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Al pettine i nodi politici di vent’anni

18 Settembre 2013

di Giovanni Orsina
(da “La Stampa”, 18 settembre 2013)

la Corte di Cassazione, al termine di un contenzioso giudiziario durato anni e passato attraverso innumerevoli meandri, ha confermato ieri la condanna a Fininvest a pagare una cifra di circa mezzo miliardo di euro alla Cir di Carlo De Benedetti, come risarcimento per la vicenda del Lodo Mondadori.

La notizia è uscita proprio mentre si attendeva che Berlusconi diffondesse un messaggio che, stando alle voci, avrebbe avuto un robusto contenuto politico e forse condizionato in profondità il futuro dello schieramento di centro destra. E oggi, infine, la questione della decadenza di Berlusconi da senatore, a motivo di un’altra condanna ottenuta anch’essa non come politico ma come imprenditore, affronterà il passaggio decisivo in giunta al Senato.

La confluenza di questi tre avvenimenti rafforza sempre di più l’impressione, viva da almeno un mese e mezzo, che nell’attuale sfortunatissimo torno di tempo siano venuti al pettine tutti o quasi i nodi politici irrisolti degli ultimi vent’anni. Una sorta di «tempesta perfetta ». Fra i nodi più ingarbugliati troviamo naturalmente il conflitto di interessi: l’anomalia macroscopica di un imprenditore – e imprenditore televisivo! – di grossissimo calibro che si trasforma dalla sera alla mattina in un leader politico di calibro altrettanto rilevante, e lo resta per vent’anni. Sebbene occupi una posizione senz’altro centrale nel groviglio italiano, tuttavia, il conflitto di interessi non rappresenta un nodo, per così dire, primario. Pur essendo del tutto anomalo, insomma, non crea lo stato di anormalità (pure se, certamente, lo aggrava), ma deriva a sua volta da un evento anomalo precedente.

Ossia da Tangentopoli. Dall’improvviso e fragoroso collassare, privo di precedenti storici o di alcuna corrispondenza altrove in Europa, dei partiti di governo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie. Partiti per altro che – lo si rammenti – ancora nell’aprile del 1992, un mese e mezzo dopo l’arresto di Mario Chiesa, erano riusciti a raccogliere milioni e milioni di voti. È stata Mani Pulite l’anomalia primaria che, aprendo una voragine paurosa sul centro destra del sistema politico italiano, ha reso possibile – potrebbe quasi dirsi, come fosse un buco nero, «risucchiato » – l’anomalia secondaria berlusconiana. Le risorse del Cavaliere hanno così preso a svolgere una funzione straordinaria di supplenza in un’area politica rimasta ormai pressoché deserta. E gli elettori di centro destra – o forse meglio: quelli che non erano disposti a votare a sinistra – hanno accettato volenti (molti) o nolenti (non pochi) questa supplenza anche perché non avevano alternative. Dal 1994 a oggi insomma il centro destra italiano, che ha rappresentato milioni e milioni di elettori, ha vinto tre elezioni e governato il paese per quasi dieci anni, è potuto esistere unicamente grazie al conflitto di interessi. Una frase quest’ultima dalla quale, al solo leggerla, è possibile misurare tutta l’assurdità della situazione italiana.

Ma la conclusione (provvisoria?) della vicenda giudiziaria del Lodo Mondadori è emblematica per almeno altre due ragioni. Innanzitutto perché, affondando le radici in un epoca precedente a Mani Pulite, ci spinge a portare il ragionamento su un tempo ancora più lungo. E a riconoscere come la stessa Tangentopoli sia scaturita da cause ancora più antiche: ossia da una profonda crisi di coerenza, visione, determinazione, capacità progettuale della politica, che affligge la nostra repubblica da ormai molti decenni. Una crisi che la pervasività della politica nella società e nell’economia italiane ha reso ancora più grave, che Tangentopoli ha a sua volta notevolmente aggravato, e soprattutto che nessuno negli ultimi vent’anni è riuscito minimamente ad affrontare. Col risultato che la politica oggi è terribilmente fragile, forse più che mai, nuda e indifesa di fronte ai venti che soffiano da luoghi non politici – i tribunali, i media, le aziende.

La conclusione della vicenda Mondadori è emblematica, in secondo luogo, perché in questo caso la sconfitta di Berlusconi si specchia direttamente nella vittoria di De Benedetti. Ossia del gruppo editoriale l’Espresso. Ossia del più importante esponente mediatico dell’antiberlusconismo politico, saldamente collocato nel campo del centro sinistra e convinto sostenitore dell’operato dei giudici. Il tramonto del Cavaliere, se lo si guarda da questa punto di vista, non rappresenta un problema soltanto per il futuro centro destra, ma anche per il futuro centro sinistra. Che, una volta privato dell’identità e del collante antiberlusconiani, dovrà decidere quale nuova identità darsi, quale nuovo collante trovare. E soprattutto dovrà decidere se e come dare risposta alla crisi della politica della quale si diceva prima. La crisi per cui la politica si trova subordinata alle aziende. Ma anche ai media. E ai tribunali.


Il piano di Berlusconi. “Nessuna crisi ora ma tra due mesi…”
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 18 settembre 2013)

La tentazione di mandare tutto all’aria torna prepotente nell’animo del Cavaliere. E d’altra parte, chiunque dovesse sborsare mezzo miliardo al suo peggior nemico sarebbe un tantino irritato. Si aggiunga l’umiliazione che l’ex premier patirà stasera in Giunta, quando il Pd voterà per cacciarlo dal Parlamento: sembra quasi di assistere allo «schiaffo del soldato », con la vittima che le busca ora da questo, ora da quello…

Dunque l’ira ribolle nel campo berlusconiano. Insulti ed epiteti si abbattono come grandine sulla sentenza Mondadori. La destra ne denuncia la «chirurgica tempestività » (tesi di Brunetta), come se il momento per renderla nota fosse stato scelto apposta dai giudici per consumare su Berlusconi la più plateale e sadica delle vendette.

Si domanda incredulo Minzolini, già direttore del Tg1, eletto nel Senato della Repubblica: «Non capisco cosa ci sia ancora da aspettare per reagire ». Come lui la pensano tutti i «falchi » del Pdl, che da oggi tornerà a chiamarsi Forza Italia: si mandi a casa il governo, si torni quanto prima a votare… Berlusconi è più imbufalito di loro, in fondo tocca a lui risarcire De Benedetti, mica all’«amazzone » Biancofiore che grida allo «scippo di Stato », o alla Santanché scatenata contro le «toghe con licenza di uccidere ». Diversamente dai più scalmanati, però, il Cavaliere ritiene che reagire subito sarebbe tatticamente sbagliato, aprire d’istinto la crisi un regalo a Renzi che non chiederebbe di meglio per «asfaltarlo ». L’Italia unanime addosserebbe a Silvio la colpa dello sconquasso, gli metterebbe sul conto lo spread e tutti i mali conseguenti all’instabilità.

Per cui l’uomo sta apprestando un piano, che nella frustrazione impotente di queste ore qualcuno dei suoi pregusta come risarcimento di tutti i colpi subiti: far saltare il banco a metà novembre, non appena si aprirà la finestra di un possibile voto primaverile. Quello potrebbe essere il momento per scatenare una crisi che «oggi non verrebbe compresa, ma tra due mesi forse sì ». Anziché sulle condanne di Berlusconi, Letta verrebbe mandato a casa sulla manovra economica dell’autunno. A fronte delle tasse e dei balzelli, dei rincari e delle accise che il governo dovrà introdurre per far tornare i conti (complice l’esborso sull’Imu), Forza Italia chiamerà a raccolta il popolo moderato. E il Cavaliere a quel punto potrà dire: «Sulla giustizia ho subito il martirio senza falli di reazione, ma di fronte a una Finanziaria che mette le mani in tasca alla gente io mi ribello… ».

Questo è quanto va maturando dalle parti di Arcore. Nessuno si aspetta sfracelli dal video-messaggio che doveva essere mandato in onda ieri, invece è stato rinviato a oggi per registrarne una nuova versione più dura contro le toghe. Durerà 7 minuti, di cui 4 per annunciare che Forza Italia «is back ». Neppure domani, quando alle 17 il Cavaliere visiterà la nuova sede di piazza San Lorenzo in Lucina, sono previsti colpi di scena. Ma le «colombe » già fiutano la tempesta che si prepara tra qualche settimana, perciò tenteranno di ottenere un chiarimento preventivo dal Capo.

Stasera dopo la Giunta, o al più tardi domattina, Alfano e gli altri ministri Pdl porgeranno sul piatto a Berlusconi le dimissioni dal governo. «Se vuoi che le presentiamo, caro Presidente, noi siamo pronti », sarà il biglietto d’accompagnamento. Con un Ps: «… ma tu se vuoi che restiamo al governo, allora ci devi garantire che non saremo vittime del fuoco amico ».

Basta con le accuse di tradimento che i «falchi » (ribattezzati da Cicchitto «gli esagitati ») sparano a raffica, specie dopo la terribile gaffe del sottosegretario Castiglione, beccato da un «fuori onda » su La 7 mentre pianificava un cambio di casacca in caso di crisi. In ogni caso, gli diranno, il nuovo partito non può essere messo in mano a Verdini e alla Santanché. Perché se tutte le stanze della nuova sede verranno occupate, nessuna ne resterà libera a novembre per gli ex ministri, nemmeno una poltroncina di partito.

Insomma, la crisi non scoppierà domani. Ma il clima resta pessimo, e Silvio ha ripreso a insistere con la figlia Marina perché raccolga il testimone in politica per una sfida che rimane dietro l’angolo. Lei, stando ai «si dice », sarebbe meno risoluta nel suo «no ».


Da Ruby al processo di Napoli: il delitto perfetto dei magistrati
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 18 settembre 2013)

Milano- Lo arresteranno e lo metteranno in carcere. Non per fargli espiare la condanna dei diritti tv, e nemmeno – quando dovesse diventare definitiva – quella per il caso Ruby. In veste di condannato, paradossalmente, Silvio Berlusconi ha più vie di fuga che da semplice cittadino: arresti domiciliari, affidamento ai servizi sociali, grazia, eccetera.
Invece è da nuove indagini preliminari che rischia di piombargli addosso la tegola del mandato di cattura.
Finora a proteggerlo è la Costituzione, che impedisce l’arresto dei parlamentari senza l’okay della Camera di appartenenza. Ma il giorno stesso della sua decadenza dal Senato il Cavaliere si ritroverebbe come una tartaruga senza carapace, alla mercé del primo ordine di custodia chiesto da un pubblico ministero.

Se vengono interpretati alla luce di questo esito, gli incastri del calendario di questo inizio d’autunno hanno una sorta di perfezione geometrica. Certo, possono essere letti come l’affollarsi casuale di scadenze inevitabili, il rendiconto di una carriera imprenditoriale e politica che per i giudici è anche una carriera criminale. Ma è certo che se il piano dell’attacco al Cavaliere fosse stato pianificato, non sarebbe potuto venire meglio. In fondo potrebbe farne anche parte la sentenza di ieri della Cassazione, che colpisce Berlusconi sul fronte delle tenuta economica. Ma il vero gancio al fegato è previsto per la fine di questa settimana: quando il tribunale di Milano che ha processato e condannato Berlusconi per concussione e prostituzione minorile depositerà – a meno che i giudici non chiedano una proroga – le motivazioni della sentenza Ruby. Sentenza che si annuncia densa di giudizi pesanti sulle abitudini pubbliche e private di Berlusconi. Ma non è il clamore mediatico a dover preoccupare l’ex premier. Con il deposito si aprirà formalmente la strada per la incriminazione di tutti i testimoni che per il tribunale sono venuti in aula a dire il falso per salvare Berlusconi. Come la poliziotta Giorgia Iafrate, come il giornalista Carlo Rossella, e soprattutto come le Olgettine, le ragazze che hanno negato un lato porno delle feste di Arcore. Tutti testimoni falsi, secondo il tribunale. Dalla loro incriminazione scatterà l’inchiesta che ha già un nome in codice, «Ruby 3 ». Se la Procura sceglierà un avvio soft, all’inizio indagherà le ragazze «solo » per falsa testimonianza. Ma l’accusa vera che i pm faranno scattare è quella, assai più pesante, di corruzione in atti giudiziari. Il prezzo della corruzione? I soldi che Berlusconi ha versato alle ragazze mese per mese, dall’esplosione dello scandalo, ufficialmente per aiutarle a tirare avanti. Quindi anche Berlusconi verrà inquisito. Se non subito, lo sarà quando – a metà ottobre – verranno depositate anche le motivazioni ancora più dure del processo Ruby 2, dove il giudice Annamaria Gatto chiederà l’incriminazione, oltre che del Cavaliere, anche dei suoi difensori Ghedini e Longo. E davanti a un reato come la corruzione giudiziaria, ben pochi giudici direbbero di no ad una richiesta di arresto.

E uno scenario analogo potrebbe presentarsi a Napoli, dove – ed è un altro tassello del mosaico di questi giorni – il 23 ottobre è fissata l’udienza preliminare a carico di Berlusconi per la presunta compravendita di parlamentari. È ben vero che qui il Cavaliere ha dalla sua una ordinanza favorevole del gip, e che ad indagine chiusa sarebbe difficile motivare il suo arresto. Ma anche qui c’è un fascicolo nuovo, che riguarda le offerte a De Gregorio per addomesticare la sua versione: ma anche, secondo alcune indiscrezioni, uno scenario di voti di scambio e di rapporti con la camorra su cui sta scavando il pool antimafia della Procura napoletana.
Certo, per mandarlo in galera serve che Berlusconi non sia più senatore. Ma per questo, se anche riuscisse a schivare la legge Severino, c’è il nuovo processo fissato a Milano per il 19 ottobre, che tornerà ad infliggergli l’interdizione dai pubblici uffici.


Decadenza Silvio Berlusconi, il Cav per ora non scatena la crisi: “La aprirà il Pd, non noi”
di Alessandro De Angelis
(da “L’Uffington Post”, 18 settembre 2013)

È quando al centralino di Arcore arrivano richieste di lumi sul da farsi che Silvio Berlusconi consegna un’unica regola di ingaggio: “Non è il momento di aprire la crisi di governo. L’alternativa non è ancora chiara. La crisi semmai la apre il Pd, non noi”. Parole ripetute a falchi e colombe. Nel giorno in cui sanguina una nuova ferita, quella aperta dalla Cassazione sul lodo Mondadori.

È furioso l’ex premier, “inferocito come una pantera” lo descrivono i suoi: “Vogliono vedermi morto – è lo sfogo più ripetuto – e non si fermeranno finché non mi vedranno fuori per sempre”. Torna lo spettro dell’assedio concentrico, a orologeria. La fucilata è arrivata proprio alla vigilia del voto della Giunta sulla relazione di Augello: “Prima mi hanno tolto la libertà – si sfoga coi suoi – ora il patrimonio. E in ultimo mi cacceranno dal Parlamento”.

È in questo spirito che Berlusconi decide di stoppare il videomessaggio del lancio di Forza Italia e di registrarne, per l’ennesima volta, una nuova versione. Indurendolo nella parte sulla “persecuzione giudiziaria”. Andrà in onda mercoledì mattina, prima sulle reti Mediaset. È un discorso alla nazione modello ’94, in cui la nascita del nuovo-vecchio partito è legata alla lotta contro la persecuzione giudiziaria, burocratica e fiscale. Nessuna rassicurazione sul governo che ormai il Cavaliere considera politicamente morto e rispetto al quale ha maturato una certa insofferenza umana nei confronti dei componenti, a partire dal premier Enrico Letta. Ma la grande rottura non c’è. E c’è un motivo se Angelino Alfano a Porta a Porta annuncia che dopo il voto della giunta ci sarà una riunione per valutare le decisioni da prendere ma non mette nessuna pistola sul tavolo. Al momento l’idea è di aumentare il livello di pressione consegnando le dimissioni nelle mani di Berlusconi, ma senza aprire immediatamente la crisi di governo.

Ed è proprio per coprire il cedimento che i falchi spifferano una versione tattica: “Berlusconi – spiega un falco di rango – alza il livello dello scontro, lasciando che sia il Pd ad aprire la crisi. La posizione sui giudici e sulle tasse il Pd non la regge”. E per far uscire Berlusconi fuori dai gangheri e dire qualche parola fuori posto proprio l’ala dura del partito ha organizzato per giovedì alla 17,00 l’inaugurazione della nuova sede di Forza Italia in San Lorenzo in Lucina con tanto di folla e telecamere. È un modo per risvegliare gli istinti belligeranti dell’uomo nella speranza che non si trattenga e provochi l’Incidente che tira giù tutto. Perché lo stato d’animo è quello di un lottatore ferito.

Chi gli sta vicino lo sa. Per questo Marina (la figlia), Maria Rosaria Rossi (detta “la badante”) e Francesca (la fidanzata) gli hanno costruito attorno un cordone sanitario per tenergli lontano i falchi che lo spingono alla rottura. Ad Arcore le presenze dei più agguerriti sono state filtrate con cura. Ed è dovuta all’azione della famiglia l’ultima road map che prevede, appunto, il messaggio su Forza Italia e la messa in stand by di un secondo videomessaggio tutto sul governo. Così come la non partecipazione di Berlusconi alle trasmissioni televisive, nonostante abbia una gran voglia di parlare. L’invito a Porta a Porta per giovedì è sempre valido, ma al momento è prevista la presenza di Daniela Santanchè.

È Marina che ha preso in mano le redini della situazione. Quel “non ci arrenderemo” diramato alle agenzie dopo la sentenza sul Lodo Mondadori è apparso a molti come un passaggio di testimone. È lei ad agire, di fatto, già come erede politico. Anche se è presto per parlare di successione. Fino al voto d’Aula c’è da gestire l’uscita del Capo del Parlamento. L’ipotesi delle dimissioni è tutt’altro che scartata, al netto dei fuochi d’artificio di giornata. Ma per questa riflessione c’è ancora tempo.


Lodo Mondadori. Ecco perché il rimborso è una rapina
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 18 settembre 2013)

Milano – L’affare del secolo. Questo, per i difensori di Berlusconi, è stato per Carlo De Benedetti – ora che, dopo ventitrè anni, se ne possono tirare definitivamente le somme – la vicenda Mondadori.
Perché l’Ingegnere ha prima firmato un accordo che gli garantiva di conquistare ciò che gli stava a cuore: Repubblica, l’Espresso, i quotidiani locali. E ora incassa il risarcimento più ingente della storia giudiziaria italiana. Un risarcimento che equivale a un sesto del bilancio Fininvest di un anno. E che – come si segnala quasi con incredulità negli ambienti dell’azienda del Biscione – corrisponde a vent’anni degli utili al netto delle tasse della Mondadori.
Mezzo miliardo di euro di risarcimento per un danno mai subìto: questa è, per Berlusconi, la sua famiglia e il suo staff, la morale del processo. Per capire le basi di questa lettura bisogna addentrarsi in un groviglio fatto di sette sentenze accavallatesi nel corso di due decenni. Ma il punto chiave è, in fondo, abbastanza semplice. Ed è il confronto tra due ipotesi di armistizio che, nei mesi convulsi della guerra di Segrate, puntavano a chiudere le ostilità e a dividere salomonicamente il colosso editoriale tra Berlusconi e De Benedetti. La prima è la proposta che nel giugno 1990 il Cavaliere rivolse all’Ingegnere. La seconda è quella che nell’aprile 1991 Berlusconi e De Benedetti sottoscrissero. Cosa era cambiato nel frattempo? Che era scesa in campo la politica, premendo per un accordo. E che la Corte d’appello di Roma aveva dato ragione alla famiglia Mondadori, che si rifiutava di cedere a De Benedetti – da cui si sentiva tradita – il controllo dell’azienda. Ma quella sentenza della Corte d’appello di Roma era viziata dalla corruzione di uno dei tre giudici, il relatore Vittorio Metta. Fu a causa di quella sentenza ingiusta, dice la Cir, che dovemmo scendere a patti. E i giudici – di primo grado, d’appello e di Cassazione – le hanno dato ragione.

Così, per calcolare il danno economico subìto dall’Ingegnere, sono state messe a confronto le due proposte: la prima, quella avanzata da Berlusconi quando ancora la Corte d’appello non gli aveva fornito un’arma di pressione micidiale; e la seconda, quella su cui De Benedetti mise la firma. E poiché nella prima era la Cir a dover incassare un conguaglio, e invece nell’intesa finale il conguaglio andò a Fininvest, questo conto algebrico del dare e dell’avere è il danno, secondo i giudici, subito dalla Cir.
Peccato che tra le due proposte passarono dieci mesi. Un’eternità, in quei mesi di Borsa tempestosa, durante i quali i valori dei pacchetti azionari cambiarono profondamente. «Le valutazioni riferite ad aprile 1991 avrebbero totalmente giustificato per l’intero ammontare la variazione dei prezzi delle azioni scambiate, con la conseguenza che la sentenza dovrebbe essere cassata per aver riconosciuto un danno esorbitante a favore di Cir mentre nessun danno risulterebbe esistente », scrivevano i legali di Fininvest nel ricorso che la Cassazione ieri ha respinto. E la spiegazione starebbe tutta nell’andamento delle azioni Espresso: comprandole nel 1991 anziché a giugno 1990, De Benedetti fece in realtà un affarone. Roba da 104 miliardi di lire, secondo i conti della difesa Berlusconi.
Insomma, la sentenza «corrotta » non avrebbe modificato in nulla la sorte della guerra. E fu anche per questo, dicono i legali Fininvest, che De Benedetti si guardò bene dall’impugnarla davanti alla Corte di Cassazione, e firmò l’accordo che gli consegnava Repubblica. E allora, perché oggi il risarcimento?


Schiaffo incompatibile con la democrazia
di Marina Berlusconi
(da “il Giornale”, 18 settembre 2013)

Questa sentenza non è giustizia, è un altro schiaffo alla giustizia. Rappresenta la conferma di un accanimento sempre più evidente.
E la sua gravità lascia sgomenti. Da vent’anni certa magistratura assieme al gruppo editoriale di Carlo De Benedetti tentano di eliminare dalla scena politica mio padre aggredendolo su tutti i fronti. E ora la magistratura ci impone definitivamente di finanziare proprio il gruppo De Benedetti, per un importo spropositato, infinitamente superiore al valore della partecipazione Fininvest nella Mondadori. Tutto ciò è compatibile con la democrazia? Davvero si può far finta di niente di fronte ad una simile anomalia? Sappiamo meglio di tanti altri che le sentenze si devono rispettare, lo abbiamo dimostrato nei fatti eseguendo alla lettera quanto stabilito dai primi due gradi di giudizio.

Però le sentenze ingiuste non solo si possono, si devono criticare. E anche questo, al di là delle motivazioni che leggeremo molto attentamente, è un verdetto in palese contrasto con la realtà dei fatti ma anche con le regole del diritto. Siamo dalla parte della ragione, lo abbiamo provato senza ombra di dubbio ma ci vediamo ugualmente condannati ad un autentico esproprio, che senza alcun fondamento colpisce così duramente uno dei più importanti gruppi imprenditoriali del Paese. Il ridimensionamento molto modesto della somma determinata dalla Cassazione non intacca in alcun modo l’eccezionale peso dell’ingiustizia di cui siamo vittime.

Al contrario, suona come una vera e propria beffa. La Cir non ha subito alcun danno, lo sa per primo Carlo De Benedetti che continua a straparlare di «scippo », neppure un euro da parte nostra era ed è dovuto. Oggi la Cassazione aveva la possibilità di cancellare quello che non esito a definire uno scandalo giuridico. Ha deciso di non farlo. È una nuova, bruciante sconfitta per la giustizia, una ferita profonda per quanti si ostinano ancora a credere nei valori della giustizia e della verità. Ma noi non ci arrendiamo. Percorreremo tutte le strade che riguardo alla sentenza l’ordinamento consente perché questi valori possano tornare a essere rispettati.


L’esproprio e i traditori spingono Berlusconi all’ultima battaglia
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 18 settembre 2013)

“Non c’è alternativa”, scuote la testa Daniela Santanchè, che con il Cavaliere ha stabilito una rara corrente d’intonazione. “Da una parte c’è la fine certa”, dice la pasionaria, “dall’altra il voto anticipato, la possibilità di un lavacro elettorale. Potrebbe anche non andarci bene, potremmo anche fallire, ma bisogna tentare. Non c’è scelta”, ma solo un ultimo colpo di coda, la sfida tra una oscura certezza e l’incognito miraggio del lieto fine. Certo niente è ancora deciso, Silvio Berlusconi registra, cestina e poi registra ancora un videomessaggio che forse, forse, oggi sarà trasmesso dalle sue televisioni. Ritorna Forza Italia, e con il nuovo/vecchio partito, Berlusconi ha intenzione di contrattaccare “la magistratura politicizzata e irresponsabile”. Ma il Cavaliere non ha una linea certa, né un orizzonte sicuro verso il quale dirigersi, soppesa l’idea della crisi, ma la abbandona subito dopo, per poi tuttavia riappropriarsene. Il Berlusconi variabile interpreta se stesso all’infinito, come il Buffalo Bill di Altman, gigante di un povero mondo dove tutto è rimasticato: l’accanimento giudiziario, la sfida con le toghe, la Cassazione e l’ultima condanna, ieri, il risarcimento milionario a Carlo De Benedetti (541 milioni di euro per il lodo Mondadori), quell’ultima sentenza che ha portato anche Marina Berlusconi dalla parte dei duri, dei falchi. “Questa non è giustizia”, ha detto l’erede, la Berlusconi in gonnella, “è un altro schiaffo alla giustizia. Rappresenta la conferma di un accanimento sempre più evidente”. E adesso, nel Pdl tormentato che diventerà Forza Italia, si agita prepotente anche lo spettro velenoso del tradimento.

Prima erano soltanto ironici sussurri, cenni maliziosi, un darsi di gomito tra i falchi, un codice di guerra interno, una grammatica condivisa da Denis Verdini, da Daniela Santanchè, da Mariarosaria Rossi e da pochi altri all’interno delle mura del Castello. “Guarda, guarda i traditori che stanno al governo”. Ma la confessione rubata, lunedì, da “Piazza Pulita” a Giuseppe Castiglione, sottosegretario e dignitario del Pdl in Sicilia, quel fuori onda in cui il senatore amico di Angelino Alfano gestualizza il non detto, rimescola l’aria con la mano destra, come usa a Catania, e dunque ammette che “se Berlusconi fa cadere il governo c’è una vasta area di fronda… Tre senatori sono molto vicini a me, e sono della cosa…”, ecco la confessione di Castiglione ieri ha accelerato la frequenza con la quale il Cavaliere accarezza, abbandona, e poi riprende con foga l’idea della crisi.

I dubbi di Letta il Vecchio
Berlusconi s’allontana un momento, seccato, ma poi non può fare a meno di tornare con il pensiero al progetto di un’ultima grande battaglia elettorale che lo salvi dal nodo scorsoio che sente stringersi sempre più saldo al collo. E adesso, dopo che la Cassazione ieri ha anche stabilito che non c’è più scampo, che si dovranno pagare 541 milioni di euro al nemico De Benedetti, e dopo le parole allusive di Castiglione (“se Forza Italia è un asset aziendale noi non ci siamo… non c’è nemmeno Alfano”), d’improvviso, tutto in una volta, hanno preso forza, guadagnato credito, anche i consiglieri di guerra. Gli chiedono una delle sue “pazzie presidenziali” inzuppate di ragione, un’altra esplosione della sua fantasia imprevedibile e tortuosa, capace di provocare entusiasmi travolgenti (e al tempo stesso inguaribili odii). “Non c’è alternativa alla crisi”, dice Daniela Santanchè, avvolgente e appassionata Pitonessa, “o il governo cade o è la morte, la fine. Quelli se lo cucinano”, dice. E così raccontano che persino Gianni Letta, il cauto Letta, da qualche giorno non è più sicuro di sé, dei suoi consigli sempre pettinati. Persino il Gran visir del berlusconismo adesso allude all’abbandono dei modi felpati, della diplomazia, della trama mediorientale. Nel Pd raccontano che Letta il Vecchio ha pure confessato i suoi dubbi a Letta il Giovane, nipote e presidente del Consiglio, il premier che sempre ha tenuto sotto controllo la temperatura del Pdl agitato grazie allo zio, e proprio per questo mai ha creduto troppo alle minacce di crisi. “E’ un bluff”, diceva ai suoi collaboratori di Palazzo Chigi. Fino a ieri. Ma adesso anche lui, anche il capo del governo ammette, per la prima volta da quando il Cavaliere s’è trasformato in Amleto, che “il mio governo è in bilico”.

E dunque, di fronte a Berlusconi, sempre incerto com’è, di fronte a quest’uomo variabile e contrariato, ieri è apparsa ancora una volta, nitida e tremenda, l’immagine dello sfacelo, della fine ingloriosa: il “tradimento” dei suoi, “l’esproprio” dei denari, e infine, anche la perdita della libertà. Troppo per un ego grandioso e ipertrofico come il suo, capace di eccessi, come succede per tutte le creature che ebbero dal destino troppi doni. L’intelligenza e la capacità di antivisione sono virtù tonificanti, ma anche una maledizione.


Perché il voto sulla Severino è un’assurdità
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 18 settembre 2013)

Se la legge Severino, quella che butta fuori a calci dal Parlamento i condannati tipo Silvio Berlusconi, ̬ costituzionalmente corretta Рdel che gli stessi esperti dubitano Рnon si capisce perch̩ non venga applicata senza tante storie.
Segno che è una legge zoppa o cretina? L’interrogativo, come direbbe Biscardi, sorge spontaneo per un motivo semplice. Oggi la famosa commissione (di cui si parla e straparla da oltre un mese, quasi due) vota per stabilire se il Cavaliere debba o no decadere dalla carica di senatore. Votare significa offrire ai commissari la possibilità di dire sì o no alla sua estromissione.
Se non fosse così perché mai dovrebbero votare, visto che la citata legge Severino – se è una legge vera – basterebbe a stabilire la sorte dell’ex premier? Non è finita qui l’assurda vicenda. Tra una settimana o due, a prescindere dall’esito della superflua votazione odierna, l’assemblea di Palazzo Madama sarà chiamata a sua volta a esprimere un giudizio – stavolta definitivo – sui destini del leader del centrodestra.

Ancora un voto? Sissignori. Vuol dire che i colleghi senatori di Berlusconi hanno ancora la possibilità di dire sì o no alla sua permanenza in Senato quale membro effettivo. Ma da quando in qua una legge (nella fattispecie la Severino) anziché essere applicata tout court viene sottoposta all’esame dei parlamentari affinché decidano – indipendentemente dal codice – se essa sia estensibile al Cavaliere? Conta la legge o conta maggiormente il parere dei senatori?
I soliti sapientoni affermano: l’assemblea di Palazzo Madama ha solo l’obbligo di prendere atto che Berlusconi non ha più i titoli per i rimanere in carica. Ma, se fosse così, perché mai essa dovrebbe votare? La qual cosa comporta una scelta, che può per definizione essere positiva o negativa. Se si trattasse soltanto di una presa d’atto, sarebbe sufficiente che i rappresentanti del popolo venissero informati della condanna di Silvio, cui toccherebbe uscire di scena soltanto in conseguenza della legge Severino. Invece no. Essi – ripeto allo sfinimento – sono costretti a votare. E se votassero per la permanenza di Berlusconi in Senato, automaticamente deciderebbero che la mille volte nominata legge Severino ha il valore di uno stupido gioco di società: zero.
Ora anche un ebete comprende che siamo di fronte a un controsenso talmente macroscopico da rendere tutta la questione più psichiatrica che giuridica. Come mai nessuno se n’è accorto? Già. Siamo in Italia, il Paese di Pulcinella.


Rapinato Berlusconi
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 18 settembre 2013)

L’omicidio perfetto sta andando a compimento. A Silvio Berlusconi prima hanno tolto la libertà personale (sentenza Mediaset), poi quella politica (voto in giunta sulla decadenza), ora, con la condanna Mondadori, quella economica (quasi 500 milioni di euro da versare definitivamente nelle casse di Carlo De Benedetti, editore di La Repubblica).

L’asse tra magistratura e sinistra, con il benevolo patrocinio di Giorgio Napolitano, ha sincronizzato il plotone di esecuzione e ora si prepara a godersi lo spettacolo dell’uscita di scena (possibilmente in bolletta) del Cavaliere e della conseguente e inevitabile fine di una Forza Italia potenzialmente vincente.

È stucchevole ribadire che parliamo di tre truffe politico-giudiziarie. Difficile definire credibile che il primo contribuente italiano (per di più senza potere di firma sui bilanci) sia anche un evasore abituale (sentenza Mediaset). Impossibile accettare che una legge (la Severino sulla decadenza dei parlamentari condannati) possa essere applicata in modo retroattivo violando un principio costituzionale. Incredibile che un imprenditore (Berlusconi) sia costretto a risarcirne un altro (De Benedetti, che per di più all’epoca dell’affare si dichiarò felice) con una quantità di soldi senza precedenti e cinque volte superiore all’attuale valore della società (Mondadori) che vent’anni fa si erano spartiti di comune accordo.

Grillo ieri ne ha detta una giusta, che ben si addice alla situazione: «Moderati si muore ». A meno di non fare come il fino a ieri anonimo sottosegretario Castiglione, un fedelissimo di Alfano, che si è lasciato scappare (non sapendo di essere registrato): se Berlusconi stacca la spina al governo siamo in diversi pronti a mollarlo. Strategia già vista, messa in atto in passato da mezzi uomini, poltronari miracolati che per fortuna non fanno testo né storia.

Ora, non è che qui qualcuno voglia morire, ma lasciarsi accompagnare al cimitero senza neppure poter scegliere prete e carro mi sembra eccessivo. La cronaca è piena di tragedie figlie di eccesso di prudenza, atteggiamento non meno pericoloso della spregiudicatezza. Dico solo che la casa (delle libertà) sta bruciando e non vedo un andirivieni adeguato di gente con i secchi in mano. È vero che l’acqua rischia di fare più danni del fuoco, ma attenzione che se viene giù il tetto poi addio a tutto. Si vive di libertà, non di governi ostili e inutilmente stabili.


Video del discorso di Silvio Berlusconi, qui.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart