di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 novembre 1970]

In origine la casa era stata un appartamento ai Parioli, elegante, non tanto grande, due camere, un soggiorno e i cosiddetti servizi. Un appar ­tamento per una famiglia, al massimo, di tre persone. I miei genitori dormivano in una stanza, io nell’altra. La domestica aveva un suo bu ­gigattolo. Il soggiorno, infine, come avviene nelle famiglie borghesi, era più che altro simbolico perché non serviva a niente, neppure a consu ­marvi i pasti, in quanto man ­giavamo in cucina.

Poi è morta la nonna e ab ­biamo preso in casa il nonno, anche lui, come mio padre, funzionario statale, ma in pen ­sione. L’abbiamo preso perché era infermo e la pensione non bastava per pagare un infer ­miere. Mia madre ha licen ­ziato la domestica e ha preso una donna a ore. Io sono stata trasferita nel bugigat ­tolo. Il nonno si è presa la mia stanza.

Poi, in un incidente stra ­dale, è morto il marito di una mia zia materna, professore delle scuole medie. Rimasta sola con una figlia della mia età, con pochi soldi, mia zia si è messa d’accordo coi miei genitori per venire ad abitare da noi. Nuovo cambiamento. Il nonno è stato trasferito nel bugigattolo. Mia zia e sua fi ­glia si sono prese la stanza già mia e poi del nonno. Io sono finita su un sofà, nel sog ­giorno.

Ma ecco che piovono dalla Libia dove avevano dimorato molti anni, un fratello di mio padre e sua moglie, ambedue farmacisti. In attesa di ria ­prire la farmacia, ci siamo adattati ad ospitare anche loro esuli e privi di mezzi. Nuovo terremoto. Mio padre e suo fratello hanno dormito nella stessa stanza, mia madre, la moglie dello zio ed io ci siamo accomodate alla meglio nel soggiorno.

Così adesso, in quell’appar ­tamento per tre eravamo in otto. La notte l’appartamento diventava un dormitorio; di giorno c’era l’inconveniente dell’attesa per il bagno; in cucina, alle ore dei pasti, non ci si rigirava. I miei congiunti hanno scelto per risolvere i problemi della coabitazione, il partito dell’ignoranza. Fin ­gevano con se stessi e gli al ­tri, che tutto fosse normale, della « loro » normalità per bene e piccolo-borghese. Gen ­tili, corretti, urbani, dignitosi, con un rincrudimento di frasi fatte e di luoghi comuni ras ­sicuranti e automatici nella conversazione. Ogni tanto qualche sospiro, ma appena. Per me, invece, la vita in ca ­sa è diventata fastidiosa fino alla follia.

*

Questa intolleranza non si spiega soltanto con il disagio. In realtà, sono una persona molto difficile. Già nel fisico, il mio cattivo carattere è vi ­sibile. Bruttina, ho un viso di ragazzo anzi di teppista, con gli occhi verdi e piccoli che ammiccano per il fumo della sigaretta che stringo in per ­petuità tra le grosse labbra; il naso con le narici increspate come per un eterno disgusto; e i capelli neri che crescen ­domi neri e lustri fin tra le sopracciglia mi fanno una fronte bassa e cocciuta. Sono schiva, chiusa, diffidente e silenziosa. Ma sono anche stupidamente e follemente esplo ­siva. Paziente, aspetto, tiro in lungo, accumulo sornionamente il mio furore. Quindi, su una minima occasione, divampo. Poi mi pento e mi dico che avrei fatto meglio a non pazientare e a non esplodere; ma ormai è trop ­po tardi.

Così è accaduto in casa mia. I miei genitori già mi piacevano poco a causa del loro borghesume pervicace e fallimentare; ma infine erano i miei genitori: ce li ave ­vo e dovevo tenermeli. Ma adesso mi toccava sopportare altre cinque persone della stessa insoffribile razza conformista e ben pensante. Stra ­no a dirsi, i loro pregiudizi non mi davano fastidio finché li esprimevano in parole, per ­ché riuscivo a distrarmi e a non udire. Ma non riuscivo, purtroppo, a non vedere e a non guardare. Mi fissavo sui gesti, sugli sguardi, sui sor ­risi, sui modi, sui vestiti, sul ­le abitudini. Mi incantavo, ribollente di odio silenzioso, a guardare una cravatta, un cucchiaio portato alla bocca in un certo modo, una petti ­natura di un certo genere.

L’incidente minimo che ha fatto scoppiare il mio furore è avvenuto una mattina che, al solito, aspettavo che il ba ­gno si liberasse. Ci stava den ­tro Liliana, la mia cugina, un’idiota che passava la gior ­nata a dipingersi le unghie, a provarsi i vestiti, ad appic ­cicarsi le ciglia finte sugli occhi. La porta era aperta e lei si eternizzava davanti al ­lo specchio, infischiandosi di me. E‘ corsa qualche parola e poi sono esplosa. Le sono saltata addosso, l’ho afferrata per i capelli, abbiamo lottato e poi sono riuscita a piegarle la testa dentro la tazza del cesso e a premere la leva dello sciacquone. Urlava an ­cora quando, dopo aver pi ­giato poca roba dentro una valigetta, sono scappata di casa, risoluta a non tornarci più.

Sapevo dove andavo. Ci pensavo da un pezzo e forse anche per questo ero esplosa. Da Carmen, una mia amica ricca che da qualche tempo aveva organizzato in un gran ­de appartamento, in un quar ­tiere antico di Roma, una spe ­cie di comunità che accoglie ­va persone come me, fuggite dalla famiglia e insofferenti della vita borghese. L’appar ­tamento era a via Monserrato, in cima ad una casaccia vecchia; Carmen l’aveva avu ­ta in eredità e prima di Car ­men c’era stata l’amministra ­zione di un principe romano. Atrio buio, scale puzzolenti, pianerottoli grommosi. Den ­tro, una sfilata di stanze, stanzini e stanzoni. Coi tra ­vicelli ai soffitti, le pareti a pezzature più chiare là dove per mezzo secolo erano stati appoggiati i mobili, i pavi ­menti dalle mattonelle che bal ­lavano sotto i piedi. Niente cucina, niente bagno o doccia, soltanto un gabinetto. Carmen che aveva il complesso della ricchezza e voleva vivere da povera, l’aveva appena ripuli ­to l’appartamento togliendo il più grosso del sudiciume; e all’infuori di una certa quan ­tità di brande e di seggiole di paglia e di qualche stufa, non l’aveva neppure ammobi ­liato.

Anche lei era scappata di casa benché non ci avesse la coabitazione come me, ed era decisa, come mi ripeteva spes ­so, a non ricascarci più nel ­le comodità del consumismo. Strano tipo Carmen, adesso che ci ripenso! A me, la ri ­volta si leggeva in faccia. Invece lei, dolce, serena, in ­dolente, paffuta e rotonda, nessuno l’avrebbe creduta una ribelle. Eppure, eccola lì, ac ­covacciata su un sofà cencio ­so, cenciosa lei stessa, in fon ­do ad uno stanzone squalli ­do, assorta ad ascoltare tutto il giorno i suoi dischi pre ­feriti.

*

Così ho cominciato a vive ­re nella comunità di Carmen. Chi c’era? C’erano coppie straniere, del nord, magari coi bambini, in cerca di so ­le a buon mercato. C’erano ragazze e ragazzi nostrani, fuggiti dalla provincia. C’era ­no due o tre negri che non se la sentivano di vivere ne ­gli Stati Uniti. C’erano alcuni rivoluzionari sudamericani, greci e spagnoli. Tutta que ­sta gente dormiva sulle bran ­de, mangiava alle tavole cal ­de oppure nelle trattorie per fagottari, si riuniva ora in uno di quegli stanzoni e ora in un altro per ascoltare la musica o discutere o anche fumarsela in silenzio. Io dor ­mivo nella stessa stanza di Carmen e di tre ragazzi che, però, non erano mai gli stes ­si: ogni quindici, venti giorni cambiavano. Intorno a Car ­men, molto popolare e molto amata, c’era sempre una quan ­tità di gente. Io invece, in ­grugnata e diffidente, non da ­vo confidenza e non la cer ­cavo. Per lo più stavo sulla branda a leggere e a fumare. Oppure sedevo ad un piccolo tavolino cercando di scribac ­chiare una tesi di lettere che mi era stata ordinata da uno studente pigro.

In realtà la vita della co ­munità non mi piaceva affatto. Non provavo alcuna simpatia per i miei compagni di bran ­da; anzi, certi loro caratteri cominciavano ad irritarmi for ­te. Per esempio: il sudiciume. Non sono una schifiltosa; ma bisogna dire che molti di loro si portavano appresso un odo ­re molto ma molto forte, tanto che provavo spesso il bisogno di spalancare la finestra e dare aria alla nostra stanza. Per esempio: l’intimità. Era de ­ciso, assolutamente, che dove ­vamo tutti quanti essere inti ­mi, amici per la pelle, pappa e ciccia. Ma tutto questo veniva sbrigato fin dall’inizio alla svelta, con due o tre formalità: ti do del tu; tutto ciò che è tuo è mio e viceversa; vieni qui, lascia che ti abbracci e ti baci. Però, poi, l’intimità non faceva un solo passo avan ­ti e io mi sentivo sola come prima anzi peggio di prima e loro mi restavano estranei anche se pretendevano di non esserlo più. Per esempio, in ­fine, la promiscuità. Di que ­st’ultimo inconveniente della convivenza nella comunità, avevo un risultato sotto gli occhi: Carmen era incinta di sei mesi ma non si sapeva da chi, forse non lo sapeva nep ­pure lei. E’ stato questo fatto della promiscuità che alla fine mi ha fatto esplodere una volta di più.

Una di quelle notti mi sve ­glio con la sensazione che qualcuno si sta infilando sotto le coperte, al mio fianco. Do uno spintone; qualche cosa ca ­sca sul pavimento; accendo la luce; è un ragazzo, un nuovo venuto, di Latina, quasi un contadino, al quale, la sera prima, ho avuto il torto di offrire una sigaretta. Infuria ­ta, prendo a inveire contro di lui ad alta voce; quindi non ci vedo più, gli salto addosso che sta ancora in terra e mi guarda stupefatto, e lo prendo a pugni e a calci. Adesso tutti sono svegli e gridano; il ra ­gazzo, spaventato dalla mia furia, cerca di scappare; Car ­men scende dal letto, mi pren ­de per il braccio cercando di fermarmi, e intanto mi fa una specie di predica, per così di ­re, alla rovescia: perché me la prendo tanto? E anche se avessi fatto l’amore non sa ­rebbe stato questo gran male; chi credevo di essere ecc. ecc. A queste sue esortazioni bo ­naccione, non so cosa mi ha preso. Mi sono voltata contro di lei, l’ho sbattuta sulla sua branda, mi sono messa a ca ­valcioni sulla sua pancia, col rischio di farle male, e l’ho presa a schiaffi. Sono stati gli altri che me l’hanno sottrat ­ta; lei era tanto stupita che neppure reagiva. Ho approfit ­tato della confusione per met ­tere la mia poca roba nella valigia e scappare.

Eccomi in strada. Ho cam ­minato fino al Tevere, ho po ­sato la valigia in terra e ho acceso una sigaretta e ho guar ­dato a lungo, nel buio della notte alla corrente che si rive ­lava laggiù, in fondo, coi mo ­bili riflessi dei fanali. Non pensavo niente, avrei voluto piangere ma non ce la facevo. Pian piano mi sono calmata. Allora sono andata ad aspet ­tare il tram che porta a San Giovanni. Conoscevo da quel ­le parti un tizio, che per quella notte mi avrebbe ospitato. In ­tanto mentre aspettavo mi di ­cevo che erano venuti tempi duri per le persone come me, dal cuore tenero.

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