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Mastella: “De Gregorio racconta favole. Vi dico io perché cadde Prodi”

26 Ottobre 2013

di Paolo Bracalini
(da “il Giornale”, 26 ottobre 2013)

«Sulla vicenda giudiziaria di De Gregorio non so nulla né mi interessa. Io faccio un’analisi politica.

Mastella, lei era ministro della Giustizia del governo Prodi, quello che De Gregorio dice di aver fatto cadere in cambio di soldi da Berlusconi.

«E allora diciamo la storia vera. Intanto quando De Gregorio lascia il centrosinistra (Idv, ndr), eletto presidente della Commissione Difesa del Senato coi voti del centrodestra, il governo Prodi si è insediato da nemmeno venti giorni! »

Una compravendita record, due anni prima che il governo cada.

«Da lì (inizio giugno 2006) in poi, che influenza poteva avere De Gregorio? Nel momento in cui passa col centrodestra non ha più relazioni, forza persuasiva sul centrosinistra che è forte, è appena arrivato al governo e ci rimane fino al 2008. Viene messo al bando a sinistra e da lì in poi ha un ruolo marginale ».

Lui dice però di aver spostato gli equilibri al Senato.

«Ma non scherziamo. Il governo Prodi cade perché perde l’appoggio di altri senatori che nulla hanno a che fare con De Gregorio. Rossi e Turigliatto, della sinistra estrema, le pare che erano influenzati da De Gregorio? Ma non esiste proprio! I senatori Scalera e Dini non erano assolutamente legati a lui. Il senatore estero Pallaro neanche, Fisichella manco lo conosceva. Io men che meno. È per questi voti qui che Prodi è caduto, mica per De Gregorio! S’inventa un ruolo, un’aureola che non sta né in cielo né in terra! ».

Ma è vero che le chiese di mollare Prodi?

«Ci ha provato, come io ho provato a farlo tornare nel centrosinistra. Un giorno, nel 2007, viene da me e inizia a dire “passa col centrodestra ”, facciamo qui, facciamo là… “Ma a fare che? ” gli ho risposto io. “Io faccio il ministro, faccio cadere il governo di cui faccio parte? Per fare che? ” L’ho mandato al diavolo ».

Ai pm di Napoli De Gregorio racconta di un pranzo con lei e il capo della Cia a Roma che le promette «riconoscenza dagli Usa per chi avrebbe fatto cadere Prodi ».

«Nessun pranzo e nessuna cena. Mi chiamò, era con una persona che conoscevo dall’epoca della Dc. Sono stato là non più di cinque minuti perché ho visto un personaggio che non mi piaceva. Poi ho scoperto dopo essere uno della Cia. Come ho capito l’antifona me ne sono andato ».

E la riconoscenza degli Usa?

«Era lui che voleva farmelo credere. Ma i rapporti con gli Usa ce li ho già da me, mia moglie è italo-americana, la sua famiglia vive negli Usa. Che me ne fregava a me di De Gregorio ».

Prodi sembra avvalorare il racconto di De Gregorio quando dice che lei «mise la testa di traverso nel suo ufficio e disse: “Ragazzi miei, se volete far fuori me, sono io a far prima fuori voi ” ».

«Ma quello era tutta un’altra questione politica. C’era Veltroni che lavorava al Pd e voleva fare una legge per far fuori i partiti più piccoli come l’Udeur. È normale che se vogliono fregare me io frego loro, ma non c’entrava niente Prodi. Pensi che Veltroni, testimone il senatore Fabris, mi propose: “lascia perdere il centro ed entra nel Pd, trattiamo sui posti in lista ” ».

Quindi fu il centrosinistra a fare campagna acquisti con l’Udeur di Mastella?

«Mi è testimone il senatore Fabris, era il 2007, nell’ufficio di Veltroni. Gli risposi che a me interessava l’idea del centro, non il partito unico del centrosinistra ».

Le proposero posti nel Pd per salvare Prodi?

«No no, perché era proprio il Pd di Veltroni a voler liquidare Prodi. Il fatto che volesse una legge per eliminare i partiti piccoli, che sostenevano Prodi, lo dimostra. Poi c’era stato Bertinotti che aveva definito Prodi “poeta morente ” e il suo governo un «brodino caldo ». C’entra qualcosa qui De Gregorio? Non c’entra niente. Ma neppure l’Udeur fu determinante, anche questa storia va raccontata bene ».

Lei e un altro senatore votaste contro.

«Ma se fa i conti vede che anche senza i nostri due voti sarebbe caduto lo stesso (finì 161 no a 156 sì, ndr). La barbarie giudiziaria contro me e mia moglie convinse anche il senatore a vita Andreotti a non votare più. Mi prese e mi disse: “Almeno a me hanno risparmiato la famiglia, stai subendo un’ingiustizia ”. Su quella vicenda restano ancora dei misteri ».

Lavitola la tira in ballo.

«Per vantarsi con Berlusconi dice: “Ho riferito a Mastella delle pressioni esercitate sulla Procura di Santa Maria Capua Vetere per il vergognoso arresto di sua moglie ”. Intanto, non ho mai avuto rapporti con Lavitola. Ma mi piacerebbe sapere, se è vero che ci furono pressioni sulla Procura per indagare me e mia moglie, da chi arrivarono. È una storia molto oscura quella ».


Giorgio Napolitano e la legge elettorale
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 26 ottobre 2013)

Una ritirata strategica può anche servire a ridurre un fronte troppo esteso ed a ricompattare un esercito mal distribuito su linee lunghe. Ma, come sanno quanti studiano l’Italia della Seconda guerra mondiale, le ritirate strategiche sono sempre la conseguenza non di una vittoria ma di una sconfitta. In politica vale la stessa considerazione. Lo avrebbero dovuto sapere quanti hanno salutato come ricompattamento della maggioranza il passaggio dalle larghe intese alle intese più ristrette che si è verificato in occasione dell’ultimo voto di fiducia al governo Letta-Alfano.

E hanno commentato la riduzione dei consensi della coalizione governativa non come un segnale di indebolimento ma coma la fine del ventennio berlusconiano e come il santo parricidio compiuto ai danni del Cavaliere da parte dei suoi seguaci convertiti alle ragioni di una destra presentabile, moderna ed europea. Oggi si scopre che il passaggio dalla intese larghe a quelle più ristrette comporta come conseguenza la precarietà dell’Esecutivo. Che è diventato pericolosamente molto simile a quello del 2006 di Romano Prodi, che si reggeva sui voti dei senatori a vita e che rischiava di affondare ad ogni passaggio parlamentare.

Con la differenza che mentre il governo Prodi poteva contare su un Partito Democratico sostanzialmente compatto, quello di Enrico Letta si ritrova ad avere una sinistra in cui giorno dopo giorno si va delineando una maggioranza decisa a portare alla segreteria del partito l’uomo che da due anni a questa parte è in campagna elettorale per la propria candidatura a Premier.

Il governo delle strette intese, in sostanza, non può neppure sperare nel sostegno dell’ultima infornata di senatori a vita realizzata da Giorgio Napolitano proprio per questo scopo. Perché gli elementi di debolezza che lo caratterizzano, dalla spaccatura del Popolo della Libertà a quella di Scelta Civica fino all’interesse di Matteo Renzi di usare la segreteria per fare le scarpe a Letta, sono sempre più forti e pressanti.

E hanno trasformato l’unica soluzione politica per una legislatura nata sotto il segno dell’impossibilità di formare maggioranze omogenee in una sorta di morto che cammina verso lo scontato esito delle elezioni anticipate. A rendersene conto per primo è proprio l’artefice della trovata emergenziale delle larghe intese, cioè Giorgio Napolitano.

La decisione irrituale di tenere al Quirinale una riunione di maggioranza per studiare le modifiche da apportare al Porcellum per non ritrovarsi con una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale, indica che il Presidente della Repubblica ha capito benissimo che la sorte dell’Esecutivo è ormai segnata. E che ormai non ci sia più altro da fare che trovare un’intesa al minimo sulla nuova legge elettorale prima di passare ad una inevitabile verifica elettorale nei primi mesi del prossimo anno.

La consapevolezza del Capo dello Stato dovrebbe creare una identica consapevolezza tra i responsabili delle diverse forze politiche. Perché se la priorità non è più la tenuta del governo ma il ricorso alle elezioni anticipate, i comportamenti dei partiti e delle componenti dei partiti stessi dovrebbero cambiare radicalmente. Chissà se questa banale considerazione avrà qualche conseguenza in un centrodestra dove nessuno ha un voto personale e tutti sono sempre andati al traino di Berlusconi?


Letta: abbiamo i numeri lo sa anche il Cavaliere. Per Palazzo Chigi il garante è Angelino Alfano
di Marco Galluzzo
(dal “Corriere della Sera”, 26 ottobre 2013)

BRUXELLES – Con molto rispetto osserva l’evoluzione del dibattito nel Pdl, nel quale non vuole entrare. La sua certezza, lo ripete qui nella capitale belga, è che dal 2 ottobre esiste una rinnovata maggioranza, dove per il Pdl l’interlocutore in qualche modo unico, garante dell’equilibrio raggiunto, è Angelino Alfano. Sia che resti formalmente a capo del suo partito sia venga in qualche modo retrocesso. Al termine del Consiglio europeo, Enrico Letta dedica alla situazione politica italiana solo poche parole e molto distacco: «Non è un tema del Consiglio, mi sono concentrato sui lavori di questo vertice ». Il sorriso è eloquente, come la determinazione nel non aggiungere un solo concetto in più. Le nuove fibrillazioni del partito del Cavaliere sono per il presidente del Consiglio atti interni di un partito che non è il suo, che sta conoscendo una naturale evoluzione dopo la spaccatura del Senato di qualche settimana fa: «Non entro minimamente nelle discussioni di queste ore ».
L’unica cosa che preme in questo momento, e in questa sede, al capo del governo è che la maggioranza resti con le stesse qualità che ha ora, profondamente europeista nel senso migliore del termine: «È importante che arrivi alle prossime elezioni con una piattaforma pienamente europea ».

Una constatazione, un auspicio ma anche una sorta di avvertimento. Letta guida oggi un governo di coalizione che ha in Bruxelles, comunque, un punto di riferimento; se nel Pdl cambiassero le cose la condizione del premier è che oltre ai numeri non si mettano in discussione i capisaldi dell’attuale quadro dell’Unione. Con Roma i contatti avvengono nel viaggio fra la capitale belga e quella francese, dove il premier si sposta nel pomeriggio, per discutere con il primo ministro Jean-Marc Ayrault dei dossier bilaterali e in primo luogo di Alitalia, della possibilità, più concreta ieri pomeriggio, che la nostra compagnia venga cooptata nell’alleanza internazionale che vede Air France come capofila.
Ed è la stessa giornata di Letta a scandire la distanza dalle fibrillazioni del Pdl: al Consiglio europeo ha ottenuto, senza trionfalismo, «un risultato importante sul dramma dell’immigrazione clandestina, l’Europa ha accettato pienamente il concetto di solidarietà, da oggi il tema è di tutta la Ue e a dicembre arriveranno delle decisioni concrete ». E poi Datagate, dove si schiera a fianco di Hollande e Merkel senza sfumature, ma rimarca che occorrono «forme di pulizia a tutti i livelli, anche dentro l’Europa », dunque fra alleati. Unione bancaria discussa nella notte alla presenza di Mario Draghi. Oggi un intervento alla Sorbona di Parigi, dopo il dibattito in Consiglio sull’evoluzione delle Tlc in Europa, che «forse produrrà atti concreti, come la fine del roaming e della frammentazione degli operatori nella Ue, entro la fine di questa legislatura europea ». Fin troppo forse, o sicuramente, per non mostrarsi assolutamente sereno e distaccato rispetto alla spaccatura del Pdl.

Dal 2 ottobre Letta è convinto che Alfano gli garantisca i numeri sufficienti e un quadro politico stabile, per andare avanti. «E lo sa anche Berlusconi » si ascolta nel suo staff, convinti che il Cavaliere non abbia più carte sufficienti per la partita del governo, semmai solo per mandare segnali politici che non dovrebbero mettere a repentaglio il prossimo anno di legislatura. Del resto Letta ha già detto due volte che il ventennio di Berlusconi è concluso, lo ha ribadito pochi giorni fa, convinto evidentemente che i numeri del Senato, sui quali può contare la compagine governativa del Pdl, non cambieranno più. Con un corollario: «Le prossime elezioni europee saranno un bel confronto fra chi vuole un’Europa dei popoli, noi, e chi una del populismo. Il Ppe è pienamente nella prima logica ». Un altro messaggio a chi è tentato in Italia di scommettere contro questo governo pur restando ancorato al Ppe.


Crisi vicina
di Francesco Bei per “la Repubblica”
(da “Dagospia”, 26 ottobre 2013)

Il Pdl, per la gioia di Grillo, stavolta sembra davvero essersi trasfigurato nel Pdmenolle. Nel senso che ormai le correnti non si contano più, come nel Pd. Troppo facile riassumere l’esplosione di ieri nella dicotomia ornitologica falchi/colombe. Ciascuna famiglia è gemmata al suo interno con capi, capetti, caporali e gregari: progetti all’apparenza simili ma ambizioni personali divergenti, un caos di posizionamenti tattici, in una Bouillabaisse finale dove non si capisce più chi sia triglia e chi scorfano, dove inizi la cozza e dove finisca l’ostrica.

Tanto che lo stesso Cavaliere, al termine di una settimana di incontri con tutte le bestie del suo zoo, ieri sera ha confessato il suo scoramento: «Li ho misurati tutti. Di questi e di quelli a me non interessa nulla ».

Il nocciolino duro della ipotetica scissione di Alfano sono comunque i ministri. Tra i magnifici cinque, ve ne sono due più determinati di tutti: Gaetano Quagliariello e Beatrice Lorenzin. Li chiamano i “Corazzieri”, vista l’affinità elettiva con il capo dello Stato. Ormai, quando si incrociano a palazzo Chigi, si sorridono, brandiscono in aria il pugno destro come se impugnassero una sciabola ed esclamano all’unisono: «Avanti Savoia! ». Alfano, Lupi e De Girolamo sono più prudenti.

Lupi, ciellino di mondo, lo è di natura. Alfano e De Girolamo perché soffrono umanamente la rottura con il padre. «Nonostante tutto gli voglio ancora bene – ha confidato in serata Alfano, con il pugnale di Berlusconi ancora conficcato tra le scapole -, ho solo cercato di proteggerlo anche da se stesso, contro la sua volontà. E questo è il risultato ». Intorno al plotone ministeriale si agita un’intendenza che ha il suo punto forte a palazzo Madama.

È qui che le colombe hanno lavorato sodo e sembra che i 24 senatori che il 2 ottobre firmarono il documento pro-fiducia siano già diventati dieci di più. Alla Camera invece la situazione sarebbe appena sopra la soglia minima dei venti deputati necessari per fare un gruppo. Tutti invece ignorano le proporzioni del Consiglio nazionale che dovrà ratificare (con i due terzi) il passaggio da Pdl a Forza Italia. Composto da 800 membri e riunito una sola volta, è un mistero anche per Berlusconi.

Alfaniani sono Schifani, Castiglione, Gioacchino Alfano, Enrico Costa, Gentile, Mariniello, D’Alì. E a loro si aggiunge la sottocorrente di destra, con Augello, Piso, Angelilli, Scopelliti, Saltamartini. C’è poi l’ala ratzingeriana, la più determinata a separarsi: Quagliariello, Lorenzin, Sacconi, Roccella, Calabrò. I cattolici ciellini – Lupi e Vignali – e i cattolici in marcia verso il Ppe: Giovanardi e Formigoni. Truppe di rinforzo, che potrebbero arrivare se Forza Italia decidesse di provocare la caduta dell’esecutivo, sono composte da quelli che si definiscono “berlusconiani governativi”: da Gasparri a Elio Vito, da Laura Ravetto ad Anna Grazia Calabria.

Chi più chi meno, chi per convenienza chi per convinzione, tutta questa galassia alfaniana sarebbe pronta a uscire da Forza Italia. Ma attende che la prima mossa sia Berlusconi a farla, non vogliono provocare una scissione a freddo per il solo fatto che Alfano ha perso il posto da segretario. Aspettano quindi il voto sulla decadenza, certi che il Cavaliere abbia ormai deciso di uscire dalla maggioranza prima di quella data nel disperato tentativo di far saltare la sua uscita di scena. Sarà quella l’ora “X”.

Se la coalizione dei volenterosi alfaniani è composta da mille stendardi, come quelli delle leghe lombarde che combatterono il Barbarossa, il campo dell’Imperatore è più semplificato. Il quartier generale è composto dai generali Verdini, Santanchè, Bondi e Capezzone. Raffaele Fitto invece è alleato ma mantiene una sua alterità rispetto ai falchi, lui se ne tiene a distanza e loro non lo amano.

E mettono in giro che la voce che nemmeno il Cavaliere in fondo lo ami particolarmente: se ne serve piuttosto per bilanciare la forza di Alfano, lo usa come arma contundente per limitare le colombe. Ma in fondo diffida di un politico che, pur giovane, ha la sua forza sul territorio come i vecchi democristiani.

A corte godono invece di stima e affetto alcune figure sui generis: adoratori che seguirebbero il Capo anche nelle fiamme, come Michaela Biancofiore, personaggi fuori dagli schemi come Gianfranco Rotondi o Francesco Giro. O collaboratori da una vita, come Gianni Letta e Paolo Bonaiuti, che scuotono la testa ogni volta che il Cavaliere usa il linguaggio della Santanché. Ma poi, in fondo, non lo abbandoneranno mai.


Berlusconi lancia la nuova Forza Italia e destituisce Alfano
di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 26 ottobre 2013)

Il Pdl ieri è defunto due volte. In quanto ha cambiato nome diventando Forza Italia. E poi perché, come effetto della metamorfosi, è sul punto di perdere un pezzo importante. Gli alfaniani sono stati messi nella condizione di doversene andare. Non ingannino le parole zuccherose pronunciate dal Cavaliere a sera davanti ai microfoni.

«Angelino gode della mia stima e amicizia… Tutto è chiaro tra noi, resteremo uniti ». In realtà, nell’ufficio di presidenza pochi minuti prima, Berlusconi lo aveva esautorato prendendosi i pieni poteri. Al vice-premier, secondo chi gli sta intorno, non resterà che togliere dignitosamente il disturbo. Lo seguiranno a quel punto una trentina di senatori, decisivi per la sopravvivenza del governo, che potrebbero diventare di più casomai un combattutissimo Schifani si unisse alla comitiva. La separazione è già di fatto consumata sebbene vada in scena il solito balletto degli addii, tra rinfacci e appelli all’unità da ambo le parti. L’addio formale andrà in scena non appena il Cav tornerà alla carica contro Letta. E secondo la Santanché, alla quale va dato atto di avere sempre previsto le mosse del Capo, non ci sarà da attendere a lungo: nelle prossime settimane il calendario politico offrirà molteplici occasioni di scontro, dalla legge di stabilità al voto sulla decadenza di Berlusconi. Nel preciso momento in cui Forza Italia tenterà di staccare la spina, le strade con Alfano si separeranno. I ministeriali resteranno in maggioranza, l’ex premier diventerà capo dell’opposizione.

Gli conviene? Questo è tutto un altro discorso. Perfino tra i suoi circola il dubbio che Berlusconi stia commettendo l’errore da cui non potrà rialzarsi mai più. E proprio per questo, tra le «colombe » meno convinte, qualcuna si spingeva ieri sera a sperare nonostante tutto in una giravolta, di quelle cui il personaggio ci ha ormai abituato: Alfano rimesso in campo come successore all’insegna del «volèmose bene » (speranza tutta basata su una battuta confusa del Cavaliere in conferenza stampa, a proposito di Angelino che «potrà continuare il suo ruolo »). Certo, tutto può ancora accadere nel pianeta di Arcore. Al momento, però, i sentimenti berlusconiani sono di ben altro tipo. Brucia nell’uomo la voglia di vendicare l’onta di venti giorni fa, la crisi annunciata e poi fallita per colpa dei «traditori », quando i giornali di tutto il mondo gli risero dietro.

Berlusconi l’ha rinfacciato ad Alfano e agli altri 4 ministri Pdl che, verso l’ora di pranzo, sono andati a intimargli di non procedere nel pomeriggio all’azzeramento delle cariche interne. «Voi il 2 ottobre mi avete fatto uno sfregio », è il senso dello sfogo berlusconiano, «schierandovi con Letta mi avete complicato la vita anche sul piano giudiziario perché i pm ora pensano di potermi colpire impunemente… Ora il vostro gesto mi costringe a riprendere in mano il partito per dimostrare a tutti che non sono diventato un bersaglio ».

Quelli hanno provato a resistere con la schiena dritta, e lui ha proseguito come un panzer: «Su Forza Italia eravamo tutti d’accordo. Sono io che non vi vado bene? ». Pare che durante la conversazione si sia addirittura ipotizzato un divorzio consensuale, di dar vita a due partiti diversi ma alleati tra loro (Berlusconi non ha chiuso la porta, anzi pare ci stia ragionando sopra da settimane). Sta di fatto che la richiesta di disdire l’ufficio di presidenza, convocato per le cinque del pomeriggio, è stata respinta. Alfano e i ministri per protesta non ci sono andati. L’organismo si è riunito e ha deliberato il trapasso dal Pdl a Forza Italia, l’azzeramento delle cariche interne, i pieni poteri al Fondatore. Approvato pure un documento dove si conferma la fiducia al governo, ma a patto che rispetti gli impegni programmatici: insomma mani libere, specie se il Pd «pugnalerà » Berlusconi sulla decadenza. Ora la partita si sposta al Consiglio nazionale dell’8 dicembre, in contemporanea con la scontata elezione di Renzi. Su 800 delegati, i «lealisti » sostengono di controllarne oltre i due terzi. Quasi tutte le regioni pendono verso il Cavaliere, a parte Sicilia e Calabria, più quella fetta del Nord che fa capo a Cl. Se si votasse domani, Silvio vincerebbe a mani basse. La battaglia, ma non la guerra.


Berlusconi si libera
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 26 ottobre 2013)

Silvio Berlusconi si è liberato dalla ragnatela che lo stava per intrappolare dentro giochi di partito, di potere e di palazzo. Giochi fatti a più mani – alcune si dicevano e dicono amiche – che avevano un obiettivo comune: accompagnare lui alla porta d’uscita della politica e traghettare il Pdl dentro una melassa neo democristiana in alleanza con il Quirinale e una parte della sinistra.

Ci aveva provato il Cavaliere a tenere insieme tutti, salvando se stesso e il Pdl: prima la clamorosa retromarcia sulla sfiducia allo sgangherato governo Letta. Poi ore ed ore di colloqui con scissionisti, traditori e umanità varia. Niente. Tutto inutile. Un pugno di reduci (e nostalgici) democristiani aveva già deciso da tempo, forse da oltre un anno: del berlusconismo bisognava liberarsi e quale occasione migliore dell’imminente arresto del loro ex capo?

Così, all’ultimo momento utile, Berlusconi ha sparigliato. Cancellato il Pdl, azzerate le cariche, tutto il potere passa nelle sue mani sotto la bandiera di Forza Italia, che da ieri torna a essere partito a tutti gli effetti. Alfano, i ministri, Schifani (che ha gettato così la maschera di finto lealista) più qualche vecchio arnese della politica si sono rifiutati di partecipare alla riunione. Si va verso una scissione? Forse sì, forse no, ma in sostanza chi se ne importa. Facciano ciò che credono, se Dio vuole non sono più problemi nostri. L’importante è tornare a lavorare da subito per costruire un Paese libero senza dover chinare il capo di fronte a Epifani o Letta, Napolitano o la Merkel.
Meglio una sana chiarezza che una insopportabile ipocrisia. Da ieri sera possiamo dire, senza essere additati come irresponsabili, che il governo avrà l’appoggio di Forza Italia solo se farà le cose, soprattutto in campo fiscale, su cui gli eletti dell’ex Pdl si sono impegnati in campagna elettorale. Finalmente si può tornare a dire che la riforma della giustizia è pregiudiziale al proseguimento di questa maggioranza, che non si potrà stare in alleanza con il Pd se la sinistra voterà per la decadenza violando patti, Costituzione e buonsenso.

Quelli alla Quagliariello e alla Formigoni, almeno a parole, si sono già offerti per fare in ogni caso da stampella al governo Letta, cioè alla sinistra, impedendo eventuali elezioni anticipate. Se sarà così rimarranno in Parlamento qualche mese in più ma faranno poi la fine di Gianfranco Fini. Perché gli elettori perdonano molto, ma non tutto. Soprattutto non chi è disponibile a vendere per ambizione i tuoi interessi all’avversario in cambio di vantaggi personali. Spero che non accada e che restino tutti insieme. C’è ancora spazio per una rivoluzione liberale, non possono dimenticarlo.


Verso la crisi, tutti gli uomini di Letta, Alfano e Berlusconi
di Redazione
(da “Libero”, 26 ottobre 2013)

Si va verso la crisi. Letta ostenta finta sicurezza: “Ho i numeri per durare. Al Senato la maggioranza c’è”. E invece i numeri dicono altro, perchè la quota per governare è 161. Letta ha di sicuro dalla sua parte 164 voti. Lui però fa il conto su 172, non tenendo conto delle tensioni del Pdl/Forza Italia e soprattutto della spaccatura di Scelta Civica. Così i voti “reali” di scarto per andare avanti sono soltanto 3. E’ in questo quadro che la crisi potrebbe essere alle porte. Lo strappo dovrebbe farlo il Cav. Ma in questa fase le fazioni si vanno delineando e contano nomi e numeri per spingere sull’acceleratore. La galassia delle colombe continua a crescere. Sono loro che potrebbero salvare Letta. Le colombe sono per definizione “alfaniane”.

Gli uomini di Alfano – Letta può contare sul sostegno di Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Carlo Giovanardi, Maurizio Lupi, Roberto Formigoni, Fabrizio Cicchitto, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Casero, Santelli e Saltamarini. Chi in Senato fa riferimento a queste colombe quasi certamente se dovesse aprirsi uno scenario di crisi cercherebbe di tenere Letta a palazzo Chigi. Dall’altro lato del campo ci sono invece i lealisti. La fazione che è “leale” solo a Berlusconi. Guidati da Raffaele Fitto sono completamente antitetici alle colombe. Premono per il voto anticipato e hanno imbarcato anche i “falchi”.

Gli uomini di Silvio – Al “partito lealista” sono iscritti: Minzolini, Fitto, Gelmini, Carfagna, Santanchè, Verdini, Bondi, Brunetta, D’Alessandro. Sono loro gli uomini di Silvio pronti a tutto pur di far cascare Letta. Ma ora si affaccia una nuova fazione che è quella dei “ricucitori”. Ravetto, Schifani, Matteoli, Leone, Gasparri, Bonaiuti, Calabria, Vito e Romani cercano di ricucire il partito ma comunque vorrebbero tenere Letta a palazzo Chigi. Su questi tre fronti si gioca la partita della crisi. Se il Cav stacca la spina una di queste tre “squadre” avrà la meglio e in gioco c’è una fetta di elettori moderati che poi alle urne deciderà con chi schierarsi.


Marina, pronta la discesa in campo: prepara il discorso anti-Renzi
di Redazione
(da “Libero”, 26 ottobre 2013)

Silvio Berlusconi ci pensa. Deve andare avanti con Forza Italia e deve trovare un nuovo leader che possa cementificare il consenso e tenere anche dritta la sbarra del partito. Nella nuova Forza Italia, quel posto ancora è vuoto. Angelino Alfano non ha accettato la “sospensione” del Pdl e l’apertura del nuovo partito. Il “no” degli alfaniani a Forza Italia ha comunque creato malumori nell’inner circle del Cav. Berlusconi però non vuole rinunciare ad Alfano: “Penso possa essere lui il mio successore”, ha affermato. Ma se Angelino dovesse restare alla porta, mantenendo una linea “scissionista”, allora Silvio è pronto a giocarsi la carta Marina. Una carta che il Cav voleva risparmiarsi, ma adesso non c’è più tempo per scegliere. In caso di elezioni anticipate la Cavaliera potrebbe essere la sfidante di Matteo Renzi.

Il discorso anti-Renzi – Così dalle parti della Mondadori si portano avanti col lavoro e secondo alcune indiscrezioni, come racconta Matteo Pandini su Libero di sabato 26 ottobre, Marina avrebbe già scritto un discorso anti-Renzi. Silvio potrebbe ufficializzare la candidatura della Cavaliera il prossimo 8 dicembre, il giorno delle primarie del Pd. Marina resterà in politica almeno fino alla fine della “squalifica” di Silvio. Che, però, deve ottenere le elezioni anticipate. L’unico ad avere dubbi su una discesa in campo di Marina è Fedele Confalonieri: “Tutti vogliono che Marina scenda in campo. Ma io dico che è meglio che resti dov’è”. Il Cav qualche settimana fa su un impegno politico della figlia aveva detto: “Se scende in campo le toghe la tratteranno come hanno trattato me. Non posso far fare a mia figlia la mia stessa fine”. Poi gli eventi sono precipitati. In mezzo c’è stato il voto di fiducia del 2 ottobre. Il terremoto interno al Pdl e la nascita di Forza Italia. Con un Alfano che tentenna il Cav ha pronta la soluzione in famiglia. E Marina a quanto pare è già pronta per la sua battaglia.


Il siluro di Renzi contro il governo, la politica si fa sempre più piccola
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 26 ottobre 2013)

Al governo sono arrivati due siluri. Uno piccolo e uno grande. Quello piccolo lo ha lanciato Berlusconi, destituendo Alfano. Quello grande lo ha lanciato Renzi dalla Leopolda, annunciando la sua opposizione netta e anche un po’ indignata contro il governo delle larghe intese.

Il siluro di Berlusconi quasi sicuramente si schianterà al suolo prima di colpire il bersaglio. Perché la pattuglia di ministri alfanisti è compatta, e controlla al Senato un pacchetto di voti sufficiente a dare la maggioranza a Letta (e alla Camera Letta la maggioranza ce l’ha anche senza Pdl).

Il siluro di Renzi colpirà il bersaglio, e il governo, salvo colpi di scena o ripensamenti, non arriverà a Natale. Non ci vuole un politologo per capire che se Renzi ha detto di essere fortissimamente contro l’inciucio e se Renzi a dicembre diventerà il capo del Pd, e se il governo Letta si fonda essenzialmente sull’appoggio del Pd, allora vuol dire che a dicembre Renzi toglierà l’appoggio a Letta e il governo cadrà, e siccome Renzi è contro le intese con Alfano, e Grillo è contro le intese con Renzi, e altre maggioranze non ci sono, è chiaro che si tornerà a votare. Tutto lascia pensare che il calcolo di Renzi sia esattamente questo: prendere il partito, far cadere il governo e poi candidarsi a premier con la vecchia legge. Anche perché Renzi sa benissimo che troppi mesi, o addirittura due anni alla guida del Pd, lo logorerebbero e probabilmente metterebbero in discussione la sua leadership, la sua candidatura a premier o comunque la certezza della vittoria. Quindi: fare tutto in fretta.

Più o meno è la ripetizione del copione del 2007, quando nacque il Pd, fu lanciata la candidatura Veltroni, e Prodi capì che se già c’era un nuovo candidato premier voleva dire che le sue ore erano contate. In effetti erano contate.

Una volta di fronte a una svolta politica e alla “mossa” spiazzante di un grande leader (Moro, Berlinguer, Craxi, Fanfani…), ci si chiedeva: a quali interessi corrisponde? Quelli dell’America, quelli della Russia, o quelli della grande borghesia, quelli del proletariato, o quelli dei militari, o almeno quelli dei banchieri, o dei dipendenti statali, o dei bottegai, o della piccola industria del nord, o dei pensionati….? E su questo si accendeva una discussione feroce, perché tutti negavano e dicevano: “no, no, è solo negli interessi della nazione…”, ma si sapeva benissimo che non era vero e gli interessi erano quelli di una collettività più ristretta. Oggi però è tutto più semplice: dietro la mossa non c’è niente, ma proprio nient’altro che un calcolo di convenienza personale di chi fa la mossa. E’ il passaggio dalla politica politica – che controllava i grandi poteri e governava la società – alla politica che è solo piccolo potere e lascia il governo all’economia e all’Europa.


L’ultima carta del mazzo
di Marcello Veneziani
(da “il Giornale”, 26 ottobre 2013)

Diffidavamo dei tecnici perché sono uno sfregio alla sovranità popolare, ma per disperazione accettammo la soluzione Monti dei Pegni, pur nata in modo indecente, perché pensammo che un tecnico avesse mani più libere per incidere sullo Stato e gli sperperi. E invece Monti non tagliò nulla, ma si accanì sui cittadini, spremendoli e minacciandoli. Lui dirà che la politica non gli permetteva di tagliare: allora, Professore, anziché andare dalla Bignardi a farsi coglionare col cane, convocava una conferenza stampa in tv e lo denunciava, e se non sortiva effetto si dimetteva. Sarebbe uscito alla grande…
Detestavamo il consociativismo perché mortifica la democrazia bipolare ma per disperazione accettammo la soluzione Letta matrimoniale, pensando che solo un governo di larghe intese potesse varare leggi difficili da far digerire e riforme costituzionali e strutturali. E invece tirano da parti opposte e il pupazzo resta fermo o diventa un grottesco asino pezzato; e intanto si fanno a pezzi tra loro e a vicenda. Sono unanimi solo nel rinvio o nel peculato (vedi Bologna, grillini inclusi). A questo punto se non vogliamo sperare in un’invasione straniera, un golpe di extraterrestri o sperimentare, primi nel mondo, lo scioglimento dello Stato e l’anarchia, la soluzione che resta da provare è una. Elezione diretta del premier, pieno mandato di governo e chi vince si assume tutte le responsabilità di decidere. Per cinque anni non lo tocca nessuno, poi verrà giudicato dal voto. È l’ultima carta, prima di passare a quella igienica.


Berlusconi: “So chi mi tradirà”
di Redazione
(da “Libero”, 26 ottobre 2013)

Il giorno dopo l’Ufficio di presidenza disertato dai filogovernativi e in cui Silvio Berlusconi ha azzerato tutte le cariche e deciso il passaggio formale alla nuova Forza Italia, in un Pdl spaccato c’è chi si lecca le ferite. E c’è chi inizia a contare: bisogna capire quanto pesano le fazioni, chi sta con chi. Tra i più duri, tra le colombe, il ministro Gaetano Quagliariello, che parla senza peli sulla lingua di “distanza nel metodo e nelle linea politica” tra Angelino Alfano e Silvio Berlusconi. In serata una nuova bordata contro il Cavaliere: “La questione della decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato è una battaglia in cui dobbiamo impegnarci fino in fondo, ma questa battaglia non può pagarla il Paese”. Quagliariello, dunque, pronto a sostenere le larghe intese anche se il Pd, come appare sicurò, impallinerà il leader del centrodestra.

Le manovre – Nel Pdl, tutti, dai lealisti alle colombe – Berlusconi compreso – si affannano a ripetere che non ci sono scissioni all’orizzonte. Ma dietro le quinte i falchi, che si sentono vincitori dopo il duello della vigilia, inisistono per accelerare la crisi di governo, “favorita” dal ritorno a Forza Italia. Impossibile per i filogovernativi accettare la svolta. In questo contesto le fazioni lavorano alla stesura di differenti documenti in cui rivendicano le rispettive posizioni e la loro centralità nel partito. Fino al Consiglio nazionale del prossimo 8 dicembre, la guerriglia interna continuerà, senza esclusione di colpi. La corsa sarà quella a raccogliere più firme possibili sui rispettivi manifesti politici, da far valere nel momento della resa dei conti finale.

“So chi mi tradirà” – Al centro, dunque – dopo le settimane di ribalta di Alfano – torna Silvio Berlusconi, che si riprende il partito e di fatto ne deciderà le sorti: o con lui, o contro di lui. Nella mente del Cav pare aver fatto definitivamente presa la linea dei falchi: il governo è destinato a cadere. Il cerino, insomma, è in mano ad Alfano. Fonti azzurre riferiscono che, in mattinata, Berlusconi è rientrato ad Arcore e avrebbe ammesso – privatamente – che la spaccatura con i ministri è nei fatti: “Fanno gruppo a sè”, avrebbe detto. Per il Cav è il momento di serrare i ranghi: “Solo un partito unito potrà rintuzzare al meglio i prossimi attacchi giudiziari e difendersi contro la decadenza”. Poi la fatwa di Silvio: “Ormai so chi mi tradirà, ma non buttiamo al vento quanto costruito fino ad ora”.

Alfano al bivio – Berlusconi vorrebbe l’unità, ma non vede le condizioni per realizzarla. Il Cav, inoltre, non vuole compromettere il rapporto con Alfano, e Angelino nemmeno. Quindi, le decisioni: per ora lealtà a Letta, ma nessuno sconto sulla legge di stabilità. Ma soprattutto Berlusconi avverte: “Non resterò a guardare chi mi fa fuori dal Parlamento con la decadenza”. E così, tra il governo e il partito, Alfano sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua carriera politica. Il segretario lavora per smorzare i toni e trovare una mediazione il più indolore possibile. Anche lui lavora a un suo documento, di tre punti, in cui ribadisce la necessità di sostenere Letta per il bene del Paese, e in cui sottolinea l’importanza di assicurare a FI un gruppo dirigente capace. Il futuro, però, è ancora tutto da scrivere.


Il M5Stelle. La richiesta di impeachment
di Paola Zanca per il “Fatto quotidiano”
(da “Dagospia”, 26 ottobre 2013)

Era cominciata come la rivolta delle opposizioni contro lo strappo del Quirinale sulla legge elettorale. Ma è finita come al solito: con un violentissimo scontro tra Beppe Grillo e Giorgio Napolitano. Sembravano tutti compatti: inaccettabile, giovedì, la convocazione dei rappresentanti della maggioranza al Colle; tardivo, ieri, l’invito rivolto alle altre forze politiche dal Presidente.

A sera, però, gli unici a rifiutare l’incontro con il Capo dello Stato sono quelli del Movimento. Sel e Fratelli d’Italia salgono subito, la Lega ottiene un secondo appuntamento, in data da concordarsi. Il Psi di Riccardo Nencini alza la mano: ci siamo anche noi. Invece i Cinque Stelle smontano il tentativo di rattoppare la ferita istituzionale: “Ricordarsi solo il giorno dopo di ricevere i ‘plebei’ delle opposizioni – scrivono – è perlomeno fortemente irrituale”.

Una decisione presa in fretta e furia, di prima mattina, senza consultare l’assemblea degli eletti: quando poco dopo le 10 il Quirinale convoca la delegazione M5S per le 16.30, la risposta è praticamente immediata: no. Tra i parlamentari, c’è chi non gradisce che una scelta così importante sia stata fatta senza un dibattito, una votazione. WhatsApp esplode: chi parla di “boomerang”, chi chiede spiegazioni, chi non sa nemmeno di cosa si stia parlando. Troppo tardi. La risposta è già pubblica, sul blog di Grillo.

Raccontava ieri sera dal palco, in piazza a Pomigliano, la capogruppo Paola Taverna: “Ci hanno chiamato al telefono e ci hanno detto: ‘Il presidente Napolitano vi chiama’. Ci chiama? ‘Fateci una convocazione ufficiale per iscritto’, gli ho detto. E lei mi fa: ‘Ma come, è il presidente!’. E quindi? ‘Quando i cittadini chiamano le istituzioni che fanno, corrono? Beh ditegli che noi non veniamo e che glielo ha detto la portavoce dei cittadini'”.

Si sono offesi. Riassume lo stato d’animo il capo della comunicazione al Senato, Claudio Messora: “Quando ero piccolo, ricordo bene che spesso gli adulti pranzavano sul tavolone, in sala da pranzo, e noi bambini avevamo il tavolinetto con le sedie piccine: così loro non si sentivano in colpa e potevano parlare di cose da grandi e noi discutere dei nostri affarucci. Che ne so: le biglie, l’ultima raccolta di figurine Panini, qual era il dinosauro più forte. Ieri il Quirinale ha fatto la stessa cosa”.

Più o meno, il sentimento è reciproco. Il Colle scrive una nota in cui spiega le ragioni della convocazione di maggioranza di giovedì (“Precedenza per il ruolo che hanno nella discussione in I Commissione del Senato”) e fa sapere ai Cinque Stelle di aver preso atto “con rammarico” della loro decisione: “Si ricorda – conclude la nota – che la Presidenza della Repubblica ha sempre, e anche di recente, accolto richieste di incontro da parte del Movimento 5 Stelle, benché spesso accompagnate da attacchi scorretti e perfino ingiuriosi al Capo dello Stato”.

Il clima non è destinato a distendersi. Dalle piazze del Trentino, Grillo ha lanciato la proposta di impeachment per il presidente. E non si tratta di una sparata da campagna elettorale. La procedura è già stata avviata: un dossier che ripercorre tutti gli eventi, dal primo giorno della rielezione di Napolitano ad oggi. Si dimostra, secondo i Cinque Stelle, che il Capo dello Stato ha “instaurato una Repubblica presidenziale non prevista dalla Costituzione”, “si comporta da capo del governo” e “ignora una parte politica del Paese”. La richiesta per la messa in stato d’accusa verrà depositata probabilmente già la prossima settimana.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart