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Il Paese dove non cambia mai nulla

14 Ottobre 2013

di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 14 ottobre 2013)

E’ un po’ che non scrivo, è vero. La ragione più importante è che scrivere di politica, economia e società, come è mia abitudine, mi sembra sempre meno utile. O forse sarebbe meglio dire: è sempre stato abbastanza inutile, ma ora tale inutilità mi è ancor più chiara di prima.
Da dove viene questo sentimento?

Fondamentalmente da una constatazione: da vent’anni, in questo Paese «non muove foglia ». Tutto è immobile e congelato. O forse sarebbe meglio dire: tutto cambia, ma gattopardescamente. Cambiano i governi, cambiano le mode, cambiano i palinsesti della tv, ma tutto avviene in modo che nulla di essenziale cambi davvero. Siamo il Paese più conservatore del mondo, o perlomeno così appaiamo ai miei occhi.
Anche la crisi, ormai entrata nel settimo anno, pare non averci insegnato nulla. La gente aspetta, come sotto un bombardamento, che passi la buriana. La classe politica si trastulla nella speranza di «agganciare la ripresa ».

Il governo e i suoi ministri, da cui ci aspetteremmo parole chiare e decisioni coraggiose, si muovono come se fossero impegnati in una caccia al tesoro: «cerchiamo le coperture », «individueremo le risorse », «troveremo i soldi ». Mai una vera scelta. Mai un discorso non retorico al Paese. Parole, parole, parole, direbbe Mina.

Ecco perché non mi viene di scrivere l’ennesimo articolo. La sensazione è che scrivere non sia nient’altro che dar credito al nulla. Prendere sul serio l’eterna ammuina della politica e della società italiane.
Prendiamo il «dibattito » interno al Pdl. Che cosa c’è di nuovo? C’è una sola idea che non sia l’ennesima rifrittura delle formule vuote con cui ci hanno bombardato negli ultimi anni?

Eppure, come molto giustamente ha notato Franco Bruni qualche tempo fa su questo giornale, il vero problema dell’Italia, quello che rende pericolose eventuali elezioni anticipate, è che non si vede all’orizzonte nessuna nuova offerta politica, nessuna volontà di prendere congedo da quella che potremmo chiamare la «colonna sonora » della seconda Repubblica: un impasto di slogan, di formule, di siparietti e di riti che hanno completamente congelato il Paese.

Si potrebbe pensare, e sperare, che qualcosa di nuovo possa venir fuori dalle convulsioni del berlusconismo e dall’assalto di Renzi all’establishment di sinistra. Ma è prudente dubitarne, a giudicare dai segnali di queste settimane. Su entrambi i versanti dello schieramento politico l’attenzione si concentra, come limatura di ferro attirata da una calamita, sulle questioni che creano identificazione, dibattito, indignazione, visibilità sui media: legge elettorale, immigrazione, carceri, diritti dei gay e delle donne. E rifugge invece dai nodi di politica economica e sociale, assai meno interessanti sul piano emotivo, ma molto più influenti sul futuro del Paese.

Eppure anche le grandi questioni di civiltà sono assai più difficili da affrontare in un Paese che, anno dopo anno, diventa sempre più povero. Senza tornare a crescere e a produrre ricchezza non avremo mai le risorse per affrontare i gravissimi problemi sociali dell’Italia: disoccupazione, sottoccupazione, povertà, illegalità diffusa, ignoranza (vedi gli ultimi dati Ocse, pubblicati pochi giorni fa).

Su tutto questo destra e sinistra sono sostanzialmente mute. Non perché non abbiano le loro ricette, ma perché sono le ricette di sempre, che né l’una né l’altra sono state in grado di applicare con successo né nelle loro legislature lunghe (1996-2001 e 2001-2006), né nelle loro legislature corte (1994-1996 e 2006-2008). La sinistra non sa come combattere l’evasione fiscale senza soffocare l’economia. La destra non sa come abbassare le tasse senza fare nuovo deficit pubblico. Entrambe parlano di lotta agli sprechi ma, ogni volta che i sindacati chiedono risorse per stabilizzare i precari, retribuire gli esodati, o prolungare la cassa integrazione, non trovano il coraggio di dire l’unica cosa che si dovrebbe dire in questi casi: «cari sindacati, i miliardi di cui avete bisogno cerchiamoli insieme nell’immensa giungla degli sprechi, visto che sul fatto che gli sprechi ci siano sembriamo tutti d’accordo ».

E invece no. I politici di destra si guardano bene dall’attaccare le pensioni d’oro o dal denunciare le sanatorie in campo edilizio. Ma Renzi non dice una parola sulle false pensioni di invalidità o sui finti poveri che non pagano il ticket, e ha molta cura di non farsi vedere in giro con Pietro Ichino (che pure aveva contribuito al suo programma). E tutti, indistintamente, tacciono quando – come è successo giusto un mese fa – un governo locale (Napoli) concede le case agli occupanti abusivi, spesso entrati con l’aiuto violento della camorra, sottraendole a chi ne avrebbe diritto: un fatto prontamente denunciato da Antonio Polito sul «Corriere della Sera », ma ignorato dalla stragrande maggioranza dei politici, sempre pronti a dichiarare su tutto e su tutti, ma del tutto refrattari a parlare dei temi che scottano.

Ecco perché dico che questo è un Paese immobile, come congelato. Un grande freddo sembra avvolgere tutto e tutti. Nemmeno lontano dalle elezioni si ha il coraggio di parlare delle cose da cui dipende il nostro futuro, e in fondo anche l’opinione pubblica si diverte ad assistere ai combattimenti di galli che, ogni sera, ci offrono i vari Floris, Santoro e Vespa. Questa, in fondo, è l’unica vera attenuante dei nostri politici: se sono quello che sono è anche perché noi facciamo ben poco per cambiarli.
E così, rieccomi a scrivere. Ad aggiungere, anch’io, parole. Forse perché la speranza è l’ultima a morire. O forse perché anch’io, come tutti, non sono capace di cambiare.


La grande sfiga
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 14 ottobre 2013)

Una maledizione lasciata dall’agonizzante Prima Repubblica si abbatte da anni sui presidenti di Camera e Senato. Vanitosi, ambiziosi, riveriti. Poi tutti ai giardinetti.

E chissà se davvero, come raccontano, Laura Boldrini ogni tanto osserva quei ritratti, mischiati a vanvera da un disguido del destino, nella galleria dei presidenti, e attraversando il corridoio più sfortunato di Montecitorio, talvolta, posa uno sguardo pietoso sulla fotografia sorridente di Fausto Bertinotti, su quella compresa di Irene Pivetti, su quella cinerea di Gianfranco Fini. E allora la presidentessa della Camera, che i commessi chiamano Isidora, in onore dell’imperatrice di Bisanzio, circondata com’è sempre da uno scenografico codazzo d’assistenti, portaborse e addetti stampa, si fa sfuggire un sospiro. Ed è un solletico, un subbuglio di speranza, o forse un fastidio che corre sotto la pelle, una specie d’insidia dei nervi, un brivido infinitesimale del pensiero che non riesce a farsi concetto, ma solo pare coagularsi in frantumi inerti di dubbio: “Farò la loro stessa fine?”. Sospiro.

Nella Seconda Repubblica i presidenti della Camera, come quelli del Senato, hanno trovato una triste fine, precipitati nel nulla o nell’irrilevanza. Dov’è finito l’elegante Carlo Scognamiglio, che da guida di Palazzo Madama condivise la vittoria napoleonica del 1994 con Silvio Berlusconi? Pare riceva ancora in via della Dogana Vecchia, nel suo ufficio vitalizio del Senato: si suona alla porta e un cameriere filippino, in guanti bianchi, introduce l’ospite alla scrivania dell’illustre pensionato. E dov’è oggi Marcello Pera, che per cinque anni governò con filosofia il Senato, e quasi divenne un Papa laico, tanto rinnegò il suo passato relativista? Chissà. Uno dopo l’altro sono caduti gli uomini nuovi, germogliati all’ombra di Mani pulite, chi fulminato dal suo narcisismo, chi travolto dall’ebbrezza istituzionale, chi stordito dalla vanità d’una politica che sempre più si faceva catodica, con “Porta a Porta”, la terza Camera, a umanizzare ciò che forse non doveva essere umanizzato. Tutti vittime della Camera tombale, tramontati, tutti, dunque, allo stesso modo, come colpiti dalla maledizione della Prima Repubblica, che riecheggia quella di Atahualpa, l’ultimo re degli Incas: “Avete voluto impossessarvi del nostro cibo – gridò Atahualpa al conquistatore Pizarro che lo stava strangolando – ebbene io vi dico che il nostro cibo vi farà impazzire”. Il cibo degli Incas era la foglia di coca, che da quel momento cominciò appunto a diffondersi in Europa e nelle Americhe. Più sommessa, ma implacabile, è stata la maledizione della Prima Repubblica sulla Seconda. E così Leone e Gronchi, Pertini e Scalfaro, che dalla presidenza della Camera furono proiettati nell’Olimpo del Quirinale, stanno lì, nel Palazzo, costretti nei loro ritratti maestosi, accanto alle più recenti rovine, ai volti martirizzati di Bertinotti e di Violante, di Fini, di Pivetti e di Casini. E i presidenti d’un tempo, i vecchi democristiani, socialisti e comunisti, gli uomini d’apparato e d’antica pianta, Pietro Ingrao e Nilde Iotti, sembrano osservare, dalle loro alte cornici dorate, la tragedia dei loro successori. Ma col sorriso ironico, pungente e nello stesso tempo amaro, di chi molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro con un velo di commiserazione. Dai loro occhi, ultimi dell’antico ceppo costituzionale, s’irraggia dunque la sfortunata maledizione, “avete voluto impossessarvi del nostro cibo…”.

Ed è vero, resistono Renato Schifani e Luciano Violante, che furono presidenti del Senato e della Camera. Ma il capogruppo del Pdl, con qualche guaio giudiziario a Palermo, e il saggio quirinalista, sono imprigionati nel limbo delle riserve della Repubblica, che è sigla araldica della speranza istituzionale, certo, ma è pur sempre una riserva, e dunque un’angusta prigionia dove palpare lo spessore di buio che avanza, una lavagna su cui è stampato l’irresistibile nulla che li inghiotte. E certo, la politica li ha fatti fuori tutti, ma proprio tutti, tranne uno: Pier Ferdinando Casini, l’irrottamabile, più gatto di D’Alema, più volpe di Veltroni, eterno come fu Andreotti. Eppure quello di Casini, che della Camera fu presidente, è solo un eterno galleggiare inerte, dai fasti con Silvio Berlusconi, di cui è stato il Delfino (anche qui eterno), alla sussistenza con Mario Monti, fino a oggi, a queste ore, lanciato com’è, Tarzan fuori moda, da una liana politica all’altra, sempre pronto ad abbandonare l’ultimo dei suoi sfortunati Forlani, che fu il suo maestro, per aggrapparsi a un nuovo padrinato da spolpare. E dunque dal “vecchio Arnaldo” a Berlusconi, da Berlusconi a Monti, da Monti agli astri nascenti Enrico Letta e Angelino Alfano, i due soci postdemocristiani, altro giro altro salto, per farci un nido anche qui, con i promettenti quarantenni adesso a capo del governo di larghe intese. Ma ogni volta per Casini l’abitazione diventa sempre più angusta, remota, precaria, e persino i giovani leoni cui ora tenta di tenersi stretto ogni tanto si danno di gomito: “Guarda Pier Ferdinando, lui sì che ha un grande futuro dietro le spalle”.

E dunque è vero, ha di che sospirare Laura Boldrini – e ne avrebbe anche Pietro Grasso, che è superstizioso, e forse si abbandona agli scongiuri – tutta compresa com’è, la presidentessa Isidora, nella chimera autoreferenziale di Montecitorio, in quell’alluciolio di speranze e di inganni chiamato Camera dei deputati. Davvero non c’è presidente che non s’illuda, non c’è seconda, e non c’è terza carica dello stato che non sia convinta, intimamente sicura, certissima di ricoprire un incarico cucito sulla sua personalità, proprio come Boldrini, che della sua presidenza sta facendo una missione, un incarico messianico, e infatti tanto ricorda l’ultima donna che sedette prima di lei sul seggio più alto della Camera, Irene Pivetti. A trentun anni, Pivetti, leghista alfabetizzata, s’arrampicò in cima allo scranno più alto di Montecitorio, contratta e neghittosa, con un moto di delicata vertigine nello sguardo. Indro Montanelli se ne invaghì subito, “tra gli uomini nuovi, è il più nuovo e il più uomo”, disse di lei, che esibiva la croce di Vandea, come Boldrini oggi porta addosso la croce dei peccati del mondo, lei che, col suo cipiglio, famelico ma castigato da un freno occulto, con la sua aria dolente, già avanza con torbida santità di martirio verso lo spelacchiamento. La donna più uomo e più nuova della Seconda Repubblica sarebbe passata da un integrale komeinismo vandeano all’Udeur di Mastella, dall’offerta secessionista all’offrire peperoncini secchi di Ceppaloni e vaghi, improbabili odori di poltrone; per poi naufragare lentamente verso l’oblio. La televisione spazzatura, il faustismo catodico di una trasmissione tragicamente chiamata “Bisturi”, il collo alto scambiato per la mise sensuale di catwoman, latex, borchie, cuoio sadomaso, e infine il buio. La presidenza della Camera ha cancellato Irene Pivetti dalla politica italiana. Chi è stata Irene Pivetti? Un’integralista? Una liberale? Una democristiana? Una donna dello spettacolo? Oppure, dopo essere stata presidente della Camera, è stata niente? Come Carlo Scognamiglio, che fu il Pietro Grasso della Pivetti, il presidente del Senato, lui che, rispettabile e vestito di buona sartoria, espressione dell’establishment nel mucchio selvaggio e vincente del Cavaliere, evidentemente ignaro della maledizione che grava sui presidenti del Parlamento, pronunciò il suo primo discorso in Aula con una mano in tasca e gli occhiali calati sul naso, quando gli sarebbe servito invece un cornetto portafortuna. Ed è ovviamente finito ai giardinetti, Scognamiglio, non prima d’aver fondato un partito rovinosamente chiamato Udr. Anche Nicola Mancino e Franco Marini, funzionari, vecchia Dc, uomini ligi alle regole dell’apparato, implacabili nelle loro scelte e dotati di un’ambizione sempre temperata dalla funzione, sono caduti vittime della stessa sfortunata congiura del destino, due presidenti del Senato, l’uno triturato nelle fumose pieghe della trattativa tra lo stato e la mafia, parcheggiato in un angolo oscuro del Palazzo; l’altro sfregiato dal suo stesso partito, il Pd che lo ha candidato al Quirinale e condannato a un’efferata sconfitta, “un fatto volgare e ingiusto”, disse il ruvido Marini a Lucia Annunziata che lo intervistava.

“Quando si è numeri due spesso si pensa a come diventare numeri uno, e lo si fa con tale profonda intensità da perdere la testa”, disse una volta Spadolini. E’ forse questa la spiegazione razionale che occulta la maledizione del Parlamento, la tragedia dei numeri due, dei vice-qualcosa, i secondi divorati dall’ambizione e dagli stucchi dorati, dalla mobilia inutilmente fastosa dei Palazzi romani, dalle liturgie e dalla gran pompa che disperde anche le intelligenze più vive nella grande città burocratica e pigra. Tutto ciò che il Quirinale non vuole o non ha il tempo di fare, onori e rassegne militari, incontri e visite di stato, strette di mano e ambasciatori, fotografie e rappresentanze estere, tappeti rossi e fanfare, precipita sui presidenti delle Camere, e insomma tutto concorre a insinuare una speranza nel cuore, a vivificare l’ambizione che si cela in ogni anima politica. Come Marini anche Pera e Casini pensarono di poter conquistare l’augusto Palazzo del Quirinale, e nel 1998, Francesco Cossiga, arrivò alla raffinatezza crudele di stuzzicare e assecondare le legittime ambizioni del suo acerrimo nemico Luciano Violante, dell’uomo che una volta chiamava “il mio piccolo Vishinsky”: gli profetizzò pubblicamente la presidenza della Repubblica italiana. E sempre, dunque, tra picchetti d’onore e sciabole sguainate, carabinieri in alta uniforme e salamalecchi istituzionali, a questi numeri due e numeri tre dello stato par d’aver quasi afferrato la mela, di essere a un passo dagli allori del numero uno, quelli veri. Ma è solo un miraggio, la dolorosa illusione d’un momento, abbastanza da confondere anche gli uomini più saldi e assuefatti alle ubriacanti lusinghe del potere. Gianfranco Fini ha imboccato così, come i suoi predecessori, il viale del tramonto, un’altra vittima della maledizione, sacrificio umano al Dio supremo dello stato. Pensionato e sconfitto ancora prima del suo alterno alleato e nemico Silvio Berlusconi, Fini ha appena terminato di scrivere un libro di memorie, e a lungo, nel rimuginare, negli ultimi mesi, non sapeva bene come iniziarlo, quale ricordo scegliere nello specchio rotto della sua vita, se la scheggia più tenera (gli anni del trionfo) o la più aguzza, che è stata per lui proprio la presidenza della Camera. La volle, fortissimamente la volle, sfidando il Cavaliere, rifiutando posti al governo, facendo ammattire i suoi colonnelli, quei Gasparri e La Russa che gli sono sopravvissuti e che ancora oggi non si spiegano l’insistenza tetragona, “la caparbietà evidentemente fatale”, dell’uomo che per vent’anni è stato il capo della destra in Italia e che oggi non è più nulla. Come la pipa di Magritte. Disegnò una pipa e ci scrisse sotto: questa non è una pipa.

L’ambizione, si sa, bolle tumultuosamente come una caldaia, e in Fini è stato così sino alla catastrofe terribile che avrebbe sciolto i grumi della sua vita. “Che fai mi cacci?”, chiese, e il silenzio che ebbe in risposta da Berlusconi se lo portò addosso come un presentimento di sciagura, come una gobba. Voleva liberarsi definitivamente dal ricatto dello sdoganamento, voleva spuntare l’arma di chi pigramente ricorre alla formuletta antifascista per marcare le distanze, e per questo Montecitorio gli sembrava salvifica. La presidenza della Camera è un ruolo istituzionale, la terza carica dello stato significa cancellare il ricatto per sempre, consegnarsi a un ruolo capace di raccogliere facili applausi senza troppo faticare, un trampolino per la successione morbida alla leadership del Cavaliere. Au contraire, tutto sbagliato, la sua è stata un’esistenza ubriacante, ma volatile al pari d’un incrocio d’ombre sul muro. E tutt’una serie di inciampi, di sfortune e di scandaletti l’hanno stritolato, annichilito, distrutto dal momento in cui ha messo piede al piano nobile di Montecitorio: la baruffa con Berlusconi, l’avvitamento irrazionale del Pdl, l’epurazione finale, il tentativo disastrosamente fallito di abbattere il governo, e infine quel mostriciattolo di partito tragicamente chiamato Fli, lo straziante ritorno ai più bassi bassifondi della politica di un ex vicepremier e ministro degli Esteri che pure aveva avuto la sua fierissima grandeur. E poi la casa di Montecarlo, le immersioni abusive nel mare di Giannutri, i nove uomini di scorta alloggiati a Grosseto in hotel a spese del contribuente…

Anche l’ultimo comunista sedutosi sullo scranno più alto della Camera, Fausto Bertinotti, è passato dal dieci per cento dei voti all’estinzione politica, ovvero da un quadro di Sironi (“l’unico rimpianto che ho per lo studio di Montecitorio”) a un quadro allarmante. La sua è stata una presidenza riempita di innocue enormità mondane, tra un soggiorno nel Chiapas e una visita ai monaci del monte Athos, recordman di presenze da Bruno Vespa nel 2007, accettò con entusiasmo la parte di Calamandrei in uno spettacolo su Danilo Dolci al Teatro Valle. Intrappolato nel gioco del narcisismo, Bertinotti fu trasformato dalla sua ambizione in una maschera pirandelliana, quello strano fenomeno di sdoppiamento per il quale in Israele, di fronte agli ebrei che gli chiedevano conto dell’ambigua posizione dei comunisti italiani nei confronti del terrorismo di Hamas, Bertinotti rispondeva: e che c’entro? Mica sono il capo dei comunisti, qui vengo da presidente del Parlamento italiano. Bertinotti aveva il piacere, e il dispiacere, d’essere molti, di vedere tutti i se stesso, essere a discrezione presente e assente, essere un altro. Uno, nessuno e centomila Fausto, un pozzo di smarrimento identitario che ha condotto Rifondazione comunista alla disfatta elettorale.

Ed è certamente vero, come dicono tutti, che la presidenza della Camera è un eremitaggio noioso e beato, un rifugio letargico che inietta malavoglia nel sangue, ma dev’esserci di più, sul serio la maledizione degli Atahualpa della Prima Repubblica. Perché presiedere il Parlamento, in Italia, non porta bene. L’ecatombe presidenziale sta lì a dimostrarlo, con i suoi terribili sacrifici umani, gli svaghi malinconici, crudeli e dissipati di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ed è il destino dei presidenti, la dannazione dei numeri due e tre dello stato, divenuti da un momento all’altro un’escrescenza fastidiosa; non più patrizi degni di adulazione, ma fossili della geologia istituzionale musealizzati in vita sotto le bende di gerghi e cerimonie tanto esornative quanto illusorie e soffocanti. Un monito per Laura Boldrini e Pietro Grasso. Un decreto del fato primorepubblicano.


Chi vede il nuovo e chi resta vecchio
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 14 ottobre 2013)

C’è un’Italia che spinge per cambiare e un’altra arroccata sulla difesa di un presente inadeguato. È un fenomeno trasversale che sta spaccando schieramenti ed equilibri tradizionali.
Il vicepremier Angelino Alfano e il ministro Gaetano Quagliariello se la ridono col premier Enrico Letta

Della prima, quella del cambiamento, fanno parte a titolo e con obiettivi diversi tra loro Berlusconi, Renzi e Grillo. Nella seconda, arroccata attorno al Quirinale, ci sono Letta e Alfano con i rispettivi ministri, la sinistra giustizialista e antiberlusconiana, una consistente pattuglia di parlamentari grillini. È una inedita versione di bipolarismo, non ideologico ma di puro potere e sopravvivenza personale. Chi non ha paura del nuovo, e soprattutto del giudizio degli elettori, contro chi è aggrappato a diritti e privilegi acquisiti, spesso senza particolari meriti personali. La situazione non è priva di aspetti comici, tipo Cicchitto che dà i sette giorni a Berlusconi («butta subito fuori i falchi altrimenti sei fuori tu dal nostro partito ») come si fa con i camerieri. Surreali, per esempio i ministri del Pd che definiscono Renzi (loro imminente segretario) «peggio di Grillo ». Mafiosetti, se fosse vera come scrivono i giornali – non smentiti – la reiterata richiesta del segretario-ministro (tra l’altro degli Interni) Alfano di avere la mia testa non si capisce a che titolo (non sono soggetto politico) se non quello di una concezione dell’informazione come «cosa nostra », nel senso di loro.

Ma sono queste quisquilie, parole e fatti ininfluenti che hanno come unico effetto stordire anche quel poco di elettorato che ancora non è scappato nell’astensionismo. E dire che la gente ha già ampiamente dimostrato di non gradire i traditori (vedi Fini) né la melassa centrista priva di identità, presuntuosa, arrogante ed elitaria (vedi Monti). Chiarezza di programmi ed alleanze, leadership. Questo serve e questo solo paga nelle urne (quelle europee non sono poi così lontane, si vota in primavera). Ora, vogliamo immaginare che futuro avrebbe il Movimento Cinque Stelle orfano di Grillo? Un Pd che sbarrasse con qualche trucchetto la strada a Renzi? Un Pdl con Cicchitto al posto di Berlusconi? A me, quelli che sostengono queste tesi sembrano più che altro dei matti in crisi di identità, alcuni alle prese con problemi personali. Per questo, e per quel che riguarda il centrodestra, siamo dell’idea che o rimarrà berlusconiano o sarà morto, inghiottito da altri. E fino a che ci sarà dato modo lo sosterremo con forza, per nulla impauriti da ridicole minacce.


Esposto alla Corte dei conti sui compensi di Fazio, Littizzetto e Benigni
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 14 ottobre 2013)

Non si placano le polemiche sui compensi di Fabio Fazio, Luciana Littizzetto e Roberto Benigni. Il Codacons e l’Associazione utenti radiotelevisivi hanno presentato un esposto alla Corte dei Conti contro la Rai, e in più un’istanza d’accesso all’Agenzia delle Entrate per ottenere copia delle denunce dei redditi (“che sono pubbliche”) dei tre personaggi televisivi e risalire ai cachet elargiti loro dalla Rai.
In una nota delle due associazioni si sottolinea: “Non appena avremo questi dati sarà nostra cura divulgarli allo scopo di garantire massima trasparenza ai teleutenti”.

Nella nota si dice anche che “quanto dichiarato da Fazio ieri è assolutamente assurdo e falso, nessuno può impedire per contratto di rendere pubblici i compensi, soprattutto se chi riceve il cachet decide di dare comunicazione di quanto percepito. Inoltre, la segretezza di cui ieri ha parlato Fazio viene cancellata di netto dal Fisco, dal momento che le denunce dei redditi sono pubbliche”. Quanto scritto da Codacons e Associazione utenti radiotelevisivi fa riferimento al conduttore di Rai3 che ieri, nel corso di “Che tempo che fa” con ospite Renato Brunetta (guarda il video) non ha confermato i dati sul suo compenso Rai riferiti dal capogruppo Pdl alla Camera. “Il dg della Rai Luigi Gubitosi va nella direzione contraria alla trasparenza che l’azienda deve ai cittadini, principali finanziatori attraverso il canone – proseguono Codacons e Associazione utenti radiotelevisivi -. Se quindi Gubitosi non è in grado di garantire tale trasparenza, farebbe meglio a dimettersi”.

Protesta anche l’Aduc: “Si leggono sui giornali i compensi dei personaggi tv più famosi si legge in una nota a firma del segretario Primo Mastrantoni – ma la legge obbliga la Rai a farlo per tutti i contratti.

Sapere come funziona il canone, dove finiscono le tasse dei cittadini è un dovere che la Rai non rispetta, nonostante glielo imponga la legge”. L’associazione prende spunto dal fatto che oggi un quotidiano “riporta la cifra di 5 milioni di euro per l’ingaggio del comico Crozza, altrettanto è quello del riflessivo Fazio”.

Ma quanto percepisce Fazio da Viale Mazzini? Il presentatore ligure ha un contratto (in scadenza il prossimo giugno) da due milioni di euro l’anno (per un totale di sei milioni). Di recente ha siglato l’accordo futuro: 5,4 milioni per altri tre anni.

In una lettera a Dagospia Brunetta torna sulla polemica di ieri sera: “Ho osato chiedere se fosse vero il contratto da più di 5 milioni di euro che Fabio Fazio ha firmato o sta per firmare. Fazio ha detto che non si fanno queste domande, perché è roba riservata, saperlo favorirebbe la concorrenza. Ho risposto: la trasparenza è dovuta per legge, i denari sono legittimi, ma la Rai è degli italiani, che devono sapere – ha concluso Brunetta -. Fazio sostiene a questo punto che comunque il suo programma porta attivo alla Rai e si paga interamente da solo con la pubblicità, e mi invita a controllare. E allora? Quand`anche fosse vero, e non è vero, è il minimo sindacale: i programmi di intrattenimento e di infotainment di Viale Mazzini devono far guadagnare per permettere poi di confezionare trasmissioni di servizio pubblico”.

Intanto da Viale Mazzini fanno sapere che la trattativa con Maurizio Crozza (si era parlato di un compenso tra i 4,5 e i 5 milioni per tre anni di contratto) si è arenata.


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Bart