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Il Pdl si schiera con Libero: “Riduciamo le ferie alle toghe”

27 Luglio 2013

di Enrico Paoli
(da “Libero”, 27 luglio 2013)

«E così l’onorevole Mazziotti (Andrea Celso, deputato di Scelta Civica, ndr) vuol ridurre le ferie ai magistrati… Che ne penso? Beh, che si può fare ». Francesco Nitto Palma, presidente della commissione Giustizia del Senato, è uno di qui politici a cui piace procedere con cautela. Del resto le esperienze professionali, maturate in magistratura, e quelle politiche, accumulate dentro al Pdl, gli hanno insegnato che il passo deve essere sempre commisurato alla lunghezza della gamba. E siccome non conosce nel dettaglio la proposta dell’esponente di Scelta Civica, prima intervista noi e poi dice la sua.

Dunque rapido riassunto per i distratti. Giovedì il direttore di Libero, Maurizio Belpietro, lancia la proposta di ridurre le ferie ai magistrati. Secondo il calendario delle toghe, che non combacia con quello dei comuni mortali, l’attività si ferma dal primo agosto al 15 settembre. Ovviamente l’inizio del mese è solo indicativo, visto che molti giudici sono già in vacanza. L’onorevole Mazziotti, che aveva presentato un emendamento al decreto del Fare, anticipa a Libero la proposta di legge depositata ieri. Taglio delle ferie e una corposa serie di disposizioni per accelerare la giustizia civile, che incide pesantemente sulla vita degli italiani. «Certo non sono quindici o venti giorni in meno che cambieranno le cose », spiega il senatore del Pdl Nitto Palma, «però si tratta di un adeguamento necessario. Lo spirito con il quale era stata scritta la legge del 1969 (che dà diritto ai magistrati a oltre 50 giorni di ferie, ndr) è stato ampiamente superato dai fatti. Quei quindici giorni in più rispetto alla media sono solo un privilegio e non una necessità ».

Dunque il senatore Nitto Palma è pronto a sottoscrivere, dopo averla letta e studiata, la proposta di legge del collega di Scelta civica? «Dico che si può fare ». Eppure l’onorevole Mazziotti, proprio a Libero, ha detto che il Pdl «ha qualche remora nell’affrontare la materia ». Come se fosse una questione di lobby. «Sono contento che l’esponente montiano sostenga questo », afferma l’ex ministro della Giustizia, «è la dimostrazione che il Pdl non ha nessuna posizione preconcetta nei confronti delle toghe. Le maggiori resistenze al mantenimento dell’attuale status quo dei magistrati arrivano dal Pd, non da noi. Quindici giorni in più di vacanza a cosa servono? Sono un privilegio inaccettabile o una necessità? Basta rispondere a questa semplice domanda e si chiarisce tutto ». E, tanto per comprendere quanto sia importante questa iniziativa parlamentare, l’onorevole Mazziotti, depositando la proposta di legge ha spiegato che l’accelerazione della Cassazione sul processo Mediaset per Silvio Berlusconi «è stata dovuta proprio alla sospensione feriale ». E poi dicono che non c’è stato un «avviso » da parte della «stampa amica ».

Tornando alla proposta di legge, e all’aspetto politico della questione, anche l’ex ministro Stefania Prestigiacomo si è detta pronta a sottoscrivere l’iniziativa parlamentare di Mazziotti. «Non è più concepibile che mentre tutto il Paese è in affanno con i problemi di un’economia in recessione che stenta a ripartire », sostiene l’esponente del Pdl, «la giustizia chiude i battenti e se ne va in vacanza per un periodo così lungo. Il sistema giudiziario ha bisogno di essere riformato, e presto, in tutti i suoi aspetti perché così com’è oggi non funziona, non è efficiente e non è all’altezza degli standard europei. Una realtà che, a maggior ragione in questo difficile periodo, il Paese non si può assolutamente permettere ». Altro che Pdl «titubante ». Se l’esponente montiano andava cercando degli alleati li ha già trovati.

Del resto come ha spiegato il primo firmatario della proposta di legge, il responsabile Giustizia di Scelta civica, «non si tratta di togliere le ferie, basta stabilire dei turni in modo da assicurare che a settembre ci sia un funzionamento pieno così come la prima settimana di agosto ». Altro che guerra ai magistrati e voglia di persecuzione.


A passo lento la ripresa si avvicina
di Mario Deaglio
(da “La Stampa”, 27 luglio 2013)

Lo sblocco del «decreto del fare » va nella direzione giusta, anche se le ruote della politica sono rimaste impantanate per giorni nell’ostruzionismo parlamentare. Ed è un fatto ancora più positivo che, in questa situazione politicamente sconfortante, le ruote dell’economia stiano riprendendo a girare, sia pure molto lentamente, per conto proprio.

In tutta Europa, Italia compresa, «si attenua la debolezza ciclica » sostiene il Bollettino Economico di luglio della Banca d’Italia. «Ripresa in vista ma a passo lento » gli fa eco il più recente Rapporto Scenari Economici della Confindustria.

Ripresa economica «imminente » dice il ministro dell’economia; «a partire dal quarto trimestre » sostiene il governatore della Banca d’Italia alla riunione del G-20 di Mosca. Improvvisamente i mezzi d’informazione, da oltre un anno chiusi in un feroce pessimismo che li ha spinti a interpretare al peggio tutti i segnali della congiuntura, sottolineano i miglioramenti degli ultimi mesi. Certo le centinaia di migliaia di imprese in sofferenza da mesi, che non vedono spiragli, nella loro situazione stentano a riconoscersi in questo cambiamento di atmosfera ma anche in economia vale il vecchio detto che non è mai così buio come prima dell’alba.

L’attenzione si deve quindi spostare sulla natura, sull’origine e sui limiti di questa possibile nuova alba economica italiana e si può facilmente constatare che la ripresa italiana che potrebbe nascere si inquadra in un panorama europeo meno burrascoso di qualche mese fa. I tedeschi hanno di fatto ridotto la loro pretesa di un’austerità implacabile da parte degli altri paesi, per l’aggiustamento immediato delle loro finanze pubbliche. Per conseguenza, anche il percorso dell’economia italiana, pur continuando a essere in salita, appare sicuramente meno duro di quello dell’anno passato.

Per affrontare questo pendio un po’ più leggero, l’economia italiana può contare su quattro diversi «motori economici ». Il primo, che non ha mai cessato si funzionare in questi lunghi trimestri di caduta produttiva, è il motore delle esportazioni. Va dato atto alle imprese italiane di aver colto all’estero opportunità che non erano affatto scontate e che riguardano settori – dai vini agli apparecchi medicali – in precedenza non molto presenti oltre confine. L’espansione delle esportazioni riguarda maggiormente il «made in Italy », sembra avere carattere strutturale e quindi non risultare troppo sensibile a eventuali rallentamenti della domanda globale.

Il secondo motore ha invece smesso di funzionare da tempo ed è rappresentato dalla domanda interna. Per una buona parte della popolazione il rallentamento degli acquisti, soprattutto dei beni di consumo durevoli, non è stato determinato dal peggioramento delle condizioni finanziarie famigliari ma dalla paura della crisi, per cui si sono apprestate riserve di liquidità che, proprio perché non spese, non si sono tradotte in fatturato e posti di lavoro. Si è così formata una domanda latente (dai mobili agli elettrodomestici, dalle auto alle calzature) che aspetta soltanto di respirare un po’ di fiducia per cominciare, magari in maniera timida, a ritornare sui mercati. Un’analoga domanda potrebbe manifestarsi per le abitazioni dopo un anno all’insegna della mancanza di contrattazioni.

In altre parole, se la domanda estera tiene e quella interna si rafforza anche solo un poco, l’economia italiana è in grado di stare a galla. A spingerla un po’ più su del semplice galleggiamento dovrebbero intervenire altri due motori «ausiliari », ossia di dimensioni più limitate e con compiti specifici. Il primo è naturalmente rappresentato dal pagamento di decine di miliardi di debiti commerciali degli enti pubblici, vergognosamente accumulati negli anni per motivi di «cosmesi finanziaria ». La loro liquidazione è tecnicamente complessa (i debitori sono migliaia di enti diversi e i creditori devono dimostrare il loro buon diritto) ma il ministro dell’economia assicura che le cose stanno procedendo bene. Questo denaro dovrebbe servire ad attenuare l’utilizzo di credito bancario da parte di moltissime imprese e a rendere un po’ meno anormali le condizioni del mercato italiano del credito alle imprese favorendo qualche investimento produttivo.

Infine, l’Italia dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) poter contare su fondi europei per i quali siamo diventati la favola dell’Europa. Per ottenere questi fondi, la cultura italiana ha spesso posto l’accento sugli appoggi più che sull’assoluta precisione di progetti e preventivi e sull’esattezza delle rendicontazioni. Per questo l’Italia si è vista respingere implacabilmente gran parte delle domande di finanziamento. Per imparare a essere buoni europei è necessario fare i conti all’europea, una procedura pignola, noiosa ma che vale sicuramente la pena di seguire: qualche decina di miliardi di finanziamenti, in particolare per infrastrutture e corsi di qualificazione, potrebbe fare la differenza tra un’Italia che sarà comunque spinta passivamente verso l’alto da una modesta e generalizzata tendenza europea alla crescita e un’Italia che mira a trasformare la piccola spinta congiunturale che forse ci aspetta nell’avvio di un processo di crescita più duraturo.

La stagione delle «grandi vacanze », che ufficialmente si apre in questi giorni, è il primo momento per verificare se la «barca a vela Italia » sarà in grado di cogliere questa leggera brezza di ripresa e di solcare credibilmente le acque oppure se sprecherà l’ennesima buona occasione continuando a occupare le ultime posizioni del campionato della crescita.


Il Pd scoppia sulle regole: fallisce il blitz anti Renzi
di Laura Cesaretti
(da “il Giornale”, 27 luglio 2013)

Nel Pd finisce come con i pifferi di montagna, partirono per suonare e furono suonati. Partono lancia in resta, dopo alcune abili mosse a sorpresa per disorientare il nemico, Epifani e Franceschini, con dietro le spalle lo stratega Bersani e la benedizione di Palazzo Chigi.

Obiettivo: passare con i cingoli sopra l’aspirante segretario Matteo Renzi e sbarazzarsene una volta per tutte, attraverso nuove regole capestro per impedirgli di concorrere alla leadership.
Per far restare Epifani al Nazareno (con Bersani nella stanza di fronte a sorvegliare), e Enrico Letta a Palazzo Chigi finché non sarà tempo di ricandidarsi. Il piano si infrange però contro un imprevisto: quasi nessuno, neppure nella Direzione da loro nominata, è d’accordo. Confermando la battutaccia di uno sconfortato Massimo D’Alema fatta ad alcuni amici a proposito della dirigenza Pd: «Qui più che lo psicanalista ci vorrebbe l’accalappiacani ». La Direzione si conclude dunque senza voto, con un rinvio al 31 luglio (giorno previsto per la sentenza Berlusconi).

Di buon mattino Epifani riunisce la segreteria e già lì si scontra con il renziano Lotti, perché gli annuncia che proporrà per il congresso la data del 15 dicembre (con la neve e le renne e l’albero da preparare, e soprattutto con Renzi nei guai perché deve sciogliere prima la riserva sulle comunali di Firenze) e però concederà che a votare per il segretario sia una platea meno ristretta dei soli iscritti (che ormai sono, se va bene, 400mila), e parla di «albo degli elettori ». I congressi provinciali e regionali, però, si terranno prima delle candidature nazionali (in modo che, se Renzi ce la fa a diventare segretario, si ritrovi i quadri di partito contro). Tra quella riunione e la Direzione, convocata alle 14, la linea cambia: Epifani anticipa la data a novembre, ma sul resto chiude. In serata, intervenendo alla Festa dell’Unità, nuova retromarcia: «Voteranno – annuncia il segretario – gli iscritti e chi sottoscriverà una carta di sostegno al partito ». Alfiere della linea dura resta Dario Franceschini: «Il segretario lo eleggano solo gli iscritti, le primarie aperte sceglieranno il candidato ». Stefano Fassina approva ma si scatena il bailamme, sui social network l’inferno. «Franceschini è troppo spregiudicato, per l’elezione del segretario mi limiterei a far votare i dipendenti Pd e lo staff dei ministri », ironizza Roberto Giachetti. E la prodiana Zampa: «Ma se al Pd non si iscrive più nessuno… ». Il renziano Angelo Rughetti suggerisce: «Per andare sul sicuro, meglio far votare solo chi era iscritto al Pci ». L’ex bersaniano Matteo Ricci: «Una vergogna, pensano solo a conservare il loro potere. La nostra gente si rivolterà ». Per il dalemiano Stefano Esposito sono «regole da matti ».

Il blitz con cui si sperava di isolare Renzi (che in Direzione ha solo una manciata di supporter) fallisce: intervengono contro i candidati alla segreteria Pittella e Cuperlo, che avverte: «Per cambiare le regole serve un accordo larghissimo ». Persino Rosy Bindi, avversaria acerrima di Renzi, si scaglia contro quello che un altro dirigente non renziano chiama «tentato golpe »: «Non si cambia lo statuto per sostenere il governo ». Contrari anche i Turchi, i veltroniani, i prodiani. Renzi tace, mentre i suoi nemici rinculano: non si vota, tutto rinviato alla prossima volta. Ora parte il lavorio per recuperare il consenso di chi oggi ha fatto fallire il golpe anti Matteo. «Ma lo statuto si cambia in Assemblea nazionale, e con la maggioranza assoluta dei membri: non la avranno mai », sottolineano in molti. E un renziano insinua: «Quanto reggerà l’asse anti Renzi? Siamo certi che Epifani e Bersani, piuttosto che mollare il partito a Renzi, non decideranno di mollare Letta, far cadere il governo e andare al voto anticipato? ».


Bugie sulle piramidi
di Jacopo Fo
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 luglio 2013)

Non le hanno costruite gli extraterrestri ma neanche i faraoni.
Gli egittologi hanno messo una pietra tombale sulla teoria della costruzione delle piramidi a opera degli extraterrestri. All’interno della piramide di Cheope un micro robot ha percorso un lungo e strettissimo tunnel, in fondo al quale ha fotografato una pietra con un’iscrizione in protogeroglifico. Si tratta di una scrittura in uso nella valle del Nilo circa 3500 anni prima di Cristo. Il che dimostra che le piramidi non sono state costruite da popolazioni aliene né 10mila né 20mila anni fa. Nessuno avrebbe potuto infilarsi in quel tunnel e realizzare la scritta dopo che la piramide era stata ultimata!

Ma questo ritrovamento mette in crisi anche la versione degli accademici. Perché dentro la piramide c’è un’iscrizione in un linguaggio che ai tempi di Cheope era in disuso da secoli?
La mia risposta è molto semplice: bisogna retrodatare la costruzione della piramide.
E non solo a causa del ritrovamento di questa iscrizione.

1) La maggioranza delle piramidi egizie sono state costruite in più fasi. Su questo tutti sono d’accordo, ma si ipotizza che ciò sia dovuto ai capricci dei faraoni che una volta costruito un parallelepipedo di pietra lo vogliono più alto, lo fanno allargare e ci fanno costruire sopra altri parallelepipedi. Poi non gli sembra ancora abbastanza grande e lo ingigantiscono ulteriormente (vedi immagine).
Non sarebbe più sensato supporre che le piramidi siano state costruite in tempi più lunghi della vita di un faraone, via via ampliando opere preesistenti?
Io ipotizzo che tutte le piramidi siano state solo rifinite dai faraoni che sfruttarono manufatti più antichi.

2) Questa ipotesi è avvalorata dal costo che la costruzione ex novo di una piramide avrebbe comportato. Un costo immenso per società primitive composte da un numero esiguo di esseri umani. L’Egitto sarebbe collassato completamente. Si stima che alla piramide di Cheope lavorarono dai 15 ai 50 mila uomini per 10/20 anni. Ma a questo bisogna aggiungere i lavori di sistemazione dell’esterno della piramide, con pavimentazioni, mastabe, strade delimitate da mura immense. Inoltre le piramidi non furono le sole opere che il faraone realizzò. E infine bisogna calcolare che la manutenzione dei canali e degli argini richiedeva già un lavoro mostruoso che da solo impegnava la maggioranza degli uomini validi quando non c’erano lavori agricoli.

3) Le piramidi egizie e cinesi sarebbero poi un caso unico di devozione religiosa: le grandi opere realizzate dall’umanità hanno sempre avuto uno scopo idrico o militare. Nessun’altra civiltà ha prodotto opere sepolcrali tanto costose.

4) Cosa potrebbero essere le piramidi se non fossero tombe? Anche i nativi americani costruirono piramidi (tronche). Ce ne sono di grandissime nella valle del Mississippi. Tutti gli storici concordano sul fatto che queste piramidi mozzate erano sormontate da capanne. Erano poi sempre circondate da montarozzi più piccoli, simili alle mastabe egizie e pure sopra queste mastabe c’erano capanne. I villaggi erano fatti così (vedi immagine). La ragione di questa architettura è molto semplice: si tratta di zone spesso allagate dallo straripare del Mississippi. Le mastabe   offrivano una superficie asciutta dove abitare, e quando c’erano inondazioni di particolare intensità, le piramidi più grandi offrivano comunque un riparo. Queste piattaforme fungevano poi da filtro per l’acqua. Infatti, l’acqua paludosa è potenzialmente infetta. La massa di pietre e argilla costituivano un efficiente filtro per ottenere acqua pura. E infatti, troviamo al centro delle mastabe e nelle piramidi di tutto il mondo pozzi e cisterne sotterranee nelle quali l’acqua filtrava purificandosi. Pozzi che tutt’ora presentano chiari segni della corrosione causata dall’acqua (vedi ad esempio le sale sotto la piramide di Cheope).

5) Anche in Egitto verso il 7.000 avanti Cristo l’area dove sono oggi le piramidi veniva allagata periodicamente. A quei tempi il Nilo era poco profondo e le piene provocavano allagamenti ben più vasti di quelli attuali (vedi immagine).

6) Tutte le grandi piramidi del mondo sono state costruite lungo i grandi fiumi, in aree che per buona parte dell’anno diventavano paludi. Tutte sono costruite al centro di depressioni del terreno che potrebbero essere stati bacini di raccolta dell’acqua per la stagione secca. In alcuni casi, come in India e in Cambogia, le piramidi non sono molto alte, sono più che altro contrafforti e sono tutt’ora al centro di bacini (vedi immagine 1 – immagine 2).

La mia idea è quindi molto semplice: le popolazioni che vivono lungo i grandi fiumi iniziano a praticare l’agricoltura intorno al 10.000 a.C. in aree che diventano paludose per buona parte dell’anno. Inizialmente sfruttano rialzi naturali del terreno per costruire villaggi all’asciutto e scavare pozzi per l’acqua potabile. In Egitto esistono molte piccole collinette con un’area piatta in cima e sembra proprio che qualcuno si sia dedicato a spianarle perfettamente (vedi immagine). Con l’aumento della popolazione alle piattaforme naturali se ne aggiungono altre artificiali che vengono via via ingrandite e alzate e dotate di bacini e pozzi (vedi immagine). Poi arrivano popolazioni guerriere e i potenti nuovi re si appropriano delle piramidi tronche, vestigia delle pacifiche società dei pescatori contadini matriarcali, e le trasformano per lo più in luoghi di culto (sud e centro America, India, Cambogia (vedi immagine1, immagine2, immagine3, immagine4). In Egitto e in Cina le piramidi diventano invece sepolcri.

E solo in Egitto vengono completate assumendo la forma di piramidi complete (a punta). Invece nel Nord America non nascono grandi imperi schiavisti, non c’è quindi nessun re che si appropria delle piramidi trasformandole in un simbolo di potenza, monito ai sudditi. Così le piramidi nord americane, mantengono chiaramente traccia del loro uso come semplici contrafforti per costruire case al riparo dall’acqua.

Vedi anche: “La grande truffa delle piramidi” e “La vera storia del mondo”.


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