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Se la politica torna all’agorà di Atene

20 Marzo 2013

di Barbara Spinelli
(da “la Repubblica”, 20 marzo 2013)

“Niente esperimenti! – Keine Experimente!”: così Konrad Adenauer, Cancelliere dopo la disfatta di Hitler, si rivolse nel ’57 ai cittadini tedeschi. Voleva tranquillarli, toglier loro ogni ghiribizzo – o grillo che dir si voglia. Nacque una democrazia solida, e tuttavia c’era un che di ottuso e impolitico nel monito: era rivolto a un popolo vinto, sedotto per anni dalla più orrenda delle sperimentazioni. Nel fondo dell’animo tedesco, questa paura dell’esperimento non svanisce.

Oggi non è così, né in Italia né in Europa: la crisi ha smascherato Stati nazione impotenti, la democrazia è ovunque in frantumi. Politici e cittadini sono scollegati, con i primi chiusi nelle loro tane e i secondi che per farsi udire vogliono contare di più. A meno di non considerarci sconfitti di guerra, oggi è più che mai tempo di esperimenti, proprio nella sfera della democrazia. È tempo di disabituarci a schemi cui politici e giornalisti restano, per pigra convenienza, aggrappati. Manuel Castells, uno dei massimi studiosi dell’informazione, scrive su La Vanguardia del 2 marzo: “O innovare o perire”.

I custodi del vecchio ordine non vedono il nesso, tra le varie crisi: dell’economia, dell’Europa, del clima, delle democrazie. Gli sdegni cittadini non dicono loro nulla, anche se il segnale è chiaro: la democrazia rappresentativa è un Titanic che sta schiantandosi. Tra governanti e governati c’è un deserto, e in mezzo campeggia un miraggio di rappresentanza: sono deboli i sindacati, spenti i partiti, e la stampa più che i lettori serve i potenti. Nel vuoto, però: una cittadinanza che vuole svegliarsi, sondare altre strade, ricominciare la democrazia.

Oggi l’Italia è a un bivio, scossa ma non vinta: il nuovo inizio invocato da Castells non genera un governo, i primi cambiamenti si fanno attendere. Intanto gli abitudinari gridano all’ingovernabilità. È dagli anni ’70 che si esercitano ad averne paura, a non vedere le crepe che fendono la stabilità cui dicono di anelare.
In Europa abbiamo conosciuto un caso di ingovernabilità, spettacolare. È il caso dei belgi, che Grillo cita tra l’altro nel libro scritto con Dario Fo e Roberto Casaleggio (Il grillo canta sempre al tramonto, Chiarelettere 2013). Accadde in piena crisi del debito sovrano, dunque vale la pena farsi qualche idea su un evento che sorprese loro e noi.

Per 541 giorni il paese restò senza governo, fra il giugno 2010 e il novembre 2011. Ben presto si vide che non era semplice squasso tra Fiandre e Vallonia: a traballare era l’impianto stesso della democrazia rappresentativa. L’esperienza belga è istruttiva, per gli effetti negativi che ebbe ma anche per l’impeto di quelli trasformatori. Molti luoghi comuni si sfaldarono. Molte parole toccò ripescarle in soffitta: tra esse la parola riforma, che un tempo significava miglioramento (ma immediato: se no meglio la rivoluzione). Oggi vuol dire peggioramento. Il paese resse. L’ingovernabilità – lo stesso potrebbe valere per l’economia – fu letteralmente crisi: non stasi, ma occasione e svolta.

Il lato negativo è palese: in assenza di governo, il re decise che per gli affari correnti sarebbe rimasto il governo battuto alle urne di Yves Leterme, democristiano. L’ordinaria amministrazione presto si rivelò poco ordinaria. I poteri del governo s’estesero, e si parlò delle insidie degli affari correnti. L’amministrazione ordinaria servì a sventare quel che gli immobilisti considerano da sempre la mostruosa causa dell’ingovernabilità: il “sovraccarico” delle domande cittadine. Nei 18 mesi di stasi, il governo facente funzione regnò impassibile, forte di maggioranze obsolete. Approvò l’austero bilancio del 2011, gestì il semestre di presidenza europea nel 2010. Partecipò perfino alla guerra libica.

In Italia, sarebbe come prolungare Monti: un risultato non ottimo, per chi ha vinto alle urne promettendo di “innovare o perire”. Gli Stati-nazione periclitano, l’Europa ancora non è una Federazione di solidarietà, e lo status quo è salvo. Il non-governo crea un potere inedito, più libero dal popolo sovrano: assai simile al pilota automatico che, secondo Draghi, protegge la stabilità dal “sovraccarico” di domande cittadine.

Ma l’esperienza belga produsse al contempo novità enormi. Cosciente che in gioco era la democrazia, la cittadinanza si mosse. Prese a sperimentare soluzioni antiche come l’agorà greca che delibera, o l’Azione Popolare auspicata da Salvatore Settis, che risale alle “actiones populares” del diritto romano: i cittadini possono far valere non un interesse proprio ma della comunità, ed essendo titolari della sovranità in democrazia, saranno loro a inventare agende centrate sul bene comune. Non c’è altra via, per battere l’antipolitica vera: il predominio dei mercati, e un’austerità che senza ridurre i debiti impoverisce e divide l’Europa.

Lo Stato siamo noi, dice M5S: è l’idea del movimento scaturito dal non-governo belga. G1000 è il nome che si diede, e nacque durante l’ingovernabilità su iniziativa di quattro persone (un esperto di economia sostenibile, un archeologo, un politologo, un’attrice). Il primo vertice dei 1000 fu convocato l’11 novembre 2011, nell’ex sito industriale Tour et Taxis a Bruxelles. Il Manifesto fondativo denuncia le faglie della democrazia rappresentativa e suggerisce rimedi. Non si tratta di distruggere rappresentanza o deleghe (i Mille estratti a sorte delegarono le proposte a 32 cittadini – il G32 – come già aveva fatto l’Islanda per la riscrittura della Costituzione, prima discussa in rete poi affidata a un comitato di 25 rappresentanti).
Non si tratta neppure di “togliere lavoro ai partiti”, scrive il Manifesto. Quel che deve finire è lo status quo: la partitocrazia e – in era Internet – il giornalismo tradizionale: “In tutti i campi l’innovazione è stimolata, salvo che in democrazia. Le imprese, gli scienziati, gli sportivi, gli artisti devono innovare, ma quando si tratta di organizzare la società facciamo ancora appello, nel 2011, all’800”.

È uno dei primi esempi europei di democrazia deliberativa (il Brasile iniziò nei primi anni ’90): Azione Popolare ha già una storia. Deliberare è discutere e poi decidere, e per il Manifesto del G1000 è più efficace dei referendum: “In un referendum ci si limita a votare, mentre in democrazia deliberativa bisogna anche parlare, ascoltare”. Prende forma l’idea postmoderna dell’agire comunicativo, immaginato da Habermas nel 1981. Il fenomeno è continentale, non solo italiano. Avrà il suo peso, si spera, alle elezioni del Parlamento europeo nel maggio 2014. Sarà scelto dai cittadini, si spera, il futuro capo della Commissione che siederà nella trojka dell’austerità.

È difficile sperimentare, ricominciare. Lo si vede in queste ore: Grillo ha biasimato i parlamentari 5Stelle favorevoli a Grasso, ma la successiva scelta di far decidere i suoi a maggioranza (e l’apertura a governi non partitici) innova profondamente, rispetto alla prassi di tutti i partiti di trasmettere a deputati e senatori l’indicazione su come si deve votare. È quello che Machiavelli consiglia a chi innova: “Vedere le cose più da presso”, considerare “come i tempi e non gli uomini causano il disordine” (Discorsi, I-47). Anche la democrazia rappresentativa fu difficile, anche proporre nell’800 il suffragio universale. L’unica cosa impraticabile è dire no agli esperimenti, comportandosi come Adenauer da sconfitti. I veri esperimenti, quelli che usano le persone come mezzi e le Costituzioni come stracci, avvengono in Grecia, immiserita dall’austerità. O a Cipro, dove stabilità vuol dire defraudare i conti bancari dei cittadini, ricchi e no.
Che altro fare, se non sperimentare quel che la cittadinanza attiva chiede si provi. Continuare a considerare un “sovraccarico” le sue domande: questa è ingovernabilità. Se il nuovo Papa torna alle origini, chiamandosi Francesco, forse anche per la politica è ora di non confondere gli ultimi coi vinti. Di tornare all’agorà di Atene, all’Azione Popolare di Roma antica.


Non basta l’anagrafe per dirsi nuovi
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 20 marzo 2013)

Era ora. L’ondata di «nuovismo » che sta dilagando nella politica italiana rompe finalmente il più evidente carattere distintivo del nostro sistema democratico rispetto a quelli stranieri: una gerontocrazia, ostinata e pervasiva, che sta soffocando un po’ tutta la società italiana.

Un costume che non si limita, infatti, all’occupazione permanente delle poltrone del potere politico, ma che si estende a tutte, o quasi, le posizioni di vertice nella nostra classe dirigente.

Con tutte le critiche che si possono rivolgere ai comportamenti dei parlamentari del Movimento 5 stelle e, soprattutto, del leader, Beppe Grillo, bisogna riconoscere, però, che il loro irrompere sulla scena della politica italiana ha impresso, almeno sotto questo aspetto, un impulso importante e contagioso.

In questo clima di rinnovamento, pur senza far paragoni incongrui, anche la coincidenza temporale dell’arrivo in Vaticano di Papa Francesco pare contribuire a rafforzare tale tendenza che coglie la necessità di una maggiore apertura e di una maggiore sensibilità per i grandissimi cambiamenti che, in questi ultimi anni, hanno mutato e, persino stravolto, il mondo e i nostri stili di vita. Con l’ovvia considerazione che l’apporto delle nuove generazioni alla direzione delle nostre società diventi determinante per cogliere prontamente le opportunità più promettenti del futuro sviluppo.

Come in tutti gli amori improvvisi, però, accanto agli indubbi benefici si possono celare insidie che, con l’andar del tempo, possono portare a controproducenti delusioni. Ecco perché sarebbe meglio non farsi travolgere da ingenui entusiasmi e formulare qualche distinzione a proposito dell’etichetta «nuovo ».

Il pericolo maggiore è quello di una conseguenza paradossale di tale moda giovanilista, quella di perpetuare, cambiando direzione, un sistema di privilegio fondato sullo stesso criterio che si cerca di combattere: l’età anagrafica. Sarebbe davvero un peccato se l’esito di questa rivoluzione generazionale si risolvesse nel semplice spostamento, a favore delle classi più giovani, di quella stessa barriera di esclusione che, finora, li ha così potentemente sfavoriti. Se l’esperienza, in nome della quale si sono autorizzate occupazioni di potere non altrimenti giustificate, diventasse, ora, una patente d’infamia, in nome della quale si possano compiere scelte non altrimenti giustificate. Perché dobbiamo ricordarci che il merito, la professionalità e la competenza non possono essere subordinati a considerazioni meramente anagrafiche.

Gli esempi di questi giorni, a tal proposito, sono contraddittori. Le nomine per le presidenze delle Camere hanno premiato, al di là delle loro tendenze ideologiche, due nomi certamente «nuovi » alla politica; personaggi che nella società civile, però, si sono distinti per un impegno riconosciuto di serietà e di professionalità. La discriminante «nuovista », in questi due casi, non ha avuto come punto di riferimento l’età, ma il merito. In altre occasioni, invece, l’inesperienza non sembra aiutare l’efficacia nello svolgere il compito assegnato. È la sorte di tanti esponenti del M5S, sulla cui ingenuità ci si è accaniti forse con troppe compiacenze interessate, ma che hanno costretto lo stesso leader, Grillo, a riconoscerle come un pericolo. Talmente grave da imporre le inedite e un po’ inquietanti figure di due «commissari », controllori di comportamenti che potrebbero essere facilmente preda di esperti in trappole parlamentari.

Anche le scelte per i capigruppo hanno avuto esiti discutibili. Tale funzione, infatti, richiede una conoscenza dei regolamenti e delle consuetudini, alle Camere, molto approfondita. Ma lo studio di leggi e di norme non è sufficiente, se non è accompagnato da lunghi anni di frequentazioni parlamentari che solamente possono costruire un bagaglio di esperienza tale da far fronte a qualsiasi imprevisto procedurale o politico. E’ l’autorevolezza conquistata sul campo di tante battaglie parlamentari che consente di imporre la disciplina ai membri del gruppo di cui si è alla guida e di guadagnare il rispetto sia degli avversari che si affrontano dalle altre parti dell’aula, sia del presidente dell’assemblea.

Ecco perché è con simpatia che si può accogliere la giovane età e il brillante futuro che aspetta il nuovo capogruppo del Pd, Roberto Speranza. Un politico che ha la fortuna di esibire un nome benaugurante, ma che forse non basterà per dirigere un gruppo di parlamentari, molto composito negli orientamenti politici e culturali, e con esponenti dotati di lunga navigazione in tutti i meandri della complessa vita a Montecitorio.

Se proprio vogliamo insistere, insomma, nel confronto con quanto sta succedendo sull’altra sponda del Tevere, si potrebbe valutare forse con minor superficialità il vero significato di quel «nuovo » che un uomo di quasi 78 anni sta portando nei secolari costumi della più vecchia monarchia del mondo.


La marcia sul Cav.
di Salvatore Merlo
(da “il Foglio”, 20 marzo 2013)

Costretto a un percorso di guerra fra tribunali, procedimenti d’ineleggibilità e norme sul conflitto d’interesse, Silvio Berlusconi si prepara a combattere. Come sempre è il Cavaliere ad accorgersi per primo del pericolo, più dei suoi tanti obbedienti cavalli, più dei suoi deputati e senatori che in queste ore inseguono scombiccherati negoziati sulla nomina di un capo dello stato “di garanzia”. Berlusconi avverte, non senza timore, la geometrica potenza di fuoco che gli si va dispiegando di fronte: un Parlamento favorevole al suo grillage giudiziario, il Pd sempre più concorrente del Movimento 5 stelle: non è più tempo di compromessi, non è aria. A Palazzo Grazioli vedono un disegno compiuto, che prende tratti persino scientifici nelle parole di Massimo Mucchetti, il giornalista economico e deputato del Pd che ieri ha fatto trasalire i fedelissimi di Arcore con un intervento pubblicato in prima pagina sull’Unità: “Molto meglio inserire tra le cause di ineleggibilità e incompatibilità la proprietà personale o familiare, diretta o indiretta, di pacchetti azionari rilevanti di società che, direttamente o per tramite di affiliate, siano titolari di concessioni e/o licenze d’uso rilasciate da pubbliche amministrazioni ovvero operino in settori regolamentati”. Quasi un articolato di legge, la sistematizzazione più contundente delle pulsioni disordinate del grillismo.

D’altra parte il Cavaliere sa che la legge sul conflitto di interessi è già pronta in un cassetto della segreteria del Pd, Bersani l’ha annunciata e in privato Maurizio Migliavacca ha pure confermato che esiste, così lui vede all’orizzonte il delitto perfetto e comprensibilmente cerca di sfuggire, agita il suo elettorato, scatena la piazza con sorprendente sincronia di mezzi, orari e viscere rispetto ai suoi avversari: MicroMega manifesta sabato prossimo a Roma a Santi Apostoli per pretendere la sua ineleggibilità, il Pdl riunisce i suoi (centinaia i pullman dalla Campania e dalla Sicilia) a difesa di un Cavaliere che ha abbandonato i toni del populismo elettorale per vellicare l’estremismo, altri e persino più forti istinti popolari.

“E cosa dovremmo fare?”, dice Daniela Santanchè, pasionaria del berlusconismo: “Dovremmo forse stare fermi, e aspettare che si compia il disegno perfetto dei nemici del Cavaliere?”. Piazza contro piazza, dunque. Ma la manifestazione del Cavaliere non è lo spasmo estremista di una piccola rivista come MicroMega, è lo scarto furioso di un partito che ancora conta il venti per cento dei consensi e che pure – malgrado tutto – è precipitato in un lugubre isolamento che non prelude a nulla di buono. “Siamo isolati e ostracizzati, ma è quel che vuole questo Pd ultra giacobino”, dice Mariastella Gelmini, l’ex ministro. Tutto ciò mentre nel Pd il nuovo capogruppo al Senato, Luigi Zanda, insiste, e ognuno è estremista per l’altro: “La minaccia delle piazze è gravissima. Il Pdl parla di guerriglia”, dice Zanda in un contesto in cui anche nel Pdl c’è chi sorride degli eccessi altrui, ma poi finisce pure con il riconoscersi nella descrizione degli avversari e arriva a confessare il vero sentimento che anima il movimentismo del Cavaliere: l’impotenza e il rimpianto. “Abbiamo governato a lungo con una straordinaria maggioranza, quante cose avremmo potuto fare…”, sussura Fabrizio Cicchitto, l’ex capogruppo alla Camera, oggi defilato ma sempre personalmente molto vicino a Berlusconi: “Lo difenderò fino all’ultimo”.

Così da una parte c’è il Cavaliere che agita le masse, pensa alle elezioni, si muove in una logica di mobilitazione permanente dell’elettorato e in fondo crede – o forse spera – che Pier Luigi Bersani punti anche lui a votare al più presto possibile. E dall’altra c’è la corte di Palazzo Grazioli, il partito di Angelino Alfano che lo difende, ma che pure tenta di negoziare con il Pd, che ritiene sul serio possibile una trattativa intorno al Quirinale, a una presidenza di garanzia (magari l’evanescente rielezione di Giorgio Napolitano). “Non credo che funzionerà”, dice Gelmini, prossimo vicecapogruppo alla Camera: “Ho la percezione esatta del nostro isolamento, si eleggeranno il loro presidente della Repubblica. Quello peggiore per noi. Il Pd ha perso tutti i suoi tratti moderati, si sono radicalizzati, ideologizzati, vogliono fare fuori Berlusconi”. Ecco dunque il piano, il disegno, il rumore di cingoli che si fa più nitido. “Noi berlusconiani non abbiamo un destino al di là di Berlusconi”, conclude Gelmini: “Se cade lui cade tutto, cadiamo tutti”. Il Cavaliere un po’ lo ha sempre detto, “dopo di me la piena”. E così sia.


M5S, dizionario dell’inciucio
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 20 marzo 2013)

I 5 Stelle che han votato Grasso contro Schifani sapevano bene chi è Schifani e hanno scelto il meno peggio, cioè Grasso. Ma non avevano la più pallida idea di chi è Grasso, e questo è un bel problema. Specie per chi dice di informarsi sul web per sfuggire alla propaganda di regime. Se l’avessero fatto davvero, avrebbero scoperto che il dualismo Schifani-Grasso era finto. Schifani è sempre piaciuto al Pd, che infatti 5 anni fa non gli candidò nessuno contro, votò scheda bianca e mandò la Finocchiaro a baciarlo sulla guancia. Quando poi il sottoscritto raccontò in tv chi è Schifani, i primi ad attaccarmi furono Finocchiaro, Violante, Gentiloni, il direttore di Rai3 Ruffini e Repubblica. Schifani era il pontiere dell’inciucio Pdl-Pd. Così come Grasso che, per evitare attacchi politici, s’è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini più scomode su mafia e politica, mentre altri pm pagavano e pagano prezzi indicibili per le loro indagini. Nessuno l’ha scritto, nei soffietti al nuovo presidente del Senato: ma Grasso, quando arrivò alla Procura di Palermo nel 2000, si ritrovò Schifani indagato per mafia e lo fece subito archiviare (l’indagine fu riaperta dopo la sua dipartita). Così, un colpo al cerchio e uno alla botte, divenne il cocco del Pdl (che lo impose alla Pna, estromettendo per legge Caselli), del Centro (che voleva candidarlo) e del  Pd (che l’ha candidato). Ma ciò che conta in politica non è la verità, bensì la sua percezione: perciò sabato era difficile per i grilli siculi non votare un personaggio da tutti dipinto come un cavaliere senza macchia e senza paura. Anche stavolta i media di regime ce la mettono tutta per fare il gioco dei partiti, con il sapiente dosaggio di mezze verità e mezze bugie e il dizionario doppiopesista delle grandi occasioni.

Leninismo. La regola base della democrazia è che si decide a maggioranza e chi perde si adegua o esce (salvo poche questioni che interpellano la coscienza individuale). Così ha fatto M5S sui presidenti delle Camere, decidendo a maggioranza per la scheda bianca. Ma, siccome non piace al Pd, la minoranza diventa democratica e la maggioranza antidemocratica. “Leninista”, dice Bersani, senza spiegare con quale metodo democratico è passato in 48 ore dall’offerta delle due Camere a Monti e M5S, al duo Franceschini-Finocchiaro, al duo Boldrini-Grasso.

Dissenso. Da che mondo è mondo il parlamentare che approfitta del segreto dell’urna per impallinare il suo partito è un “franco tiratore”. Ma, se è di M5S, la sua è una sana manifestazione di dissenso contro la pretesa di Grillo di telecomandarlo.

Indipendenza. Per vent’anni, se uno passava da destra a sinistra era un “ribaltonista”, mentre se passava da sinistra a destra era un “responsabile”. Ora, se un grillino porta acqua al Pd è un bravo ragazzo fiero della sua indipendenza; se resta fedele al suo movimento e ai suoi elettori, è un servo del dittatore Grillo.

Scouting. Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era “mercato delle vacche”, “compravendita”, “voto di scambio”. Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è “scouting” e odora di lavanda.

Epurazione. Se Pd, Pdl, Udc, Lega espellono un dirigente che ha violato le regole, è legalità. Se lo fa M5S, è “epurazione”.

Rivolta. Ci avevano raccontato che Adolf Grillo e Hermann Casaleggio lavano il cervello al popolo del web e censurano sul blog i commenti critici (un po’ incompatibili col lavaggio del cervello). Ora scopriamo che c’è la “rivolta del web” pro-dissenzienti. Ma anche, dal sondaggio di Mannheimer sul Corriere, che il 70% degli elettori M5S è contro l’inciucio col Pd. Gentili tromboni, potreste gentilmente mettervi d’accordo con voi stessi e poi farci sapere come stanno le cose, possibilmente chiamandole col loro nome?


I tre ostacoli sulla strada di Bersani
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 20 marzo 2013)

Bersani corre verso l’incarico di governo, che Napolitano difficilmente gli potrà negare dopo la doppia vittoria Pd sulla presidenza delle Camere. Il suo leit-motiv resta sempre lo stesso: serve un governo, anche di minoranza, sostenuto dai grillini; in alternativa, nuove elezioni immediate. Sulla possibilità di coinvolgere i Cinque Stelle, qualcosa si capirà già domattina, quando sul Colle si presenterà la delegazione M5S. Per quanto riguarda le eventuali nuove elezioni, viceversa, Bersani sa di dover superare tre ostacoli grandi così.

Il primo ostacolo si chiama crisi, Europa, mercati. Tanto più alla luce di quanto accade dalle parti di Cipro. Fino ad ora la speculazione internazionale ci ha dato tregua, così come la Merkel e gli altri partner Ue, sul presupposto che le nostre istituzioni meritino rispetto, per fare il nuovo governo dobbiamo poterci prenderci il tempo necessario. Ma l’atteggiamento di questi signori cambierebbe il giorno in cui apprendessero che l’Italia torna alle urne senza la minima garanzia (causa Porcellum) che il nuovo voto possa superare l’impasse al Senato. Un clima di tregenda finanziario andrebbe messo, prudentemente, nel conto prima di ipotizzare scenari elettorali.

L’ostacolo numero due, in grado di rendere poco credibile la pistola puntata di Bersani, sono i sondaggi. Lasciano il tempo che trovano, è vero; anzi spesso vengono smentiti. Tuttavia i politici continuano a commissionarli perché non è stato ancora inventato niente di meglio. Ebbene: al momento non sembra che le rilevazioni promettano grandi colpi di scena. Di sicuro, nessun sondaggio vede un’alleanza Pd-Sel in grado di riuscire là dove ha fallito neppure un mese fa. Semmai, il contrario. Viene dunque da chiedersi se davvero Bersani insisterebbe per elezioni, casomai tra dieci giorni scoprisse di non avere la vittoria in tasca.

Terzo e ultimo inciampo, per la strategia del segretario Pd. Per non essere costretto a sostenere qualche governo di tregua «contaminato » dal Pdl, Bersani deve ottenere le elezioni subito, cioè prima dell’estate. Entro giugno, perché a luglio molti (beati loro) saranno già partiti per i monti e per il mare. Ma per ottenere le urne l’ultima o la penultima domenica di giugno, occorre la fattiva collaborazione del nuovo Presidente, quello che sarà eletto dopo Napolitano. La sua elezione è in calendario dal 15 aprile. Strategico, per Bersani, è che si tratti dunque di un Capo dello Stato eventualmente disposto a sciogliere le Camere. Ma non gli sarà facile portarlo a casa. La scelta verrà fatta a scrutinio segreto; e si può già scommettere che molti grandi elettori, specie quelli entrati in Parlamento grazie ai premi e premietti di maggioranza, prima di votare il nuovo Presidente si faranno due conti. Privilegiando un candidato al Quirinale che si orienti, casomai, a proseguire la legislatura per un ulteriore tratto di strada. Piaccia o meno, così va la politica, a ogni latitudine.


Bergoglio (Papa Francesco) testimoniò contro il regime di Videla, qui.


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Bart