrand Russel. Essi cominciano con una breve autobiografìa dello scienziato in questione, seguita da saggi critici di diversi autori sui vari campi di ricerca e, per finire, vi è la risposta a questi saggi dello scienziato stesso. Nel mio articolo scrissi delle « teorie statistiche di Einstein ». Alla fine di esso analizzai l’atteggiamento di Einstein di fronte alla meccanica quantistica e alla sua professione di fede empirica del tempo della gioventù, tratta da un elogio funebre di Ernst Mach, contrapposi la sua successiva tendenza alla speculazione. In una lettera del 3 dicembre 1947 egli mi ringraziò con queste parole: « Nel tuo articolo vi è tanto calore e la prova chiarissima di quanto rigido e strano tu consideri il mio atteggiamento di fronte alla teoria dei quanti ». Lo stesso volume contiene il famoso resoconto di Niels Bohr della sua conversazione con Einstein sui problemi teoretici della fisica atomica, in cui egli confutava esaurientemente gli argomenti addotti da Einstein per dimostrare l’insufficienza dell’interpretazione statistica della meccanica quantistica. Ma Einstein non si diede per vinto. Quando nel1953 a Edinburgo mi ritirai dall’insegnamento dopo aver raggiunto il limite di età, mi fu dedicata una pubblicazione commemorativa che conteneva molti articoli interessanti; tra questi ve ne erano parecchi tutt’altro che elogiativi che attaccavano l’interpretazione statistica della meccanica quantistica; uno di David Bohm, uno di Louis de Broglie e uno di Einstein. Egli tentava di chiarire il suo punto di vista ricorrendo al semplice esempio di una particella che oscilla tra due pareti elastiche. A me i suoi argomenti non sembravano affatto convincenti, soprattutto perché giudicavo inesatta la formulazione matematica dell’esempio; egli considerava il cosiddetto « caso puro », in cui è conosciuta soltanto la presenza della particella con la minima energia possibile, mentre il caso limite classico si riferisce a un determinato stato iniziale di luogo e velocità e dal punto di vista della meccanica quantistica deve essere rappresentato da una mescolanza di casi puri. E’ facile risolvere questo problema un po’ complicato; in ogni caso il passaggio alla meccanica classica non porta direttamente ad una certa traiettoria della particella con uno stato iniziale beh definito, ma ad un insieme di traiettorie molto riavvicinate. Questo mi indusse a capovolgere la formulazione della meccanica classica, e a dire che essa ha a che fare solo con stati determinati in maniera poco rigorosa. Questa interpretazione mi sembra più valida della solita tesi deterministica perché è assurda l’idea che esistano stati assolutamente esatti, vale a dire misurazioni assolutamente esatte. In altri termini la meccanica classica sotto forma statistica è più valida della solita tesi pseudodeterministica e spero che finirà con l’affermarsi. Alcuni « paradossi» della meccanica quantistica appaiono anche nel caso di una trattazione classica. Invece delle traiettorie si determina una probabilità che si estende nello spazio delle fasi. Ogni nuova osservazione cancella la precedente ripartizione della probabilità e la sostituisce con un’altra; si ha quindi il fenomeno della « riduzione delle probabilità » cui ho già accennato e al quale Einstein si opponeva. Mandai il mio manoscritto ad Einstein. Il carteggio che ne risultò è un groviglio di malintesi e alcune sue lettere hanno un tono un po’ risentito. Tuttavia non ne vorrei citare nessuna. Per finire intervenne Wolfgang Pauli che in quel tempo era a Princeton e cercò di chiarire a ognuno di noi quello che l’altro intendeva. A me rinfacciò, e a ragione, di essere un « cattivo ascoltatore », ma per il resto si dichiarò d’accordo con me e mi aiutò a correggere il mio testo, finché non ne poté approvare ogni singola parola. Il lavoro è stato pubblicato nel 1955 nel fascicolo dell’Accademia danese dedicato a Niels Bohr in occasione del suo 70° compleanno. Tuttavia Einstein non ha cambiato parere. Un punto di vista più che giusto Dopo anni di meditazioni, ho esposto brevemente la filosofia che sta alla base della mia teoria nel volume miscellaneo pubblicato per il 60° compleanno di Heisenberg. Essa parte dall’idea che le predizioni scientifiche non si riferiscono direttamente alla « realtà », ma alla nostra conoscenza della realtà. In altri termini le cosiddette « leggi della natura » ci permettono di trarre dalle nozioni del momento, limitate e approssimative, conclusioni riguardanti una situazione futura, descrivibile, naturalmente, solo in modo approssimativo. E’ questo un modo di pensare del tutto opposto a quello di Einstein e non fa meraviglia che egli mi considerasse come un ribelle. E tuttavia ho l’impressione di aver continuato fedelmente il cammino che egli ci ha indicato nel suo grande periodo, mentre egli, a un certo punto, non è più andato avanti. E’ rimasto fermo all’idea che il mondo esterno, qual è realmente, viene descritto fedelmente e con precisione dalla scienza. Da questo punto di vista la teoria odierna della materia è in realtà un groviglio di assurdità ed Einstein dal proprio punto di vista aveva ragione di confutarla o di considerarla tutt’al più come provvisoria. Non ho più rivisto Einstein dal 1933, l’anno della nostra emigrazione. Nelle sue lettere di Princeton egli diceva spesso che sperava di poter discutere una volta a voce con me le idee che ci dividevano, ma i suoi tentativi di procurarmi un invito all’« Institute for Advance Study » andarono sempre falliti, — non saprei dire perché. Probabilmente là consideravano anche me come un fossile e due residui del passato erano troppo per il gusto dei signori di Princeton. L’ultima lettera di Einstein, scritta a macchina e solo firmata da lui, porta la data del 17 gennaio 1955. E’ accompagnata dalla copia di una lettera indirizzata alla rivista Reporter, che tratta del suo atteggiamento di fronte alla bomba atomica. Non ho parlato qui di queste cose che ricorrono spesso nelle sue lettere. Ma di quest’ultima lettera vorrei citare alcune frasi: « I giornalisti al servizio di una stampa arrendevole hanno cercato di mitigare l’impressione prodotta dalla mia dichiarazione » (in cui egli indicava i pericoli dell’abuso della scienza); a tal scopo essi o hanno presentato le cose come se mi fossi pentito di essermi dedicato alla scienza, oppure hanno voluto risvegliare l’impressione che avessi considerato come meno importanti le professioni pratiche. Ho voluto soltanto dire che, nelle circostanze attuali, sceglierei solo una professione in cui il guadagno del pane quotidiano non avesse nulla a che fare con l’aspirazione a conoscere ». Poco dopo egli morì. Mia moglie ha una lettera della sua figliastra Margot che descrive l’ultima visita che gli fece: « Sai che ero nello stesso ospedale in cui stava Albert? Ho potuto vederlo e parlargli ancora due volte per qualche ora. Mi hanno trasportata da lui sulla sedia a rotelle. Dapprima non l’ho riconosciuto tanto era pallido e cambiato in volto per i dolori sofferti. Ma lo spirito era rimasto lo stesso. Si dimostrò lieto di vedere che il mio aspetto era migliorato e scherzò con me; considerava con superiore distacco il suo stato di salute. Parlava con profonda calma e perfino in tono leggermente ironico dei dottori ed aspettava la fine come un imminente “avvenimento naturale”. Come era stato coraggioso in vita, così di fronte alla morte era tranquillo e modesto. Se ne è andato senza sentimentalismi né rimpianti ». Io so che cosa significa esser stato suo amico. (Traduzione di Marta Bignami) Letto 598 volte. Nessun commento »Non c'è ancora nessun commento. 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