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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Mauro Cristofani: “Suite”, un libro che è un canto d’amore e di pena

25 marzo 2018

di Bartolomeo Di Monaco

“Esprimiamoci pure con l’arte – per noi è un bisogno irrefrenabile – ma vogliamoci bene come due esseri umani.” Questa frase si legge nel primo dei quattrodici racconti che compongono il libriccino di 78 pagine, intitolato “Suite” (è anche il titolo di uno dei racconti), edito da Vittoria Iguazu Editora, di Livorno. Essa ci dà la chiave per aprire le porte del mondo in cui vive l’autore, fatto di carne, di sentimento e di fantasia (si leggerà in “Mail d’amore”: “io, all’immaginazione, soggiaccio volentieri: è il solo caso in cui amo essere posseduto.”). Distinguere e fare esistere disgiuntamente l’una cosa e l’altra è pressoché impossibile, ma si deve tentare. È il tema di una lacerazione che alla fine cerca di ricomporsi per trovare una ragione per vivere (“a volte mi riscopro quel ragazzo che un tempo ansiosamente cercava la sua anima, e la verità.”; “a volte mi sento un povero cristo senza una croce a cui inchiodarmi.”).

Conosco l’autore e ho potuto ammirarne la cultura e la sensibilità. La sua ricerca e la sua ansia di conoscersi e dare una ragione alla sua esistenza formano la materia e lo spirito della sua arte. Egli vola così in alto da stratificarsi nella stessa luce dell’amore. Si può essere coinvolti e trascinati da questo dolente spasimo che si fa voce universale. Quel tu a cui spesso l’autore si rivolge, infatti, è un tu d’amore ed è rivolto a tutti noi, e proprio per questo diviene anche poesia. Già abbiamo percepito in Baudelaire, in Gide, in Rimbaud, in Apollinaire echi di una tale sensibilità universale, e Cristofani vi si associa con la stessa pena. In “Andante cantabile” si legge: “Notte diglielo tu, mi sono affogate alla gola parole dolcissime nei suoi occhi ho perduto milioni di stelle!”; “Se tu fossi neve vorrei scioglierti fra le mie braccia e berrei quell’acqua come un assetato se tu fossi sole mi lascerei bruciare a poco a poco fino a divenire cenere se io fossi cenere vorrei che tu la calpestassi per godere d’una tua carezza!”.

Ancora il canto dell’amore: “l’amore scendeva come nettare rigenerante nelle nostre anime assetate e ne uscii depurato da ogni scoria, mi ritrovai colmo d’amore, amore da dare a te.” (nel terzo racconto: “Il mio breve settembre”). Un amore, dunque, senza egoismi, ma puro dono e offerta di sé, in grado di rigenerare e trasformare (si leggerà, sempre in “Mail d’amore”: “ho accumulato un bagaglio immenso di cose da donare, ma troppo spesso le mie mani restano colme di non dato. Che cosa tremenda sentire tanto amore e non sapere a chi donarlo!”).

La scrittura rispecchia la sensibilità dell’autore: si avvale di espressioni semplici e ingentilite da una grazia raffinata che rimanda direttamente ai disegni (in numero di 21) che arricchiscono questo libro. Cristofani è noto come pittore e in quest’arte vi porta uno stile particolare che ha mutuato soprattutto da Aubrey Beardley e Léon Bakst, ma anche da Gustav Klimt, incastonandolo in una modernità pruriginosa e immaginifica. Sono scene che dimostrano una virtuosa padronanza della forma e uno straordinario talento nella distribuzione dei colori, le quali trasmettono una vertiginosa sensazione di sublime e sconfinata potenza. Tutto è profondo e lussureggiante.

La corrispondenza tra racconto e disegno è assoluta: lo stesso pathos, la stessa pena, lo stesso anelito per la vita.

Anche quando la scrittura s’inoltra in tentativi modernistici (si veda, ad esempio “Il ’77 (incontri)”, il garbo, la chiarezza e quel senso del gioco, ma anche di pena, non vengono meno.

Alcuni racconti hanno i quadri come tema e movente. In “Kevin e il suo ritratto” si legge: “All’entrata ho piazzato una serigrafia su specchio con inciso il bell’efebo che ammira la sua immagine riflessa in uno stagno, ogni visitatore può riconoscersi in quell’immagine perché siamo tutti un po’ narcisi.”.

Ironia, amore del gioco, malizia, humor si rivelano nel racconto già citato “Mail d’amore”. Siamo nell’era della rivoluzione tecnologica: ormai non si scrivono più lettere (o meglio, se ne scrivono poche), e impazzano le e-mail. Nel racconto si assiste ad un civettuolo gioco di rimandi e sottintesi tra una ragazza in cerca di un compagno e quest’ultimo che si diverte a fare il misterioso: “Ma certi menestrelli (io sono tra quelli) non primeggiano in perseveranza ma vanno a cantare castello per castello… Bella madonna dai capelli biondo cenere, davvero non scendi mai dabbasso?”. Assisteremo ad un altro dialogo per e-mail, questa volta malinconico e sofferente, nel racconto “Distanti colloqui”, in cui due uomini desiderano conoscersi: “Tutto ora è chiaro sarai mio amico sempre, così come mi appari e forse come sei. Pensarlo mi fa star bene.”.

Il dialogo, quel tu, rappresenta la cifra distintiva di questo agile volumetto: è l’àncora di salvezza non solo per donare l’amore di cui si è colmi, ma anche per sconfiggere la malinconia e la solitudine che talvolta feriscono l’esistenza (“Allora quelli come me si rintanano in casa, la casa diventata fortezza e tutto quello che è fuori, nemico.” (in “Mal di domenica”). La ricerca e la fiducia, l’invocazione e la speranza sono componenti primari del nostro essere uomini. Non se ne può fare a meno. La vita ce li impone. Nello stesso racconto si legge: “Ma quando il mal di vivere si fa più acuto e pare insostenibile un dolce pensiero s’insinua nella mente, àncora di salvezza a cui subito m’aggrappo, in cuor mio riconoscente a chiunque l’abbia gettata. Forse tu, voglio che sia così.”.

Nell’amore cantato da Mauro Cristofani, a dare ancora più voce alla sua pena, si incontra sempre un velo di sensualità che lo avvolge e lo rende espressione umanizzata e poetica, che è insieme sua stimmate,  sua confessione e dono. Ne è esempio “Sogni di velluto rosso”, in cui la scrittura che si affranca, più che in altri racconti, della punteggiatura, sembra voler correre per liberarsi di uno spasimo da condividere con qualcuno, che poi è ancora una volta quel tu, che non viene mai meno: “sei tu sei tu ma non ti ritrovo in me scavo nelle mie viscere e non trovo la tua immagine, solo un baratro in cui precipita la mia nostalgia.”.

E ancora, nel racconto “Oh, Adèle!” in cui si ricorda la tragedia della figlia di Victor Hugo (rievocata nel bel film di François Truffaut “L’histoire d’Adèle H.”, del 1975), troviamo questa specie di disperazione che non ha fine e pare il marchio di una condanna: “… ti stringo disperatamente e so che non posso tenerti mi sfuggi dalle mani in un gioco esasperante, la tua ombra mi segue mi guida ma non camminiamo insieme.”.

Musica, cinema e teatro (“Io ne sono stato nutrito fin da piccino, di teatro e melodramma”, si leggerà nell’ultimo racconto) sono anch’essi le muse ispiratrici di Cristofani. È appassionato cultore delle tre arti, e certamente suoni e movenze, arie e sentimenti, trovano tracce nei suoi disegni e nelle sue variegate ispirazioni. Scrive in “In a sentimental mood (un concerto immaginario)”: “l’atomica esplosiva canta Put the blame on mame sfilandosi un guanto in un gesto masturbatorio e provocante.”, che è un omaggio a tutto tondo alla grande Rita Hayworth, interprete indimenticabile, insieme con Glen Ford, del mitico film “Gilda” del regista Charles Vidor, uscito nel 1946. E ancora: “Emiliano si fa tromba struggente di Chet Baker, oh melanconia di  When your lover has gone oh dolcissima My funny Valentine oh Tenderly stillante di note come lacrime di gioia, non c’è confine stasera allo spleen.”. Non si sbaglia se si afferma che questo racconto (il più bello, seguito da “Kevin e il suo ritratto” e da “Esigue distanze”) è il più somigliante alla pittura di Cristofani, il quale dà di essa una interpretazione autentica nel racconto che chiude il libro: “Esigue distanze”. Vi leggiamo: “La verità è che, nell’”addobbare” intenzionalmente gli immaginari personaggi con costumi stracarichi di preziosismi e di decorazioni, ho sempre avuto l’intenzione di trasmettere la loro sensualità, la cedevolezza dei loro desideri, la loro segreta passione disposta a deflagrare.”. Viene in mente Oscar Wilde.

In quest’ultimo racconto, dedicato al suo amore per il teatro, Cristofani ci parla di Lucca e del suo Teatro del Giglio: “Ricordo le stagioni liriche al Teatro del Giglio di Lucca, un tempo attesissime e quasi mitiche.”.

Raramente un’anima si è così scopertamente svelata, con il timbro della confessione e della consegna, come in questo piccolo libro, denso di colori, di passioni, di nostalgia e di sofferenza.


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