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Vuoto a perdere: Berlusconi e quel paragone con gli ebrei

7 Novembre 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 7 novembre 2013)

Nel Museo Ebraico di Berlino, percorrendo le linee a zig zag della architettura di Daniel Liebeskind, si sbuca all’improvviso nel Vuoto: un taglio nel cemento stretto fino al cielo, alto venti metri, completamente spoglio. Vi si viene assaliti da un senso di angoscia fisica, come se quel vuoto fosse davvero la voragine scavata nel cuore dell’Europa dall’assenza di sei milioni di ebrei.

È una vertigine che torna alla mente leggendo dell’indicibile paragone che Berlusconi ha fatto tra la condizione dei suoi figli e quella degli ebrei sotto il nazismo. «Estrapolato » o «strumentalizzato » che sia â— come ieri si è corretto chi l’ha pronunciato â— quel paragone resta triviale di fronte alla memoria di figli cui fu strappata la dignità umana, prima ancora della vita.

C’è dunque da chiedersi dove siamo arrivati, nella nostra sempre più meschina vicenda politica, se un leader di prima grandezza come Berlusconi può dire una tale enormità. E quanto ormai si sia fatto pericoloso il declino della sua leadership, se deve giungere a questi spropositi per riaffermarsi.

Sappiamo che l’uomo che aveva il sole in tasca è umanamente sconvolto dalla prospettiva di vedersi menomato nella sua libertà personale, per pagare un conto alla giustizia che ritiene, come del resto molti condannati, ingiusto. Ma proprio questo dovrebbe indurlo a moltiplicare gli sforzi per riscattare la sua immagine, cui comprensibilmente tiene, e a cui tengono anche svariati milioni di italiani che non hanno perso la fiducia in lui.

La via per farlo è la politica. E invece è proprio nella politica che Berlusconi sembra aver perso il controllo delle operazioni. Il suo potere di vita e di morte sul governo è evaporato insieme con la nascita del gruppo di Alfano, che dispone di abbastanza senatori da rendere inefficace ogni minaccia. E il suo potere supremo sul partito che ha fondato e ora rifonda si sta consumando nella guerra senza quartiere delle avverse fazioni, le quali ormai non ascoltano neanche più i suoi appelli all’unità.

Il risultato è un altro vuoto, stavolta nel sistema politico italiano. Che potrebbe trasformarsi in una vera e propria tragedia per il centrodestra, se avrà successo la pressione dei falchi e degli avvoltoi che approfittano della debolezza del leader per spingerlo all’ultima, disperata rappresaglia. Berlusconi può ancora onorare il patto che lo lega a tanti elettori se considererà lealisti non coloro che sono a lui leali, ma coloro che lo sono al Paese, sostenendo il già zoppicante cammino del governo per uscire dal pantano in cui siamo finiti. E può farlo se darà finalmente vita a un partito con un abito liberale, fatto di componenti diverse, tutte con pari diritti e nessuna tenuta all’obbedienza. Se queste due condizioni non si realizzeranno, la guerra di successione diventerà inevitabilmente s e ce s s ione . I l governo ne guadagnerà in chiarezza. Ma lui, Berlusconi, che cosa ci guadagnerà? La sua storia parlamentare può finire generando qualcosa di nuovo. Oppure, come ieri, finire nel vuoto.


Bruno Vespa: “La frase del Cav su Hitler e gli ebrei? Un’integrazione scritta”
di Redazione
(da “Libero”, 7 novembre 2013)

La frase di Silvio Berlusconi ha sollevato un polverone: “I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler“. Il Cav è stato attaccato da tutti i fronti, poi ha frenato: “Frase estrapolata da un contesto più ampio, ho il massimo rispetto per la Shoah”. La frase incriminata è stata consegnata a Bruno Vespa per il suo ultimo libro, Sale Zucchero e Caffè. Ed è proprio Vespa, in una breve intervista al Fatto Quotidiano, a dire come sono andate le cose. “Una dichiarazione eccessiva? Voleva rendere l’idea di questa sofferenza, di questo assedio. L’ha inserita in un secondo momento – rivela il conduttore di Porta a Porta -, inviandomi un’integrazione scritta a quanto mi aveva detto durante il colloquio. Ma sappiamo tutti – aggiunge – che sull’Olocausto in realtà la pensa come noi”. In difesa di Berlusconi, Vespa snocciola un aneddoto: “Alcuni anni fa ci siamo trovati insieme a cena a casa dell’ex ambasciatore di Israele in Italia e telefonò Benjamin Netanyah, già primo ministro. Parlò con Berlusconi, al quale disse: Tu sei il più grande amico di Israele. Lui è fatto così, lo conosciamo tutti“. Quindi il conduttore Rai conferma: la frase del Cavaliere “è stata estrapolata da un contesto più ampio, come ha precisto anche lui. La frase è senz’altro forte. Ma mi creda, Berlusconi si sente perseguitato e voleva rendere in maniera chiara lo stato d’assedio che vive“.


Berlusconi ribaltò la tradizione filo-araba della politica italiana
di Mattia Feltri per “La Stampa”
(da “Dagospia”, 7 novembre 2013)

«Vi racconto una barzelletta », disse Silvio Berlusconi raggelando la sala. «Un ebreo va dal rabbino e gli dice: durante la guerra ho nascosto uno dei nostri. Bravo, risponde il rabbino. Sì, ma gli ho fatto pagare 1000 dollari al giorno. Ah, risponde il rabbino, un po’ tanto ma fa niente. Sì, ma ora dovrei dirgli che la guerra è finita? ». Attimo di silenzio, risata collettiva della comunità ebraica romana. Era il marzo del 2008 e fu uno di quei momenti che devono aver consolidato Berlusconi nella certezza di essere sempre divertente. Con gli ebrei, poi, ha un rapporto formidabile.

Nel ’94 era stato accolto con diffidenza in ragione degli alleati, Gianfranco Fini ancora mussoliniano, Umberto Bossi ai confini della xenofobia. Il ministro degli Esteri di Gerusalemme rifiutò contatti coi ministri neofascisti di Roma ma subito Il Jerusalem Post obiettò che «il governo Berlusconi può essere il più filoisraeliano che ci sia mai stato in Italia ».

Berlusconi ribaltò la tradizione filoaraba italiana, fiorente nella Dc per tradizione cattolica e nel Pci per amore di Marx («L’emancipazione del denaro, dunque dal giudaismo pratico… »), e gira e rigira si leggono comunicati degli ebrei italiani in solidarietà al vecchio amico, se gli tirano in faccia una miniatura del Duomo, o se muore la cara mamma Rosa.

E fu proprio il nome di lei, tre anni fa, a echeggiare alla Knesset, il parlamento israeliano. Il premier Bibi Netanyahu raccontò di una donna che anni prima aveva salvato una ragazza ebrea, incinta e braccata. «Quella donna si chiamava Rosa, suo figlio si chiama Silvio ed è qui con noi ». Berlusconi chiamò gli israeliani «fratelli maggiori » e Netanyahu chiamò Berlusconi «apostolo della pace ».

Certo, ci sono state anche le gaffe, come la volta in cui Berlusconi suscitò imbarazzo presentandosi al Binario 21 della stazione Centrale di Milano per dire che le leggi razziali erano una vergogna, ma per il resto il Duce aveva «fatto bene ». O qualche anno fa, quando disse che gli italiani raccontano storielle sull’Olocausto perché «sanno ridere anche di una tragedia, e si arrabbiarono tutti.

E però nella biografia di Berlusconi rimane prevalente, e di molto, il tratto filosemita che l’Anti Defamation League gli riconobbe nel 2003, assegnandogli il premio “Statista dell’anno”. In sala erano in quattrocento, «il gotha della finanza americana », scrivevano le cronache. La motivazione sottolineava «il coraggio e la leadership dimostrati nello sforzo per sradicare l’antisemitismo e il razzismo dall’Europa ».


“La nostra storia finisce nel fango, fra vili e traditori”, dice Bondi
intervista di Salvatore Merlo a Sandro Bondi
(da “Il Foglio”, 7 novembre 2013)

“Questa storia è finita”. Gli occhi di Sandro Bondi si aprono foschi, con un lampo di rimprovero attraverso la piccola scrivania in mogano che arreda il suo studio al Senato, una stanza senza fasto, dimessa, come l’umore dell’uomo che parla e sorprende chi lo ascolta. “Dietro Berlusconi non c’era niente”, mormora Bondi, la schiena leggermente tonda del sedentario e un sorriso rassegnato, rivolto a Manuela Repetti, sua compagna. Lei, raggomitolata in uno spicchio di divano, ogni tanto ammicca, benedice, lancia polvere di stelle, comunica con il suo Sandro attraverso un codice impalpabile, fatto di elettricità, musa e angelo custode (“da quando la conosco ho riscoperto la libertà, ho preso il primo aereo della mia vita”). Dice la musa: “Solo Berlusconi, riprendendo le redini, adesso può intestarsi un finale diverso per questa storia”. Ma Bondi, cupo: “In questi anni non abbiamo costruito nulla di umanamente e politicamente solido o autentico. Finisce male”. E da queste parole si sprigiona l’avversione per il presente e la nostalgia del passato, per le occasioni perdute, l’idea del declino, lo spettro del tradimento e dell’ingratitudine che per Bondi oggi ha i volti di Angelino Alfano, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello “e di tutti gli altri che senza Berlusconi non sarebbero stati niente”, dice, “soltanto delle rape. Almeno Fini e Casini avevano il coraggio di affrontare il Dottore nel fulgore dei suoi anni migliori, oggi è facile… Ma si illudono, spariranno anche loro, spariremo tutti”. Ed è un’eruzione di sentimenti troppo a lungo compressi, a stento trattenuti e finalmente liberi di affiorare violenti, “vivere accanto a Berlusconi è difficile”, ammette Bondi, “lui è ubriacante, incostante, decide in un caos inumano, all’ultimo momento, e ti mette in difficoltà. Ma per saper resistergli bisogna essere limpidi. E loro, i ministri, non sono limpidi, coltivano l’ambiguità come scienza nei rapporti umani. Ed è terribile perché li ha scelti lui questi uomini, li ha tutti scelti e promossi Berlusconi. Sono il suo fallimento. Credevo di far parte di una comunità coesa, credevo avessimo costruito qualcosa, e invece non è così”. E Bondi avverte questa decadenza, questa assenza di armonia, come una muffa, una lebbra che si è poggiata su ogni cosa. “Oggi esiste un partito nel partito, una minoranza che pretende di condizionarci, che nega nei fatti (ma non nelle parole) l’uso politico della giustizia ai danni di Berlusconi, sono pronti ad accettare con una scrollata di spalle la decadenza dell’uomo cui devono tutto. Cosa sarebbero senza di lui? Forse nemmeno consiglieri comunali. Sono una minoranza che vuole imporci questa schifosa Legge di stabilità, tutta tasse e che scontenta i nostri elettori”.

La lunga, sconvolgente, avventura umana di Silvio Berlusconi è arrivata al punto. Ed è una realtà che gela Bondi con le parvenze dell’incubo. “Alfano aspetta che il Dottore venga eliminato, fatto fuori da altri, non ha nemmeno il coraggio di scrollarsi di dosso il padrinato con un gesto d’autonomia, proponendo una sua visione delle cose, della politica, del mondo. Il suo è un equilibrismo furbo, dice e non dice. Ma non crede in niente, non ha una sola idea, attende che la mela del potere gli caschi tra le mani. E con la Legge di stabilità rapinerà il Cavaliere dell’ultima cosa che rimane a Berlusconi, cioè il consenso. Al Cavaliere adesso restano soltanto i suoi voti. Ma gli toglieranno anche quelli se diremo di sì alla Legge di stabilità, ci alieneremo i nostri sostenitori. E poi, a quel punto, a Berlusconi potranno togliere anche il resto, facilmente: lo scranno di senatore, la dignità, la libertà. Ecco, se per il Dottore va bene, rispetterò il suo martirio. Ma io non ci sto. La Legge di stabilità non la voto, e se Berlusconi dovesse decadere andrò all’opposizione”.

“Fanno bene a schiaffeggiarci”
E il tormento più oscuro, onnipresente e soffocato in quest’uomo la cui misura, la cui cifra ideale è sempre stata quella di sedere accanto al Cavaliere, è che “ce lo meritiamo quello che sta succedendo. Siamo il vuoto, siamo il nulla, non abbiamo saputo costruire niente di solido, capace di resistere al declino di Berlusconi”. La colpa è del Cavaliere, che un po’ lo ha sempre pensato: dopo di me il diluvio. “E allora fanno bene Bindi, Cuperlo e Grasso a tirarci i ceffoni. Siamo soltanto una palla da prendere a calci. A sinistra c’è Matteo Renzi, noi cosa abbiamo prodotto? Un movimentismo doroteo che cerca il potere per il potere, che attacca subdolamente Berlusconi nel momento della debolezza. Il mio rammarico è d’aver contribuito ad allevare questa classe dirigente. Ma finisce in tragedia, Alfano e gli altri non hanno capito che senza Berlusconi siamo tutti liberi”. Un uomo sgomento, torturato. “Tra qualche tempo sarò fuori dal Parlamento, fuori da queste miserie, come un sopravvissuto, il randagio di una storia finita molto male”. A questo punto Manuela Repetti sorride, e aggiunge: “Ma chissà”.


Lealisti e alfaniani è ora di farla finita
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 7 novembre 2013)

Il Partito Democratico sta facendo di tutto per spaccare il Pdl-Forza Italia e per scaricare sul centrodestra la responsabilità della crisi del governo Letta-Alfano. La decisione di accelerare al 27 novembre la data del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi dimostra in maniera inequivocabile che il partito guidato al momento da Guglielmo Epifani punta a provocare la lacerazione definitiva tra i lealisti e gli alfaniani del fronte berlusconiano e, nel caso i primi non fossero in grado di aprire la crisi, a causare un tale indebolimento della maggioranza di governo da rendere indispensabile la fine delle larghe intese dopo l’approvazione della legge di stabilità.

Il gioco del cerino avviato dal Pd è smaccato. Perché tende a nascondere la vera causa dell’ormai imminente fine dell’esecutivo guidato da Enrico Letta: le primarie del partito in cui l’unico elemento su cui si ritrovano i quattro candidati alla segreteria è rappresentato dalla promessa di mettere fine alle larghe intese. Ma i dirigenti del Pdl-Forza Italia non sembrano rendersene conto. I lealisti si lanciano a testa bassa contro il drappo rosso della provocazione del Pd sulla decadenza del Cavaliere e non si rendono conto che promettendo la crisi come immediata conseguenza dell’espulsione dal Senato di Berlusconi stanno togliendo il cerino della caduta del governo dalle mani del Pd e di Matteo Renzi e si stanno esponendo all’accusa strumentale di subordinare l’interesse del Paese a quello del loro leader.

Gli alfaniani, a loro volta, manifestano una pochezza politica addirittura inquietante quando pongono al centro della loro strategia politica la difesa ad oltranza di un governo che ha le ore comunque contate. Che faranno quando la spina delle larghe intese verrà staccata da un Pd uscito dalle primarie con l’impegno di tutti a togliere di mezzo l’esecutivo dell’innaturale alleanza con la “destra del pregiudicato”? Continueranno a battersi per il governo morto come i giapponesi nelle isolette del Pacifico o, finita la cortina fumogena dietro cui nascondono di considerare tramontato l’astro berlusconiano, cercheranno di salvare se stessi cavalcando la ridicola formula del “partito duale” inventata da Fabrizio Cicchitto per assicurare agli alfaniani il cinquanta per cento dei posti in lista alle prossime elezioni?

Se gli uni e gli altri non si lasciassero dominare dall’ostilità reciproca e dall’impulso all’immediata resa dei conti interna, non dovrebbero fare altro che non cadere nella provocazione del Pd e mettersi d’accordo nell’aspettare il passaggio di mano del cerino della crisi dopo l’8 dicembre. Come? Annunciando che la scelta del Pd di espellere dalla politica il leader del partito con cui si è formata l’alleanza del governo determina la fine delle larghe intese. Ma rinviando a dopo l’approvazione della legge di stabilità debitamente corretta la fine della coalizione. La formula da usare è quella dell’appoggio esterno.

Lasciando al loro posto i ministri Pdl-Forza Italia per il tempo necessario a mettere in sicurezza la manovra economica e gli impegni con l’Europa del Paese. Nessuno, comunque, s’illuda che dopo questa fase lealisti e alfaniani possano tornare a litigare per chi decide le liste del partito alle elezioni. Perché a quella data potrebbero ritrovarsi senza più un partito da contendere e con una massa di elettori disposti ancora a fidarsi di Berlusconi, ma solo a condizione che non sia più accompagnato dai cortigiani e dai cretini.


La “maledizione” di via Arenula
di Barbara Alessandrini
(da “L’Opinione”, 7 novembre 2013)

E così, con il sostegno palese dei partiti che sostengono le larghe intese, il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, è di fatto uscita dai guai provocati dalle intercettazioni di una sua telefonata in cui rassicurava la famiglia Ligresti di contare sul suo interessamento a favore della figlia dell’imprenditore Salvatore, Giulia. Interessamento poi scaturito in un intervento diretto presso il Dap per vigilare sul suo stato di salute e a distanza di pochi giorni dal quale la figlia di Ligresti ha ottenuto i domiciliari.

Scontato ormai, dunque, l’esito del voto sulla mozione di sfiducia individuale presentata da M5S, che andrà al voto la prossima settimana e anche la ricomposizione dell’incidente politico. Altrettanto chiare però sono le molteplici sfaccettature che il caso Cancellieri ha portato in superficie. Sul piano dell’opportunità è ormai evidente che l’amicizia di lunga data, contrassegnata anche dagli strapagati rapporti di lavoro che il figlio della Cancellieri ha avuto con la famiglia Ligresti, avrebbe dovuto trattenere la Guardasigilli dall’attuare un intervento che ha insistito nel definire umanitario e pari a centinaia di altri da lei fatti per analoghi casi carcerari.

Formalmente non sono comparsi, tuttavia, elementi che potessero spingere a pensare ad alcuna pressione sui giudici per la scarcerazione della figlia di Ligresti. Nell’Italia delle caste, però, l’intervento del ministro ha alimentato all’interno dell’opinione pubblica, troppo sensibile a quello stesso richiamo populista, forcaiolo e colpevolista cui rispondono tutti coloro che invocano le sbarre preventive prima che abbiano luogo i processi, il fortissimo sospetto del solito italico intreccio tra nepotismo, privilegi, debiti e contiguità con i potentati e una giustizia incline ad operare in modo arbitrario e selettivo anche sul piano delle garanzie da quel vero abuso che è la carcerazione preventiva.

Inutile negare che in questi giorni sui social network e per le strade ha imperversato l’interrogativo, retoricamente formulato, di quanti carcerati o familiari di detenuti con problemi di salute abbiano la reale possibilità di esporre al Guardasigilli le proprie emergenze in una telefonata e ci si sia ripetutamente domandati se il lavoro del titolare del dicastero di via Arenula sia quello di dedicarsi agli “interventi umanitari” piuttosto che ad un raddrizzamento delle abnormi storture della Giustizia italiana.

Ecco, appunto, qui subentra l’ulteriore piano di lettura del caso Cancellieri, quello che va osservato in filigrana sebbene la sua portata sia di inaccettabile gravità e richiami inevitabilmente l’ormai consolidata maledizione di via Arenula che da un ventennio a questa parte si abbatte su tutti i Guardasigilli seriamente impegnati sul terreno delle iniziative riformatrici del sistema giudiziario italiano con incidenti e attacchi di varia natura volti ad inficiarne la credibilità.

In questa prospettiva, fuori dal valzer delle strumentalizzazioni che ne siano state fatte, la vicenda Cancellieri è del tutto analoga ai casi Martelli, Conso, Biondi, Mancuso e Mastella che hanno punteggiato la storia degli ultimi vent’anni del nostro Paese. All’insegna di un’unica certezza: chi tocca i fili della giustizia muore, sebbene di morte politica. Ed è altrettanto ovvio che il ministro Cancellieri, fortemente sostenuta dal Quirinale proprio nella prospettiva di avviare un iter di interventi e di riforma giudiziaria di cui il nostro devastato Paese ha estrema necessità, esca, alla stessa stregua di quanto accaduto ai suoi predecessori, molto delegittimata e screditata nel suo ruolo di artefice di qualunque cambiamento di normativa possa incrinare l’inamovibilità dell’intera struttura dell’apparato della Giustizia. Ministra avvisata, insomma, mezza azzoppata. Al solito.


Cancellieri, perché non ha chiesto dov’è il latitante Paolo Ligresti?
di Redazione
(da “Libero”, 7 novembre 2013)

Complici le tensioni nel Pdl, le schermaglie sulla legge di stabilità e lo scivolone del Cavaliere sui figli perseguitati come gli ebrei, dopo l’intervento in Parlamento e l’autodifesa a spada tratta, è sensibilmente diminuita l’attenzione sull’affaire che ha coinvolto Anna Maria Cancellieri, il ministro della Giustizia che si è prodigato affinché Giulia Ligresti, nel nome di una vecchia amicizia, ottenesse la scarcerazione e gli arresti domiciliari per motivi di salute. Fin dal principio, il Guardasigilli ha giustificato quanto detto nelle intercettazioni (“Contate su di me”, “Farò tutto il possibile”) come un “intervento umanitario”. Una spiegazione che convince solo fino a un certo punto, ma che certo non può essere bollata come una panzana. Un amico – anche se i rapporti con la famiglia Ligresti sono anche economici, e non soltanto umani – cerca sempre di applicarsi per l’altro amico. Ovvio, se ad applicarsi in tema di giustizia è il Guardasigilli, il terreno diventa molto più scivoloso. Ma tant’è. Anche se l’attenzione sembra essere già scemata, vorremmo fare una domanda al ministro Cancellieri. Una domanda già circolata negli ultimi giorni, ma a cui ancora non ha dato risposta. Perché, oltre a promettere aiuto per Giulia, nelle intercettazioni non c’è traccia di una domanda su che fine avesse fatto Paolo Ligresti? Già, perché il figlio di Salvatore è latitante: lui, per il crac Fonsai, non è mai finito in carcere. L’ordine di custodia cautelare, infatti, è rimasto inapplicato: Paolo è in Svizzera, paese che gli ha concesso la cittadinanza proprio tre settimane prima che scattasse l’ordine di arresto. Un ministro della Giustizia, se si trova invischiato nel caso, dovrebbe chiedere spiegazioni sulla sorte di quello che per la giustizia italiana è un latitante. La Cancellieri non lo ha fatto. Perché?

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Video di Sallusti sul caso Cancellieri

Video di Travaglio sul caso Cancellieri


Il Csm pronto a graziare la toga: “Il caso Esposito va archiviato”
di Sergio Rame
(da “il Giornale”, 7 novembre 2013)

Va archiviata la pratica aperta al Consiglio superiore della magistratura sul giudice di Cassazione Antonio Esposito.
Questa la proposta che la prima commissione di Palazzo dei Marescialli, presieduta dal laico del Pdl Annibale Marini, ha deciso di avanzare al plenum.

La pratica era stata aperta a seguito dell’intervista che il magistrato, presidente del collegio della sezione feriale della Suprema Corte che il primo agosto scorso ha condannato Silvio Berlusconi al processo Mediaset, aveva rilasciato al quotidiano partenopeo Il Mattino.

Un’altra pratica archiviata. Un altro giudice che non paga per i propri errori. La Commissione ha, infatti, escluso che vi siano i presupposti per l’avvio, nei confronti di Esposito, di una procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità in relazione all’intervista con la quale il magistrato aveva anticipato le motivazioni della sentenza Mediaset che, in quel momento, non erano ancora state depositate. La decisione è stata presa all’unanimità, in accoglimento della proposta del relatore Mariano Sciacca (togato di Unicost).

Fortunatamente la Prima Commissione del Csm ha anche proposto che Esposito non riceva alcuna tutela per le accuse che gli sono state mosse dopo l’intervista. Il giudice della Cassazione aveva, infatti, chiesto l’intervento di Palazzo dei Marescialli dopo la pubblicazione di articoli da lui ritenuti diffamatori.


Ferrara: “Esposito? Il simbolo della Repubblica delle patacche”
di Redazione
(da “Libero”, 7 novembre 2013)

E’ successo che il giudice Antonio Esposito, il giustiziatore di Silvio Berlusconi in Cassazione nel processo Mediaset, ha scritto la prefazione a un libro di Ferdinando Imposimato sul caso Moro, un volume in cui si sostiene che nuove fonti dimostrino come il covo in cui lo statista Dc fu prigioniero era presidiato dai servizi segreti italiani, che poi lasciarono la postazione proprio il giorno prima del suo assassinio da parte delle Br, il 9 maggio 1978. Peccato però che molti indizi dimostrino che il libro sia una patacca: i dichiaranti che sostengono la tesi non hanno il minimo indizio, e addirittura alcune “soffiate” via email arrivavano dalla medesima fonte (sotto falso nome) la cui posizione era stata archiviata e cancellata dalla magistratura.

Repubblica delle patacche – Una patacca bella e buona, insomma, per la quale la toga anti-Cav presta tempo e nome. Giuliano Ferrara, su Il Foglio di giovedì 7 novembre, prende la mira e apre il fuoco: “Il dottore della famosa sentenza contro il Cav., – scrive – avvalora le asserzioni demenziali del libro che trovano oggi definitiva conferma e certezza grazie alle dirompenti dichiarazioni di due dei numerosi militari coinvolti nell’operazione”. L’Elefantino cita le parole scritte da Esposito nell’introduzione, e nota: “Il lessico della sentenza contro il Cav. era anticipato intatto nella prefezione alla patacca”. Poi il direttore alza il tiro: “Questa che con sussiego viene venduta come la Repubblica della Costituzione e della legge uguale per tutti, un paese in cui una sentenza Esposito può ribaltare il ruolo parlamentare attribuito da milioni di elettori a un uomo di stato di due decenni, è in realtà una Repubblica delle patacche”.

Palla colossale – Ferrara aggiunge: Esposito, “il firmatario della condanna definitiva, giudica definitiva una palla colossale sul caso più grave e doloroso della storia repubblicana. Avranno un trasalimento tutti gli elegantoni della legge uguale per tutti, che già furono beccati con le mani nel sacco della più stupida credulità nel caso di Massimo Ciancimino“. E ancora, contro gli “elegantoni della legge uguale per tutti”: “Trasaliranno, ma eviteranno di commentare la vicenda prefatoria di un alto magistrato di bassa scuola campana (ché da Napoli vennero i migliori giuristi e garantisti d’Italia) che offre il suo timbro di definitività alle bufale raccontate da un pm fattosi avvocato e alla ricerca di notorietà cospiratoria che ha fatto la fine che ha fatto”.

Polvere e giacche – L’Elefantino poi conclude: “Non so se è chiaro. Neanche un grammo di polvere sospetta può depositarsi sul bavero della giacca dei giudici veri e seri”. La polvere, invece – copiosa – si deposita sulla figura, già compromessa, della toga Esposito. “Qui un confermatore di definitività delle fregnacce scritte con dappocaggine in un libro di rivelazioni, uno che non tiene un cecio in bocca, è il giudice definitivo della nostra storia riscritta”, con la sentenza di Cassazione. Infine la caustica conclusione: “E noi dobbiamo credergli, perché la legge è uguale per tutti”.


Meno soldi ai senatori a vita assenteisti
di Andrea Cuomo
(da “il Giornale”, 7 novembre 2013)

Roma – Claudio Abbado: presenze zero. Elena Cattaneo: presenze zero. Renzo Piano: presenze zero. Carlo Rubbia: presenze zero. Il solo Abbado con il 43,51 per cento di assenze giustificate da missioni.
Gli altri nemmeno quello. Questo per quanto riguarda i quattro senatori a vita nominati da Giorgio Napolitano nell’ultima tornata del 30 agosto. Poi ci sono i due che sono (o meglio dovrebbero essere) a Palazzo Madama dall’inizio della legislatura. Il senatore di diritto Carlo Azeglio Ciampi (che però, va detto, ha quasi 93 anni e una salute precaria assai) conta presenze zero in nove mesi. Quello di nomina presidenziale Mario Monti ha l’11,28 per cento di presenze, con il 22,34 di missioni e il 66,38 di assenze pure e semplici.

Se esistesse un libretto di giustificazioni per senatori assenti, come nelle scuole, i sei senatori a vita lo avrebbero già finito da un pezzo. I dati impietosi raccolti dall’associazione Openpolis, che da anni monitora l’opera dei nostri eletti, e calcolati sulla base delle votazioni elettroniche in aula smascherano l’inutilità di un istituto che non serve nemmeno a spostare gli equilibri del Senato, come qualcuno aveva ipotizzato quando a fine estate Re Giorgio aveva scelto quattro illustri connazionali: per spostare qualcosa dovrebbero votare. E Abbado, Cattaneo, Piano e Rubbia non sanno nemmeno la strada per Palazzo Madama.

Malgrado ciò godono di un superstipendio in contumacia. È vero, Renzo Piano ha promesso che avrebbe destinato i suoi emolumenti da senatore fantasma ai giovani architetti. Aspettiamo le prove. Nel frattempo c’è chi, come il Pdl Ciro Falanga, in occasione della discussione del bilancio di Palazzo Madama, chiede di rendere gratuito l’incarico: «È incompreso – dice Falanga a Public Policy – il senso e la natura di questa nomina. Se è di natura onorifica, in tal caso perché gli emolumenti? ».
Falanga è tra gli esponenti del Pdl che ha firmato l’ordine del giorno presentato dal M5S e sul quale si è verificata anche la convergenza della Lega. L’odg, approvato dall’aula, intende allargare l’absence tax (quel meccanismo per cui un senatore per ogni giorno in cui non è presente ad almeno il 30 per cento delle votazioni si vede decurtare un quindicesimo della parte variabile della diaria) anche ai senatori a vita che al momento ne sono esentati. «I senatori a vita – s’incavola Vincenzo Santangelo, senatore grillino – a oggi possono essere liberi di non partecipare a nessuna delle sedute percependo in ogni caso interamente la propria diaria ».

Un’altra battaglia risparmiosa dei grillini è quella sui voli dei senatori. Santangelo ha presentato un ordine del giorno per allargare anche ad altre compagnie, nello specifico quelle low cost, «l’unica convenzione che permette, in maniera facile e funzionale, di poter prenotare ed usufruire dei voli », cioè quella con Alitalia, «finché questa esisterà ». Una posizione condivisa solo in parte dal senatore questore Lucio Malan (Pdl), che si dice favorevole ad accogliere l’ordine del giorno ma solo come «raccomandazione », visto che «già oggi, naturalmente, i senatori possono usufruire di voli low cost ». Il problema, secondo Malan, è che i parlamentari quasi sempre si trovano a prenotare i voli all’ultimo momento, e «sia che si tratti delle compagnie classiche sia che si tratti delle compagnie low cost, più tardi si prenota più si paga ». Quindi per risparmiare sarebbe utile una programmazione più anticipata dei lavori. Un problema che i senatori a vita non sembrano avere.



Agassi: «Finale Roland Garros? Persa per un balsamo sbagliato »

di Federico Ferrero
(da “l’Unità”, 7 novembre 2013)

Dal van nero spuntano uno stivaletto, la gamba. Poi il collo che s’è fatto taurino, cinto da una collanina confezionata dal figlioletto Jaden, con una serie di lettere incise e messe in fila: daddy rocks, il mio papà è una forza. La camminata pencolante è la più famosa dello sport. Come la sua risposta di rovescio anticipata, i piedi avvitati alla riga di fondo e la palla che si piega a parabole non ammesse in algebra.

È un passo riconoscibile tra mille, imitabile al pari di Totò, lo chiamano «andatura del piccione » ma non è una gag: schiena avanti, punte in dentro e passetti veloci sono un pezzo di eredità di un’infanzia sciagurata, piagata dalla spondilolistesi. Andre Agassi è a Milano. Ha parlato al World Business Forum di sport, di ispirazione e del significato del successo a manager ignari della sua finale al Roland Garros del 1990, quella che perse contro il bradipo ecuadoregno Andres Gomez «perché la sera prima avevo sbagliato il balsamo in albergo, la parrucca mi si spostò. Mio fratello mi prestò soccorso portandomi in camera venti forcine e giocai quel match con il terrore di ruzzolare a terra, pelato, con i miei capelli finti sul campo, e di morirci ».

Ha registrato un’intervista alla Rai, a Che tempo che fa, incontrato tennisofili incalliti e gente che non distinguerebbe una volèe da un soufflé eppure ha trovato nelle pagine del suo libro biografico Open, uscito in Italia nel 2011 nella collana Einaudi Stile libero Extra, una raccolta di segreti sul mestiere di vivere che farebbero la fortuna di uno stuolo di guru, psicologi e sociologi in ansia da prestazione in libreria.

Dritto e capelli
A metà pomeriggio, post colazione chez Longines – sponsor della sua vita solidale dopo il tennis – il furgone si ferma dalle parti di corso Sempione. Il Kid di Las Vegas non è più «un taglio di capelli e un dritto », come Ivan Lendl aveva sentenziato alla vista di quel punk vestito come Johnny Rotten dei Sex Pistols, che rantolando violentava la pallina e sconvolgeva il galateo del tennis. È un uomo di 43 anni, un padre di famiglia; anche un filantropo, che ha ritrovato il filo della vita «troppo tardi, quasi a trent’anni, e non vorrei che ad altri capitasse la stessa cosa ».

Per pranzo, al Kid che vent’anni fa odiava l’Italia, il suo vecchiume e si nutriva a Coca e cheeseburger, Cracco ha offerto il tartufo d’Alba: a distanza di stretta di mano, se ne avverte il ricordo. Si infila negli studi di Radio Deejay per raccontare a Linus e a Nicola Savino (a loro volta vittime della Agassite) il perché del successo clamoroso di Open. Open significa aprire e, nel gergo del tennis, è il torneo senza limiti all’accesso: J.R. Moehringer, il suo eccezionale ghost writer, lo fa dire al protagonista del Bar delle grandi speranze, il libro che fulminò Andre, convincendolo a mettere per iscritto la sua vita: non è per caso, che una porta e un libro si aprano allo stesso modo. Il Vangelo secondo Agassi è un racconto di redenzione «per uno come me che non aveva studiato, non aveva potuto scegliere la sua vita. Me ne sono trovata una già decisa e ho impiegato vent’anni per trovare il mio posto al mondo ».

Lui e il cortile
Andre è un po’ stropicciato, non ha assorbito il fuso orario dal Nevada; per lui, sono le cinque del mattino dopo una nottata di incontri e bagordi culinari. Eppure si trasfigura, non appena gli si chiede conto di quella vita da fuoriclasse depresso. «Mio padre aveva comprato una bettola fuori Las Vegas misurando solo il backyard, il cortile sul retro. Aveva già stabilito che avrebbe costruito un campo da tennis per allenarmi, notte e giorno ». Il piccolo Andre contro il dragone, una macchina sparapalle modificata, drogata per sputare sfere gialle più in fretta, con violenza feroce e costringerlo a colpire per evitare di essere mitragliato, abbattuto.

«Odiavo il tennis, ora non più. Ho trovato l’amore in quello che faccio dopo aver sposato la persona sbagliata », la ninfa di Hollywood Brooke Shields, «e aver mentito al mondo del tennis », quando nel 1997 cercò ristoro nel paradiso chimico della metanfetamina e la sua classifica, da numero 1, piombò nell’inferno infuocato del numero 141, la matricola dei peones.

La vittoria senza i capelli
Quando lo si muove a ricordare la vittoria più bella, il volto ora tondo e glabro, da tenente Kojak, perde anche le rughe e si accende, a mo’ di luna piena: «Oh, Parigi. Ero infortunato, avevo divorziato da 40 giorni, non ero più giovane, erano passati nove anni da quella finale persa per colpa delle mie menzogne sulla chioma, sulla mia vita di ricco e famoso per cui venivo additato come viziato, mentre invece soffrivo come un cane ». Andre vinse un match di quelli che ti capitano una volta sola nella vita, sotto di due set: contro un altro Andre, con la “i” dei russi, Medvedev. Gli toccò ammazzare in un colpo lui e il vecchio se stesso, per completare il career Slam, ossia acciuffare almeno una volta nella vita i quattro tornei cardinali del tennis.

Il croupier
Andre gira il mondo per finanziare la sua College Preparatory Academy, una scuola privata. Raccatta figli di famiglie disagiate come la sua, tiranneggiata da un pugile iraniano di sangue assiro, Emmanuel Agassian, che ai crocicchi di Las Vegas litigava coi camionisti e li stendeva con gli uppercut, sotto lo sguardo terrorizzato di Andreino. Era stato Mike a decidere che quel figlio, così svelto di riflessi, avrebbe reso la famiglia ricca: lavorava come croupier al Caesar’s Palace, aveva assistito a una esibizione con Jimmy Connors premiata con una carriola zeppa di dollari d’argento e ne aveva fatta la ragione di vita, sua e di quel figlio nato per vincere «perché non esiste, mi diceva, nessuno che possa battere chi ha colpito tremila palline al giorno, tutti i giorni della sua vita ».

Agassi non si è fatto troppi amici, nel circo del tennis: di Connors ricorda la spocchia, tanto che mai nella vita Andre si è fatto portare il borsone dagli addetti. Per non passare da superbo, dice. Appena si nomina Pete, il microfono cattura uno smozzicato that kind of bitch!, quel figlio di buonadonna, tanto in America non ci sentono. Pete è Sampras, il suo alter ego: classico, compassato, perfetto, noioso, la sua vita era il controcampo di quella di Andre. Non aveva dubbi, viveva per il tennis, pensava e mangiava tennis e lo batté spesso, anche in quella finale degli Us Open 1995 che Agassi non ha ancora digerito, «quella mai, perché era l’estate della mia rivincita, avevo vinto 26 partite di fila ma le avrei date indietro tutte, pur di non mollargli la 26esima a New York, quel pomeriggio ».

La notte e il giorno, Agassi e Sampras; Andre non gliele manda a dire neanche in Open, lo dipinge per quello che forse in fondo è, un fenomeno dello sport col cervello di un cerbiatto, taccagno all’inverosimile. Pistol Pete, dal lancio del libro, lo saluta a stento.

L’amore
Agassi ha sposato Steffi Graf, una delle più grandi tenniste di sempre. Abitano a Las Vegas, non più nei sobborghi da banlieue americana ma nel quartiere dei ricconi, con guardie armate che ti cacciano se osi fermarti un attimo di più. Jaden ha dodici anni e ama solo il baseball; Jaz Elle, di due più giovane, gioca un po’ con mamma «ma solo per divertimento ». Come i coniugi Agassi: quando capita. Figurarsi se i figli di due padri padroni – anche Peter Graf non sfigurava, al festival della tirannia – forzerebbero il sangue del loro sangue a sperimentare il carcere. E quella prima casa, la bettola col campo in cemento? «La mia prigione? Quella c’è ancora, l’abbiamo venduta. L’ha comprata un signore che arriva dall’Iran, non ci volevo credere. So che ha una figlia. La fa giocare lì dietro, come me ». Diventerà forte? «Naah. Chi pensa di costruirsi il campione inganna se stesso e rovina i propri figli. È una balla: la costrizione è morte, la scelta è vita ». Una risposta di Agassi.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart