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Napolitano, eppure per lui Cossiga era ‘incompatibile’

15 Ottobre 2013

di Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 ottobre 2013)

È stato Paolo Guzzanti, già molti mesi fa, a chiedere per primo, rudemente, dov’era Giorgio Napolitano quando il suo partito chiedeva l’impeachment per il presidente Francesco Cossiga. “Gli dettero del golpista e poco (molto poco) mancava che gli dessero dello stragista, eppure non stravolse mai la Costituzione”, scriveva Guzzanti sul Giornale. Eppure “non nominò primo ministro alcun professore dopo averlo battezzato in fretta e furia senatore a vita”. Non battezzò neppure commissioni di saggi per riscrivere la Costituzione, non impose un paio di governi scegliendo formula politica e presidente del Consiglio, non lanciò proclami al Paese chiedendo amnistia e indulto. Fino all’attuale richiesta d’impeachment da parte del Movimento 5 stelle.

Cossiga fece, è vero, altre cose: “Mandò i carabinieri al Consiglio superiore della magistratura”, ricorda Guzzanti, guerreggiò con i magistrati, irrise i “giudici ragazzini”, difese a spada tratta l’organizzazione segreta anticomunista Gladio. Il partito di Napolitano (l’ex Pci diventato Pds) nel dicembre 1991 presentò in Parlamento una richiesta di messa in stato d’accusa per il presidente della Repubblica. “Dove si trovava e che cosa faceva Giorgio Napolitano”, si chiedeva Guzzanti, “quando fu aggredito Cossiga?”. Napolitano, allora  dirigente del partito, ministro del governo-ombra e leader della corrente “migliorista” filo-Psi, attaccò il Cossiga “picconatore”. “È un problema oggettivo”, dichiara Napolitano il 22 marzo 1991. “È di interesse generale un chiarimento sulle dichiarazioni di Cossiga, al quale rivolgiamo l’appello di ritornare sul trono”. Ribadisce due giorni dopo: “Si è creata una situazione estremamente delicata e preoccupante sul piano istituzionale”. Ha creato “sconcerto e inquietudine per le sue dichiarazioni e le sue sempre più concitate reazioni”.

Nel maggio 1991 Napolitano differenzia la sua posizione da quella ufficiale del partito, che presenta quattro interpellanze alla Camera contro il presidente della Repubblica. “Ma la mia non è una dissociazione”, spiega. “Esercitiamo però una libertà di critica che discende dal principio della responsabilità politica ‘diffusa’ del presidente della Repubblica”. Ai giornalisti che gli ricordano che proprio la sua corrente si era opposta  alla rielezione di Sandro Pertini, portando il Pci a sostenere Cossiga, Napolitano risponde: “Allora Cossiga era presidente del Senato e aveva assolto in modo assai corretto alla sua alta funzione. Si era rivelato una persona aperta al rapporto con tutte le forze democratiche e quindi capace di rappresentare tutto il Paese”.

Dovrà ricredersi rapidamente. Negli ultimi mesi del 1991 il Pds di Achille Occhetto va verso la richiesta d’impeachment, deciso a maggioranza il 25 novembre. Napolitano e i suoi (Emanuele Macaluso, Gianni Pellicani e Umberto Ranieri) si differenziano  chiedendone le dimissioni. “L’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga – scrivono i miglioristi in un comunicato – ci ha visto uniti. Non abbiamo concordato nel ritenere che l’avvio della messa in stato d’accusa del capo  dello Stato risulti la risposta valida”. È però “inevitabile che Francesco Cossiga tragga le conseguenze dalla scelta da lui già compiuta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Per tutta risposta, Cossiga il 29 novembre chiama Napolitano e i suoi “vegetariani”: “Quelli che chiedono le mie dimissioni sono vegetariani, perché non sono né carne, né pesce”. Nelle settimane seguenti, il partito va allo scontro diretto con Cossiga. “Il presidente della Repubblica è fuori della Costituzione”, dichiara Occhetto il 3 dicembre. Il leader migliorista continua a differenziare la sua posizione. Il 24 gennaio 1992, dichiara: “Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds è una; ma un’altra via è quella di sollecitare le dimissioni; la terza è infine quella che si astenga strettamente da interventi impropri”. In ogni caso, “siamo di fronte a una situazione di estrema gravità che si è ulteriormente deteriorata”.

Il braccio di ferro termina nella primavera del ‘92. Il Comitato parlamentare boccia a maggioranza  l’impeachement e il Tribunale dei ministri archivia le accuse. Ma intanto Cossiga si dimette da capo dello Stato: il 28 aprile 1992, due mesi prima che scada il suo mandato. Mani pulite ha già cominciano a cambiare i connotati della prima Repubblica.


Le riforme non più rinviabili
di Ugo De Siervo
(da “La Stampa”, 15 ottobre 2013)

Intorno alla nostra Costituzione si sta sviluppando un confronto confuso ed animoso: a Roma si è addirittura svolta una vivace manifestazione per «salvare la Costituzione » che potrebbe essere – secondo gli organizzatori dell’iniziativa – rapidamente stravolta in senso presidenzialistico, mentre nulla si fa per il miglioramento della politica e per dare attuazione ai valori costituzionali. D’altra parte, pochi giorni fa si è assistito, sempre in nome della difesa della Costituzione vigente, a vistose proteste del Movimento Cinque Stelle, giunte perfino all’«occupazione » del tetto di Montecitorio.

Al tempo stesso, alcuni commentatori hanno accusato i promotori della manifestazione romana di essere solo nostalgici conservatori di regole pericolosamente inadeguate, mentre l’ambiente giornalistico più vicino a Berlusconi continua opinabilmente a sostenere che l’evidente inconcludenza dei suoi governi sarebbe da addebitare a difetti della nostra Costituzione.
Ma soprattutto colpisce l’animosità delle polemiche, che hanno investito addirittura coloro che hanno operato nel settore.

Così i componenti della Commissione governativa «per le riforme costituzionali », prima solo un po’ ironicamente definiti «saggi », sono stati tacciati di essere collaborazionisti «del potere », se non volgarmente denigrati da alcuni giornali o da blog che stanno facendo della violenza verbale la loro pericolosa caratteristica; addirittura qualche giornale ha cercato di coinvolgerne alcuni in generiche e non chiare indagini su scorrettezze nella passata gestione di alcuni concorsi universitari.

D’altra parte, i promotori della manifestazione romana sono stati definiti come sterili denigratori, capaci solo di diffondere sospetti ed ombre per giungere alla creazione di nuove forze politiche o per combattere indirettamente governo e Presidente della Repubblica.

Eppure in termini sostanziali non è intervenuto nulla di nuovo o di imprevisto: è vero che la Commissione per le riforme costituzionali (quella appunto composta dai «saggi ») ha consegnato la sua sintetica relazione finale, ma questa non contiene altro che una serie di ragionate considerazioni sui diversi modi per affrontare alcuni dei maggiori nodi di riforma, senza neppure proporre vere e proprie linee di soluzione. Anzi, l’esame delle rapide considerazioni contenute nella relazione potrebbe essere criticata proprio perché spesso non va oltre una corretta ricognizione delle tante e diverse possibili linee istituzionali, senza il più impegnativo suggerimento di quali possano essere le soluzioni preferibili. Questo significa che starà al governo, ai gruppi od ai singoli parlamentari, il compito impegnativo di proporre i disegni di legge di revisione della Costituzione: ma solo dopo queste proposte si potrà esprimere una prima valutazione sulla qualità e rilevanza delle innovazioni proposte, attualmente invece del tutto impossibile.

D’altra parte, è vero che si dovrebbe essere alla vigilia della seconda approvazione da parte delle Camere del disegno di legge costituzionale che, ove in tal modo approvato, permetterebbe la nomina dell’apposito Comitato parlamentare per le riforme costituzionali e l’inizio della vera e propria speciale procedura di revisione della Costituzione. Ma tutto ciò non significa certo che si sia davvero alle soglie di una stagione di organiche revisioni costituzionali, considerando i fragili rapporti fra le forze politiche, la stessa evidente divaricazione delle posizioni dei diversi partiti sui temi costituzionali, nonché la manifesta forza di conservazione delle istituzioni esistenti.

Né la pur discutibile procedura di revisione costituzionale che si prevede di utilizzare rappresenta uno strappo grave rispetto a quanto previsto in generale dall’art. 138 della Costituzione: le tante violente polemiche in materia lasciano sinceramente perplessi, se si considera che qualcosa del genere è stato purtroppo previsto (senza grandi reazioni) sia nel 1993 che nel 1997, allorché due diverse leggi costituzionali cercarono (invano) di agevolare il lavoro di revisione della Costituzione da parte di due diverse Commissioni parlamentari per le riforme.

Il vero difetto della via prescelta per modificare la Costituzione è, ancora una volta, la tentazione di una complessiva «grande riforma », che appare invece chiaramente impossibile per le troppe contrapposizioni e per la stessa modesta elaborazione culturale dinanzi agli attuali enormi nuovi problemi. Ma piuttosto che fallire ancora una volta, ci deve essere lo spazio per approvare le più pressanti riforme istituzionali, su cui – almeno in apparenza – esiste un vasto consenso: ed è ovvio che si pensi alla trasformazione delle due Camere, ad una razionalizzazione del sistema di governo e di legislazione, ad una sostanziosa modernizzazione del sistema regionale e di amministrazione locale (oltre ovviamente alla nuova legge elettorale). Anche queste riforme esigono però grande impegno di progettazione e di scrittura: ma allora non si comprende davvero il senso delle troppe diffidenti contrapposizioni, dal momento che dovrebbe essere a tutti chiaro che riforme del genere, se fatte bene, possono largamente sbloccare il nostro sistema istituzionale.


Cachet d’oro, pure Grillo inchioda Fazio
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 15 ottobre 2013)

Roma – «È vero che Fabio Fazio guadagnerà 5,4 milioni in 3 anni per 3 ore e mezzo di trasmissione alla settimana per 8 mesi l’anno? ». Prima il contropiede nel corso di Che tempo che fa con la battuta che ha acceso i riflettori sul nuovo contratto.
Poi l’interrogazione al presidente della Commissione di Vigilanza Rai, il grillino Roberto Fico. Infine il rilancio via Twitter.
Renato Brunetta continua la sua battaglia contro i compensi fuori controllo dell’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo. E mette nel mirino il super-stipendio di Fabio Fazio. Una battaglia coerente con l’impegno che da tempo il capogruppo del Pdl alla Camera sta profondendo per conoscere e rendere pubblici i compensi dei conduttori – tra cui lo stesso Fazio, Roberto Benigni e Luciana Littizzetto – custoditi gelosamente dall’azienda.

La richiesta inviata da Brunetta in Vigilanza è chiara: chiarire la tipologia del nuovo contratto e rendere noto, ufficialmente, l’ammontare del compenso triennale. «Fazio ha un contratto triennale con la Rai, con scadenza 31 giugno 2014, che prevede un compenso di 2 milioni annui. Nelle scorse settimane il direttore di Rai Uno ha ufficialmente confermato Fazio e Littizzetto per il Festival di Sanremo. Nella seduta del cda dello scorso 1 agosto – sottolinea Brunetta – il direttore generale ha presentato un’informativa sul rinnovo triennale. Il contratto stabilirebbe una decurtazione del compenso del 10% rispetto al precedente accordo: da 2 milioni a 1.800.000 euro l’anno. Tra l’altro, il nuovo contratto triennale che legherebbe Fabio Fazio alla Rai fino al giugno 2017, con un compenso per tre anni pari a 5 milioni e 400 mila euro, sarebbe proprio in questi giorni alla firma ». «Risulta quanto meno anomalo che il direttore generale proponga di discutere il rinnovo di un contratto non in scadenza, ma che giungerà a termine addirittura a giugno del prossimo anno. Secondo notizie pubblicate da organi di stampa, Fazio avrebbe imposto un rinnovo anticipato subordinando a esso la conduzione di Sanremo. L’eventuale conferma di questa circostanza si configurerebbe come una gravissima forzatura nei confronti della Rai ».

Se Brunetta carica il cannone delle interrogazioni – indirizzate peraltro a una Commissione guidata da un esponente grillino – a seguirlo sulla stessa strada è proprio Beppe Grillo. Con un post dal titolo «L’ipocrisia di Rai3 » scrive: «Domenica 13 ottobre 2013 il Tg3 alle ore 19.15 manda in onda un servizio su una famiglia composta da nonna, marito, moglie e tre bambine che vivono (si fa per dire) con la pensione di reversibilità della nonna: 700 euro al mese. Alle 21 circa va in onda sempre su Rai3 Che tempo che fa condotto da Fazio al quale la Rai ha rinnovato il contratto per 3 anni per 5.400.000 euro, cioè 1.800.000 all’anno ». «Chiedo che i portavoce del M5S denuncino, tutte le volte che vanno in una qualsiasi televisione, queste enormi ingiustizie. Anche tenendo presente che sono i pensionati al minimo che pagano il canone ». Sulla questione alza i toni anche il Codacons, insieme all’Associazione Utenti Radiotelevisivi. «È assurdo quanto affermato da Fazio: nessuno può impedire di rendere pubblico un cachet. Sui compensi di Fazio, Littizzetto e Benigni abbiamo presentato un esposto alla Corte dei Conti e un’istanza all’Agenzia delle entrate per avere copia delle denunce dei redditi e risalire ai cachet elargiti loro dalla Rai ».


Napolitano detta l’agenda a Letta: “Ora il governo faccia le riforme”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 15 ottobre 2013)

Da giorni ha subito, senza muovere un dito, gli attacchi e le critiche di Matteo Renzi. Adesso il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è tornato a rivendicare la fiducia al governo e a chiedere maggiore impegno per le riforme costituzionali.
Dal momento che l’Italia “stenta più di altri” a muoversi verso la crescita, ha lanciato un nuovo appello all’unità: “Conta in modo decisivo l’operare del governo e del parlamento, del mondo del lavoro e delle imprese, in una direzione univoca, col massimo di concretezza e unità”. “Al procedere delle riforme istituzionali ho legato il mio impegno all’atto di una non ricercata rielezione a presidente”, ha ribadito Napolitano confermando di portare avanti l’impegno finché sarà “in grado di reggerlo e a quel fine”.

Nonostante l’Italia “stenti” ad agganciare la ripresa “possiamo e dobbiamo tutti trasmettere, non retoricamente, motivi di fiducia su cui fondare un nuovo spirito di iniziativa, un nuovo slancio produttivo e competitivo”. Napolitano ne è fermamente convinto. Tanto che oggi, dal Quirinale, è tornato a ricordare che è “ancora in corso nell’Eurozona il faticoso processo di consolidamento delle finanza pubbliche e di un rilancio fondato su riforme e innovazione”. Da qui la necessità di portare a termine quelle riforme su cui sono state impostate le larghe intese che hanno portato Enrico Letta a Palazzo Chgi. Alla cerimonia di consegna delle insegne ai cavalieri del Lavoro, Napolitano ha detto chiaramente che occorre “andare avanti” a fare le riforme economiche e quelle “politiche e istituzionali da tempo riconosciute necessarie”. A partire dalla legge elettorale e dalla revisione della seconda parte della Costituzione. Proprio per questo, a detta del capo dello Stato, con il recente voto di fiducia al governo Letta il parlamento ha evitato che “si aprisse in Italia un vuoto politico, un nuovo periodo di grande incertezza e paralisi decisionale”. “L’imperativo è mantenere i nervi saldi, portare avanti in tutti i campi lo sforzo indispensabile, che non può, non deve essere messo a rischio da particolarismi e irresponsabilità”, ha continuato parlando al Quirinale delle “sfide ed emergenze” che investono l’Italia.

Dal Pdl non sono mancate critiche all’appello lanciato da Napolitano. A muoverle è stato Sandro Bondi secondo il quale le riflessioni e le raccomandazioni del capo dello Stato sono “il metronomo della politica italiana”. “Francamente comincio ad avere seri dubbi sull’utilità di questo ruolo esercitato da Napolitano nella convinzione di guidare dall’alto l’Italia verso l’uscita dalla crisi – ha spiegato il senatore azzurro – conseguenze di questo metodo non sono affatto incoraggianti”.


Una prima sentenza sulla trattativa tra lo Stato e la mafia
Due commenti tratti da “Dagospia”, 15 ottobre 2013)

1. IN MORTE DELLA “TRATTATIVA”: LA SENTENZA CHE ASSOLVE MORI SMONTA TUTTO L’IMPIANTO
di Salvo Palazzolo per “La Repubblica”

Comportamenti «opachi », scelte operative «discutibili », ma nessuna trattativa di uomini dello Stato con i vertici della mafia. Il tribunale che a luglio ha assolto il generale Mario Mori ha ancora qualche dubbio sul mancato blitz del Ros che il 31 ottobre 1995 avrebbe potuto portare alla cattura di Bernardo Provenzano, al punto di scrivere nella sentenza che «la condotta attendista » è «sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato di favoreggiamento » nei confronti del capomafia.

Ma non «è adeguatamente provato – aggiunge il presidente Mario Fontana nella motivazione della sentenza – che le scelte operative dei carabinieri, giuste o errate, siano state dettate dalla deliberata volontà di salvaguardare la latitanza di Provenzano ».

Secondo i giudici della Quarta sezione, la trattativa non l’avrebbe fatta neanche l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino, e neppure l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso. I giudici demoliscono pure un altro caposaldo delle indagini delle Procure di Palermo e Caltanissetta: «Resta senza riscontro – scrivono – l’eventualità che Paolo Borsellino abbia in qualche modo manifestato la sua opposizione ad una trattativa in corso fra esponenti delle istituzioni e associati a Cosa nostra ». Il tribunale boccia l’ipotesi che l’eccidio di via d’Amelio sia stato «accelerato » da Riina.

In 1.322 pagine, i giudici che hanno assolto il generale Mori dall’accusa di favoreggiamento mettono un’ipoteca sul processo appena iniziato per la trattativa Stato-mafia, che vede imputati non solo l’ex comandante del Ros, ma anche Nicola Mancino. Il supertestimone dei pm, Massimo Ciancimino, viene bollato come «soggetto incline alle chiacchiere e alle vanterie » e di «attendibilità precaria ».

Secondo il tribunale, «dichiarazioni incerte » sono anche quelle dell’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, che ha accusato Mancino di non essersi attivato per fermare il dialogo fra i carabinieri e l’ex sindaco Vito Ciancimino. «Ha una sorta di inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino dell’antimafia », scrivono i giudici di Martelli.

E concludono: «Men che meno il tribunale potrebbe, sulla scorta delle incerte indicazioni di Martelli, disporre la trasmissione degli atti al pm per il delitto di falsa testimonianza a carico di Mancino ». È un risultato importante per l’ex ministro degli Interni, che proprio nel processo per la trattativa è accusato di falsa testimonianza. Incassa un punto anche un altro imputato eccellente del processo trattativa: «Non vi è prova dell’infedeltà del generale dei carabinieri Antonio Subranni », dice la sentenza. È l’ufficiale di cui Paolo Borsellino parlò alla moglie, poco prima di morire: «È punciutu ». Ma ai giudici non sono bastate le parole di Agnese Borsellino.

Nella sentenza Mori viene messo in discussione tutto l’impianto accusatorio sulla trattativa, bollato come «contraddittorio e confuso ». I giudici non vedono ombre neanche nella clamorosa retromarcia che nel novembre 1993 portò alla revoca del carcere duro per 400 mafiosi. Per il tribunale, fu solo «un parziale cedimento » per evitare altre stragi e non «il risultato di un accordo ».

Dunque, nessuna ombra su Conso o sull’allora presidente della Repubblica Scalfaro. Eppure, alla fine, anche i giudici più critici con i pm di Palermo finiscono per ammettere che i misteri restano ancora tanti. Scrivono: «E’ immaginabile, ma non è sufficientemente provata l’esistenza di un disegno di personaggi di spicco della Democrazia cristiana, avallato o meno dal generale Subranni, volto ad aprire un dialogo con i vertici di Cosa nostra al fine di evitare ulteriori, cruente manifestazioni di violenza dirette contro propri esponenti ».
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2. COSíŒ UNA SENTENZA SMONTA L’INCHIESTA SULLA TRATTATIVA
di Giovanni Bianconi per “Il Corriere della Sera”

Non è una sentenza definitiva, d’accordo, bensì un pronunciamento di primo grado suscettibile di essere modificato in appello e in Cassazione. Ma per quanto siano solo un passaggio intermedio, le motivazioni con cui la quarta sezione del tribunale di Palermo ha assolto gli ex responsabili del Ros dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu dall’accusa di non aver voluto catturare Bernardo Provenzano nel lontano 1995, rappresentano una forte ipotetica sul processo-gemello, quello per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi.

Perché secondo i pubblici ministeri (gli stessi nei due dibattimenti) l’ipotetico favoreggiamento del latitante «storico » di Cosa nostra fu consumato proprio in ossequio alla trattativa. Secondo i giudici, invece, il favoreggiamento non ci fu, e nemmeno la trattativa è così sicura. Anzi. Talvolta appare «immaginale », ma mai «sufficientemente provata ».

Le oltre 1.300 pagine della sentenza sono un susseguirsi di dubbi, perplessità e smentite rispetto a un quadro probatorio che «si presenta spesso incerto, talora confuso ed anche contraddittorio ». E cambia il giudizio storico complessivo sulla stagione che seguì gli eccidi di Capaci e via D’Amelio. Ad esempio: l’arresto di Salvatore Riina operato dallo stesso Ros il 15 gennaio 1993, che per l’accusa fu un primo frutto del «patto occulto » siglato con Provenzano, per i giudici «ha costituito una svolta che ha restituito fiducia e slancio all’azione di contrasto all’associazione mafiosa, che da lì in poi ha conosciuto una ragguardevole continuità ».

Ancora: la storia dei 300 e passa decreti di «carcere duro » revocati dall’ex ministro della Giustizia Conso nell’autunno ‘93 – altra conseguenza della trattativa, nella ricostruzione dei pm – saranno pure stati «un segnale di distensione » , che però sembra «eccessivamente enfatizzato dall’accusa »; avvenne «per cercare di evitare i colpi di un terrorismo mafioso che sembrava in quel momento incontrollabile », e in ogni caso «non vi è prova della presunta trattativa che avrebbe condotto al cedimento del ministro Conso ».

Sostiene il tribunale che «un’interpretazione degli avvenimenti che non tenga conto della peculiarità dei contesti temporali in cui si è operato », soprattutto a vent’anni di distanza dai fatti, «rischia di essere fuorviante e di fare apparire, attraverso facili dietrologie e impropri richiami moralistici, complicità e connivenze gli sforzi di chi magari cercava in quei difficili momenti di evitare eventi sanguinosi in attesa di tempi migliori.

I giudici si spingono fino a rendere omaggio agli ufficiali che «portarono a termine la cattura del Riina », mentre avanzano ombre pesanti sui testimoni dei pm. In particolare Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso Vito (a sua volta «personaggio quanto mai inquietante e tutt’altro che trasparente »), rivelatosi tutt’altro che attendibile, vittima di una «narcisistica propensione ad affermazioni eclatanti che gli facessero guadagnare la ribalta mediatica » e guidato dal «velleitario tentativo di conquistare con gli inquirenti una posizione di forza che preservasse il patrimonio illecitamente accumulato dal padre ».

Ce n’è pure per l’ex ministro Martelli, definito testimone dai ricordi «non sempre limpidi », che paiono «largamente influenzati da quanto appreso a posteriori nonché, probabilmente, da una sorta di inclinazione a rappresentarsi come un puro paladino dell’antimafia a petto di atteggiamenti opachi di altri ». Ad esempio l’altro ex ministro Mancino, il quale nel dibattimento sulla trattativa si trova imputato di una falsa testimonianza che i giudici del tribunale non hanno minimamente riscontrato.

E che Paolo Borsellino sia stato ucciso perché aveva saputo della trattativa e s’era opposto, «è frutto di una mera ipotesi che potrebbe essere plausibile, ma non trova supporto probatorio in nessun sicuro elemento ».

Resta il mancato blitz del ‘95, dovuto a «scelte operative discutibili »; i carabinieri optarono per una «condotta attendista », nella quale «non mancano aspetti che sono rimasti opachi », come nel caso della mancata perquisizione del covo di Riina, ma il patto Provenzano non è provato. E resta un altro processo basato su elementi quasi identici, appena cominciato, che da ieri è diventato un po’ più difficile per l’accusa.


L’eredità di Bettino Craxi
di Filippo Facci per “Libero Quotidiano”
(da “Dagospia”, 15 ottobre 2013)

La storia è un po’ mesta. L’eredità politica di Bettino Craxi se la sono contesa in tanti per due decenni, ma la notizia è che l’eredità economica finirà direttamente all’asta. Su un quotidiano, infatti, è comparso un avviso del Tribunale di Milano in cui l’eredità è messa in vendita per un «prezzo minimo » di 350mila euro: entro mezzogiorno del 30 novembre gli interessati possono farsi vivi presso i curatori (notaio Ajello- Sormani, curatrice Paola Grissini) purché versino una caparra di 35mila euro. Ma di che eredità stiamo parlando?

La storia è un po’ mesta. Bettino Craxi nel 1997 era già esule in Tunisia da tre anni (cioè latitante) e da altrettanti aveva abbandonato la sua casa di via Foppa a Milano. Era già condannato a cinque anni e mezzo per corruzione e ormai era già chiaro a tutti che non sarebbe tornato più. Però, di non avere con sé le sue cose, quelle che aveva collezionato per tutta la vita, gli dispiaceva. Purtroppo, però, il 13 marzo 1997 ci fu una soffiata: «Andate al porto, la nave è questa, controllate ».

Il porto era quello di Livorno e la motonave si chiamava Linda, anche se i 250 scatoloni da controllare erano ancora su un camion con targa tunisina posteggiato al deposito doganale di Varco Galgani. C’erano, sì, anche scatoloni di maglieria grezza che risultavano indirizzati al maglificio «Pullovex sarl, Zone Industrielle Route pour Tunis, 3100 Kairouan », tutto imballato con nastro da pacco: però erano 1200 chili di roba, troppi per essere soltanto lana. Così i finanzieri aprirono le scatole una per una, e ci misero una giornata intera.

I giornali scrissero di «tesoro di Craxi » e «archivio di Craxi » e scemenze varie su Craxi; intervenne il servizio antifrodi e ne nacque un tourbillon giudiziario che si concluderà con l’assoluzione di Anna Craxi, moglie di Bettino. La stampa, al solito, ricamò di brutto. Scrissero di preziosissimi oggetti d’arte antica, quadri di Rembrandt e di Poyakof, sculture di Modigliani, la procura circondariale livornese invocò una valutazione del celeberrimo Pool della procura di Milano. Questo mentre Craxi inondava le redazioni di fax per spiegare che quelli, in sostanza, erano solo gli arredi di casa sua, insomma era un trasloco, e neanche suo, ma principalmente di sua moglie Anna che aveva deciso di vivere anche lei ad Hammamet.

La polemica s’inabissò. L’iter per il dissequestro ovviamente fu lungo e complesso. Di autentici «tesori di Craxi » alla fine non ne troveranno mai, e sarà il procuratore aggiunto del Pool di Milano, Gerardo D’Ambrosio, ad ammettere che Craxi non arricchì mai personalmente con la politica. A parte un paio di modesti appartamenti per i figli e qualche versamento per l’amante (una ridicola tv privata) altri tesori non riusciranno a trovarne. La celebre villa di Hammamet, negli anni Sessanta, fu pagata due lire.

Però ecco, c’era il tesoro sequestrato a Livorno. Il 12 marzo 1999, cioè due anni dopo, sul quel carico venne posto addirittura il vincolo delle Belle arti: la Sovrintendenza ai Beni culturali di Pisa iniziò un’indagine per stabilire se il materiale rinvenuto potesse essere considerato esportabile. L’anno dopo, il 23 marzo 2000, poco dopo la morte di Craxi, la famiglia decise di accettarne l’eredità con beneficio d’inventario: una cautela obbligata, visti i processi di Mani Pulite e quindi il rischio di ereditare anche i debiti legati alle condanne. Il 28 luglio dello stesso anno il tribunale accolse la richiesta di «inventario asseverato ».

Ed eccolo, il tesoro. Vecchie pistole, sciabole, spade, divise, mostrine, ritratti, incisioni, lettere autografe. Un busto di terracotta di Giuseppe Garibaldi scolpito da Ximenes, comprato da un antiquario di via dei Coronari, ricevuto in regalo da un amico per la festa di compleanno. Moltissimi simboli del Partito socialista tra i quali il garofano scelto per soppiantare falce e martello. Effetti personali di Craxi. Stampe, libri, quadri, cianfrusaglie, cappelli, camice rosse. Un biglietto autografo di Garibaldi omaggiato da Giovanni Spadolini, che lo aveva prelevato dalla sua collezione. Soldatini in camicia rossa comprati al mercatino di Bollate. Niente di notevole valore.

Nessun Rembrandt, ovviamente. C’era una testa di Modigliani: ma era falsa, era stata regalata a Craxi dai celebri falsari del 1984, un «vero falso Modigliani » come da l’etichetta applicata sotto il piedistallo. La storia è un po’ mesta. In famiglia ci furono discussioni e disaccordi, ma erano spuntati debiti da ripianare e creditori da acquietare: in particolare c’era da liquidare chi aspettava risarcimenti per la bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano.

Ergo, decisero di vendere il «tesoro ». Gli avvocati Camozzi-Bonissoni-Giuliano passarono la pratica al notaio Ajello e il Tribunale nominò Paola Grossini come curatrice, incaricata di monetizzare il più possibile: e siamo all’annuncio pubblicato ieri. La dottoressa, per il tesoro più fantasticato degli ultimi trent’anni, chiede 350mila euro. Un buon bilocale al Giambellino.

 


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Bart