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Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

AUGURI A BARTOLOMEO E A RAFFAELLA per il loro 44esimo anniversario di matrimonio

7 Ottobre 2014

di Fabio Strafforello

Ciò che nella vita si lascia di esemplare, è la capacità di dare il buon esempio anche attraverso un’immagine silenziosa.

Auguri anche a tutti coloro che nella loro vita hanno raggiunto l’obiettivo comune di consolidare dei rapporti affettivi reali, sapendo esistere e resistere, come singoli individui o come coppie di fatto, contrapponendosi con forza di carattere e umiltà, alla forza negativa del tempo. L’egoismo, la cattiveria, i desideri personali e gli impulsi incontrollati fanno parte dell’azione corrosiva dei valori umani incostanti e opportunità passeggere della vita, elementi necessari per mettere alla prova della verità ogni essere vivente che accetti questa sfida, ma colui che ha saputo dimostrare, col proprio esempio, di saper vincere il malessere della solitudine, attraverso il comune senso del bene, ha fatto meglio degli altri, perché ha creato speranza anche nelle altre persone.

Caro Bartolomeo,

eccomi dinnanzi a te e ai lettori della “Rivista d’arte Parliamone” per proporre alla vostra attenzione quel saggio che già da tempo vi avevo promesso, ed ora mi sono impegnato a consegnarvelo in modo che non si vada troppo in là con la memoria, perdendo ogni riferimento temporale a causa dei molteplici e cangianti avvenimenti che ci coinvolgono velocemente nella vita di ogni giorno. Ho iniziato a costruire questo documento nel periodo che va da fine settembre sino agli inizi di ottobre, circa un’ora al giorno, scrivendolo già nelle prime ore del mattino e prima di svolgere i miei personali e necessari impegni quotidiani. Rileggendo il mio commento alla tua pubblicazione del cinque del mese di settembre oramai passato, nella quale tu mostri una bella foto di famiglia, ho notato or ora di aver omesso la parola “anni”, dopo “tanti” e per questo mi scuso con tutti Voi, ma non sempre quando esterno il frutto del mio pensiero sono sufficientemente riposato e concentrato da poter dare il meglio di me stesso, anche perché talvolta sono frettoloso, nel bisogno di passare ad altre cose necessarie da portare a termine.

Mi hai chiesto di fare, per quel che ti fa piacere leggere come mia valutazione personale e in relazione a questa importante occasione, un breve elaborato e sia pur non troppo “diluito”, che possa però rappresentare in modo profondo e sufficientemente analitico una realtà del passato quasi smarrita nei nostri tempi moderni e della quale sovente si prova un sentimento di nostalgia, per il modo incontrollato e indeterminato che ha visto cambiare i nostri atteggiamenti, umani e sociali, negli ultimi decenni. Bartolomeo, non so se riuscirò a seguire le tue indicazioni, riguardo al non fare un lavoro troppo lungo, in quanto le cose che si possono dire, ricavandole da un “quadretto famigliare” così emozionalmente espressivo, sono tantissime e si può quindi spaziare su una infinità di argomenti per costruire una analisi temporale e sociale della storia che ne fa da contorno, ma cercherò ugualmente di accontentarti, o quanto meno di “posare” i concetti che voglio esprimere in modo sufficientemente chiaro, sia pur senza “aprirli” troppo, evitando così anche di cadere nell’inutilità delle troppe parole.

Troppe parole e pochi fatti, sono ciò che hanno contraddistinto in modo negativo l’azione di chi si è fatto carico di amministrare il nostro Paese, creando così tanto sfacelo organizzativo e sociale!

E’ un omaggio sentito, quello che in questo breve scritto faccio a Te e a tua moglie Raffaella, per il significativo traguardo che assieme avete raggiunto, naturalmente non in modo casuale, ma in conseguenza di un impegno, razionale e emozionale che vi ha visti attori principali sul palcoscenico della vita e dove, accanto all’amore che vi ha unito per tanti anni, avete anche miscelato, in questo magico impasto, l’impegno, il sacrificio, la fatica, la rinuncia, il perdono, la carità, la fiducia, la felicità, la tristezza, la soddisfazione e l’onestà del vostro operato. Sentimenti caldi e freddi, così come sa essere l’animo umano se colto dal favore delle sensazioni che recepisce, o in senso contrario se viene investito dalla negatività delle azioni o dalle parole pronunciate da altri individui, o anche solo da ciò che non va nella stessa direzione del nostro personale desiderio di provare felicità e sia pur per la mancata realizzazione dei sogni che custodiamo nel profondo del nostro cuore e nella nostra mente.

Nell’immagine che hai proposto alla nostra visione, pubblicandola sulla tua rivista, hai sviscerato, consciamente ed inconsciamente, due elementi fondamentali che caratterizzano e che compongono la tua personalità in senso generale e in riferimento a questo momento particolare della tua vita. L’uno riguarda la centralità degli elementi del passato, espressa attraverso il ricordo dei tuoi genitori, come perno essenziale della famiglia e l’altra il tuo desidero presente di voler trasmettere, attraverso segnali distensivi e richiami affettivi, il bisogno di ritrovare nel mondo circostante quel calore, quella tranquillità, quell’equilibrio di forze e di sentimenti che ai nostri tempi sembrano elementi quasi perduti, il tutto a causa e per effetto di situazioni sfuggite dal controllo meditato dell’uomo e sia pur per il mutare di altre condizioni che vanno oltre le nostre possibilità decisionali.

Una serenità che è parte centrale e fondamentale dell’esistenza umana, ma legata in modo molto personale al raggiungimento di quegli obiettivi comuni agli esseri viventi in senso generale, e come specchio di autenticità del nostro animo, è ciò che contraddistingue l’aspetto sensibile di ogni individuo e ciò che vorremmo vivere come conferma e soddisfazione d’aver fatto bene il nostro compito, lasciando un segno evidente del nostro passaggio durante questa fugace esistenza. Tutto ciò, nella similitudine con l’animo umano, rappresenta un po’ l’alternarsi delle stagioni, nelle fasi in cui al “crescere” del sole si alimenta esponenzialmente anche il buon umore e il desiderio comune degli individui di vivere il piacere dei sensi, alimentati, parallelamente, dall’impetuoso risveglio della natura. Nel fase “calante” del sole la sensazione che deriva dalla natura è che, nel richiudersi su se stessi, da parte degli elementi che l’hanno resa viva, vi sia la risposta all’ovvietà e alla logica della fine dell’esistenza, intesa solo come pausa o come momento di passaggio indefinito verso una zona d’ombra che per l’uomo rappresenta il suo “personale momento di attesa” di vivere una pace che sia eterna.

Per l’uomo però non è solo così, o almeno in parte non è proprio così, e se nella fase crescente della sua forza realizza molto della sua vita nel senso pratico delle cose, dando appagamento al valore e all’energia dei suoi sensi, nella fase calante egli deve invece convertire questa energia “passiva”, creata per effetto del suo naturale trascinamento, cedendo agli altri la ricchezza accumulata e maturata nella sua esperienza esistenziale, proponendosi così in modo positivo verso gli altri individui e nel contesto generale della condizione vivente circostante. Da tutto ciò si può quindi enunciare che non esiste mai un ruolo di secondo piano per l’essere umano, naturalmente se egli voglia o se sia in grado di superare il limite della propria esclusiva e limitata condizione d’egoismo personale, ma esiste la possibilità di mostrare la dignità con la quale ci si avvicina ad una situazione diversa rispetto allo stato personale di percezione, sensitiva e analitica, del mondo esterno e del suo valore. Ciò che porta l’uomo nella condizione depressiva della tristezza è la conoscenza, a volte inconsapevole, della sensazione dell’esistenza del bene, come formula della felicità individuale e del valore primario della vita, elemento difficilmente raggiungibile, almeno con poco sforzo, ma che pare rimanere sempre una chimera fra gli obiettivi umani, generando nell’individuo quel lamento, espressione di un disagio esistenziale, che altro non è che la consapevolezza dell’esistenza della Bellezza, come struttura della vita nel suo profondo e più ampio possibile significato. Il “Belloӏ ciò che vive nell’uomo o nel suo circostante, richiamato dal desiderio umano di provare una felicità, quale espressione singolare, di un momento ad essa coincidente.

Fra ciò che cerca e fra quello che non trova, l’uomo sogna il suo aspetto Divino, ma temendo di averlo già oltrepassato versa le sue lacrime da bambino. Ciò che ci riporta indietro nel nostro volere è il piacere di risentirci bambini, a qualunque età della vita, abbandonando qualsiasi angoscia legata agli interrogativi dell’esistenza e senza i desideri della ricchezza, del potere, del male, ma col bisogno costante di giocare la nostra vita al tavolo della spensieratezza, là dove non hai bisogno di dimenticare nulla, perché nulla non ha significato nella vita. Il richiamo del nostro nome, attraverso il codice della vita, è l’espressione di un volere trascendentale d’essere e di sentirsi parte emozionale di un mondo che apre e che porta alle sensazioni, come fonte di una ragione illimitata dell’esistenza. Il “gioco coperto” col destino ha il solo significato, girata un’altra carta, di non porre l’interrogativo del suo volere, perché non esiste domanda dove non c’è una risposta di sicuro e dove l’esistenza vive solo nel felice istante di un attimo. In quell’attimo che sfugge al destino, l’uomo rigioca la sua vita e la sua speranza di scoprire una carta che lo acclami vincitore. Chi non sa giocare con la vita non ammaestra il destino, avvinghiandosi sulla tela del dolore che “l’Imprevedibile” ha sapientemente tessuto, sino a divenirne una preda. Non pensate che le lacrime di un uomo siano diverse da quelle di un altro, ne cambia solo il motivo, ma non il significato.

Sai Bartolomeo, anch’io sono propenso a guardare al passato, come base di orientamento per trovare alcuni riferimenti della mia vita, ma credo che non sia giusto e neanche necessario, insistere oltre quel che serve per attingere da tale contenitore per andare avanti, ma occorra accettare dentro di noi il fatto che indietro si può tornare solo con la memoria, fin che essa ce lo concede, naturalmente, infatti sappiamo tutti che la vita è ciò che va avanti ineludibilmente, con o senza di noi.

Per questa speciale occasione dedico a te e alla tua sposa Raffaella un breve estratto di frasi che fanno parte del mio nuovo libro dedicato interamente alla saggezza, ma che ritengo molto attinenti a questo argomento e a quanto andrò a spiegare nel proseguo del mio lavoro:

 

Per un vecchio saggio la verità è un pensiero che si deve ancora fare.
Un giovane saggio per verità intende ciò che prova.
Ciò che rimane saggio è pensare che la verità esiste solo nei nostri desideri.
L’Essere saggio definisce l’uomo nel suo pensiero mancante.
E’ saggio vivere ciò che si ha, così come è saggezza vivere ciò che si desidera.
Quando la saggezza sarà verità per tutti, l’uomo finirà nel suo pensiero!

 

Ciò che rimane saggio, nel caso della vita, è legato al concetto della felicità, una felicità che cambia col volto della ricerca e quindi della conoscenza umana, spostando, in questo contesto e sotto l’azione diretta della tecnologia, il traguardo della sua emozionalità verso il concetto di “personalizzazione di massa”, infatti se da una parte c’è il desiderio di vivere ciò che si prova come felicità di singoli individui, dall’altra c’è l’appiattimento e l’annullamento delle proprie caratteristiche personali, perché inghiottiti da prodotti di largo consumo e per l’abbandono del confronto con se stessi.

La felicità è un gioco desiderato solo.

Il concetto moderno della felicità individuale è legato fortemente allo stimolo del cambiamento, più o meno rapido, dei desideri umani e quindi alla velocizzazione del susseguirsi delle azioni, collocando, per tale effetto, la lenta ragione umana e tutto ciò che ad essa è legato, nel contenitore di quelle azioni che esistono solo come ricordo, per effetto della cancellazione del tempo. Gli elementi irrazionali, quali ad esempio la provvidenza e la buona sorte, sembrano figure scomparse dal concetto centrale dell’attesa, determinando un enorme vuoto di comprensione fra ciò che la rapida evoluzione tecnologica non è riuscita a costruire e a colmare con la sua profonda confusione e col suo rapido avvicendamento. Fra le tante cose che cambiano, alcune per azione della mano dell’uomo, ed altre indipendentemente dal suo volere, c’è anche un modo per cambiare l’uomo, o per portarlo a “uscire da se stesso”, infatti sollecitandolo oltremodo nel suo equilibrio psicofisico, egli si apre alla via della trasformazione. Una trasformazione, innescata da uno squilibrio percettivo che si genera dallo scollamento di quanto egli vive, di razionale e di irrazionale giornalmente, rispetto alla percezione dei cinque sensi, questa esperienza ricade negativamente sulle relazioni col mondo circostante. Ricreare nell’uomo una nuova “figura emotiva”, in conseguenza della trasformazione della sua “figura percettiva”, richiede molto tempo e nuova esperienza, infatti quando l’essere umano viene allontanato dalla dimensione della riflessione personale, sino a perdere l’immagine di se stesso, smarrisce la “visione” della propria coscienza e tutto ciò ricade come conseguenza della perdita della “coscienza di relazione”, divenendo egli stesso un “cane randagio della vita” , motivato, dalle proprie necessità, ad operare inconsciamente una ricerca che è solo in funzione di se stesso.

Il tempo aspetta che tutto sia passato!

Il filtro del tempo è ciò che ha sempre consentito all’essere umano una corretta e necessaria decantazione dell’aggressione perpetrata da quegli avvenimenti della vita ostili all’uomo, consentendogli di “curare”, o quanto meno di rimarginare quelle ferite che ne provocavano grande dolore e che, se incontrollate, avrebbero finito per coinvolgere, attraverso atteggiamenti legati alla natura aggressiva dell’uomo, anche altri esseri umani, generando il male come risposta a tale assenza. Con la tecnologia è cambiato altresì il rapporto di conoscenza e se, agli albori dei questo nuovo “mezzo di conduzione alla conoscenza”, l’uomo ne era in parte prevalente soggetto e in parte minoritaria oggetto, ora le cose si sono decisamente invertite, escludendolo parzialmente da tale decisionalità e partecipazione come figura attiva. Se le cose continueranno esponenzialmente in questo modo, l’essere umano che fa uso della tecnologia comunicativa verrà escluso totalmente da tale partecipazione, divenendo egli stesso una forma assente e quindi solamente virtuale. La tecnologia ha aperto nuove frontiere di conoscenza, escludendo però l’uomo dal tentativo di conoscenza della sua immagine e riducendolo ad una figura priva di contrasto. L’impersonalità della comunicazione ha allontanato l’uomo dalla sua emotività ed ha creato distanza e distacco nel legame e nel contatto dei sensi, intesi come relazione di conoscenza fra gli esseri umani e il mondo circostante, allontanandoci da quel contatto emozionale che porta alla consapevolezza del limite esistenziale e all’accettazione della nostra natura. Questo nuovo elemento impersonale, che entra a far parte del quadro emotivo dell’uomo o quanto meno che ne crea un buco nero al suo interno, riduce altresì, dalla visione della vita umana, la speranza, cancellando un altro perno di riferimento al proseguo della nostra specie. L’uomo che ha perso speranza vede nella violenza, verso se stesso o verso chi “ritiene il pensiero della sua vita”, l’ultima spiaggia per risolvere un problema apparentemente insormontabile, definendo così egli stesso il termine di durata dell’esistenza umana attraverso una soluzione lontana dal rispetto della libertà altrui. La carità e non la pena sarebbero quanto di più necessario e sufficiente, quegli elementi utili per accettare che le condizioni dell’esistenza vadano avanti col loro destino, quindi senza avvalerci della prerogativa di essere noi stessi a decidere anche per gli altri. Una carità che comprenda il valore fondamentale della vita e che, forse, può vivere e sopravvivere solo nel disagio e nella disperazione della vita umana, come forma di contenuto rivolto alla speranza per un mondo che si immagina migliore o che si vorrebbe migliore rispetto a quanto sa essere.

Dai nostri desideri rubano l’immagine della nostra libertà.

Una tecnologia a basso prezzo… è la politica di chi vuole estendere e fornire, a chiunque abiti su questo Pianeta, la possibilità di utilizzare questo efficace e soporifero “strumento comunicativo collettivo”, che attraverso le immagini, in senso generale, o attraverso determinate immagini “ben confezionate”, sa piegare e condizionare la mente umana, modificandone altresì i valori emozionali e riflessivi e sino a cancellarne la coscienza. Il potere dell’immagine, quand’ella venga raccolta dalla mente umana, ha la capacità di cancellare o comunque di attenuare fortemente i “contrasti interiori” sino ad appiattirne i sentimenti e ogni altra forma di reazione che non sia programmata in quei messaggi subliminali, la conseguenza è che la persona cancella la memoria come fonte di conoscenza e quindi come base di riferimento, finendo così per non costruire la propria identità percettiva. Ancor più che di spersonalizzazione dell’essere umano, parlerei di impersonalizzazione, termine ovviamente coniato da me per tale occasione, infatti tutto ciò che passa per una dimensione creativa, razionale o confusionale e casuale che sia, lo riterrei una nuova forma di essenza umana. “Impersonalizzazione”, questa è la parola giusta per definire la nuova dimensione della vita umana creata da un oggetto dal volere indefinito, che non prova desideri e che, al di fuori della sua programmazione, non è nella condizione di costruire un significato emozionale. L’uomo moderno, cioè quello sottoposto al volere della tecnologia, è un suddito dell’impersonalità, infatti mentre l’impersonalità ha la funzione di contrapporsi al volere personale, chi ne subisce tale azione, non provando e non trovando necessità di reazione, ne diventa una appendice senza conoscenza e quindi senza valore coscienziale.

Una tecnologia così veloce ha lasciato indietro l’uomo! La tecnologia delle comunicazioni se prima ha cambiato il volto del mondo, riducendolo ad una piccola sfera posta nella mani dell’uomo, ora sta cambiando rapidamente il volto dell’intera umanità, lacerandone il tessuto culturale, sociale e morale e disseminando disperazione e morte sulla strada del suo avanzamento e progresso. Una corsa così rapida della tecnologia ha lasciato indietro l’essere umano creandone instabilità emotiva, insicurezza sentimentale e incomprensione nei confronti dei suoi simili e di tutto ciò che lo circonda, per ciò che non riconosce più come origine comune dell’equilibrio statico e precario della vita.

Le scoperte, scientifiche e non solo, che hanno rivoluzionato il mondo, passeranno dall’essere state profondamente amate ed ammirate, all’essere contestate e odiate dall’umanità. Il pericolo che corre la scienza, è quello di una implosione verso se stessa, infatti il rischio forte è che le grandi scoperte, che all’inizio dei loro albori hanno portato euforia e grandi speranze di progressione dell’intera umanità, diventino, per effetto di un comportamento incontrollato e irresponsabile, un boomerang che ci si ritorcerà contro, annullando e azzerando ogni tentativo di uscire da un tunnel incomunicativo che è parte essenziale della peculiarità delle diversità umane.

Il pane del sacrificio è la speranza.

So che fra voi stessi vi starete chiedendo qual’ è il nesso che collega il quarantaquattresimo anniversario di matrimonio di Bartolomeo e di Raffaella, con l’elemento tecnologico da me posto in gioco, ed ora cercherò di accontentarvi costruendo questa relazione in modo adeguato.

La comunicazione, come espressione generale del significato identificativo, nel porre in relazione ogni entità vivente, ne è l’elemento di scambio reale, essa può avvenire fra individui della stessa specie e non solo, legando i fattori razionali e quelli emotivi nella ragione ultima della vita, intesa come desiderio di ricerca della propria felicità, gettando le basi emotive per il proseguo della sua continuità e per il raggiungimento di tale comune obiettivo. L’eccessiva velocizzazione, rispetto al lento avanzare delle percezioni dell’animo umano, del “mezzo comunicativo collettivo”, spinto dall’energia tecnologica, ha creato un distacco enorme nella capacità umana di rimanere legati a tale comprensione, destabilizzando e precarizzando l’individuo nei suoi elementi emotivi fondamentali, come ad esempio i sentimenti, la percezione dell’ignoto e la sensazione del vuoto esistenziale. Probabilmente questa profonda trasformazione che coinvolge due entità, una personalizzata e l’altra da personalizzare e il cui risultato finale sarà una nuova identità, necessita di un passaggio di consegne fra il mondo del passato, con quello del futuro del mondo. Credo che questo passaggio fra due mondi così distanti mieterà molte vittime prima di giungere a questa una nuova dimensione, dimensione necessaria ad aprire le porte di un percorso umano destinato al capezzale della conoscenza come sola forma di contenuto assolutistico e non più di origine relativistica. Una conoscenza che sarà legata alla vita della trasformazione e che quindi avrà una forma di coscienza legata alla comprensione e all’accettazione dell’irrazionale quale fonte di verità primordiale. E’ scritto… l’uomo deve andare avanti superando se stesso nella sua sostanza e non meno nel limite dei suoi sensi, sino a portarsi nella definizione dell’assoluto.

 

Non pensate che, ad oltranza, io sia contrario alla tecnologia, ma, come in ogni cosa che mi circonda, cerco di trovare quegli aspetti positivi e quelli negativi che comprendono l’uomo fra gli avvenimenti della vita, nella necessità di estrapolare quei valori utili al miglioramento della qualità e sia pur della quantità, dell’esistenza nel senso più ampio possibile e quindi anche nel rispetto delle altre specie viventi.

Fra il bianco e il nero di un’immagine, vive nel silenzio lo stesso umore.

Nei tempi moderni, dalla foto in bianco e nero che tu hai proposto alla nostra attenzione, perché a quei tempi non esistevano ancora le immagini fotografiche a colori, si può cogliere visivamente il comune sentimento del valore della famiglia, espresso attraverso un equilibrio basato sull’unione e sul rispetto delle diverse generazioni, il tutto nella direzione di una convivenza, famigliare e poi ampiamente sociale, il cui significato è nel segno della continuità della vita a quindi nel suo profondo concetto, oggettivo e soggettivo, di positività. Una immagine fotografica tuttavia è senza parole, è muta, quindi rappresenta visivamente solo quello che in quel momento e in quel contesto avvenne quel dato giorno, ma quanto fa parte della vita emotiva, per ogni singolo individuo, o nell’insieme della loro comunità emozionale, lì non può essere rappresentato, tanto che è da parte di chi osserva, ma che non conosce la verità oggettiva di quanto accadde in quel contesto, che se ne possono solo immaginare gli umori, o gli stati d’animo ai quali le singole persone erano sottoposti. Tutto ciò per dirvi che l’uomo ha sempre vissuto, forse più di ora, con dolore e con difficoltà quotidiana gli ostacoli di forma razionale o di origine irrazionale che gli si sono presentati davanti nella sua esistenza, combattendo gli “Spiriti del male” , o più genericamente ciò che lo destabilizzava dal suo bisogno di certezze, lottando con i mezzi di cui disponeva e giungendo quindi a soluzioni più o meno radicali per estirpare quello che, a parer suo, era l’origine del suo disagio e del suo malessere. L’uomo “tradizionale” si affidava maggiormente al contatto e al contrasto umano, “stringendosi” e chiudendosi nella sfera della propria convinzione o nella sfera della convinzione di massa.

Nulla cambia con l’uomo, se l’uomo non riesce a cambiare.

Quanto l’uomo del passato ha fatto per difendersi dall’aggressione della paura e dal male, non è di meno rispetto a quanto sta facendo ora nei nostri tempi attuali e per poterlo realizzare utilizza, naturalmente, nuove tecniche e nuove soluzioni a sua disposizione, la differenza maggiore da evidenziare e che diversifica questo momento e particolare storico, è che per effetto di una comunicazione tecnologica che avvicina gli individui da lontano, li allontana dal riflesso di ciò che si può vedere, capire e provare solo da vicino. Questo tipo di “vicinanza virtuale” sia pur non creando comunicazione emotiva, rende l’essere umano consapevole d’essere penetrabile e riconoscibile nelle sue debolezze, tanto che nel timore d’essere aggredito nei suoi punti deboli, da chi si trova dall’altro capo di uno stesso punto di incontro, evita di sfogare i suoi stati emotivi. E’ una forma indotta di repressione che porta l’individuo in uno stato confusionale e quindi al rischio concreto di perdita del suo valore emozionale più autentico. In tale senso questo nuovo modo di comunicare, che io definirei sterile, perché privo di emozionalità, di sfumature, di percezioni, di sensazioni, di intuizioni, di flessioni, di mimica, di calore umano, ha evidenziato una grave mancanza nell’orientamento e nelle scelte della pianificazione scientifica e ancor più nello specifico nella sfera comunicativa, creando un distacco e un nuovo confine che porta verso una mancata interpretazione ed evidenziazione dei contenuti intimistici comuni agli esseri viventi e la conseguente incomunicabilità fra gli stessi. Una grave mancanza della scienza, forse perché guidata da un programma di interessi personali, ancor più che dall’interesse di comunicare l’informazione e la vasta cultura che comprende l’uomo.

Nel desiderio di trovare noi stessi, stiamo perdendo la speranza di giungere alla comprensione di un valore e di un significato che ci accomuna alla vita di tutti.

Vedendo quanto giornalmente ci accade intorno, fra separazioni di coppie più o meno giovani, assassini di coniugi, uccisione dei propri stessi figli e talvolta anche di parenti e amici più prossimi, o di suicidi in casi da non sottovalutare e non certo di minor importanza , il “quadretto famigliare” che hai posto d’innanzi ai nostri occhi, attraverso quella foto ricordo, sembra oramai il ricordo di un’Era antichissima e quasi surreale, eppure se ben guardiamo dietro alle nostre spalle sono passati solo pochi decenni rispetto all’immagine di quel momento idilliaco, catturato e immortalato da una sottile pellicola e poi su carta stampato. La tecnologia ci sta velocemente cancellando il desiderio di sognare e quindi anche di reagire, lo fa utilizzando la propria immagine per creare nel nostro mondo interiore la sua forma di vita, trattenendo altresì i più alti e positivi sentimenti radicati nell’uomo, non dimenticando neppure di sottrarci quell’anelito di vita che ci giunge dalle più profonde sensazioni che vivono nell’animo umano.

Ciò che ci toglie la speranza è la brutta notizia che il male sia sempre più forte del bene… almeno così ci sembra!!

Oltretutto le brutte notizie che ci giungono dal mondo circostante, attraverso i più disparati mezzi di comunicazione, sia da molto vicino o pariteticamente da mondi lontani, incidono negativamente sull’umore personale e sul nostro desiderio di cercare la speranza oltre il muro buio della paura, inconscia o conscia che sia, sino a toglierci la forza di reagire. Con l’utilizzo di un metodo, o se preferite di una forma comunicativa di così “grande distanza emotiva”, si è creato, per effetto di tale azione, un forte distacco nella relazione diretta dei sensi, escludendo l’uomo dalla parità e dall’autenticità del suo confronto con gli altri esseri viventi, perché sottoposto ad un filtro che ne taglia parallelamente ogni “picco espressivo” che derivi dal sussulto delle impressioni umane. Una nuova dimensione, certo, ma che si allontana dal “mondo tradizionale”, quell’ambito e quell’ambiente di luoghi che l’uomo ha popolato per molti millenni, nella convivenza, più o meno feconda, con altri esseri viventi e che ora pare stia sciamando attraverso la ricerca e la creazione di nuove figure e di nuove identità.

Guardare gli altri, significa non voler rimanere solo degli sconosciuti.

In uno sguardo, anche se sconosciuto, ma diretto verso noi stessi, si ritrova e si nasconde il bisogno di ritrovare se stessi attraverso gli altri, il tutto sotto forma di una comunicazione muta all’ascolto delle parole, ma espressiva e appagante nell’aspetto della condivisione comunicativa dei sentimenti e delle sensazioni umane. Un tempo si sognava più di ora, forse perché si possedeva meno di ora e fra tanti sogni e sognatori, c’era nel desiderio comune di non soffrire, di evitare altresì di far soffrire gli altri, soprattutto chi ci stava maggiormente intorno, sopportando, talvolta e forse oltremodo, quelle incomprensioni famigliari che ora appaiono insormontabili e che in quattro e quattr’otto fanno separare i coniugi o i conviventi… quasi come se di quel tempo passato assieme nulla fosse mai servito per capirsi e accettarsi con un po’ più di tolleranza! Il movente dei figli da crescere o da “accompagnare nella vita”, nel passato della storia dell’umanità, normalmente è servito anche ai genitori per superare il proprio egoismo e le proprie ristrette convinzioni, sino a portarli al comune accordo di sostenere e di difendere la prole e la loro condizione famigliare. Ora i “padri di questo mondo” non sanno più mantenere il loro ruolo e i figli, sia pur nella loro buona volontà di aiutarli, non riescono a sopperire a quelle mancanze indispensabili ad un corretto equilibrio nell’ambito della famiglia ed anche nella vita sociale. Il ruolo della “donna-madre di famiglia e anche un po’ padre di quell’uomo che ha scelto di sposare”, in questo nuovo contesto di mutazione culturale e delle abitudini, è venuto a mancare, giocando il funesto ruolo di destabilizzare e di indebolire la componente maschile del nucleo famigliare. Di non minor importanza, ma da porre in primo ruolo, ci sono anche da considerare le nuove problematiche nel campo del lavoro, conseguenti ad una crisi economica che è ben lontana dall’essere conclusa e che incide negativamente e in modo dirompente, nei confronti dei nuclei famigliari più deboli… ora capite bene che tutto questo dissesto, miscelato assieme a fattori emotivi destabilizzati, dipinge un quadro colorato di nero, ma col comune denominatore di uno stesso sfacelo.

So che ai tempi nostri appare ridicola la parola che poco fa vi ho enunciato: “evitare di far soffrire gli altri”, tanto che abbiamo perso, oltre ad altre bellissime opportunità di mostrare i nostri aspetti migliori, anche la capacità di trattenere la nostra disperazione e la nostra tensione, riversandole negativamente e incondizionatamente sugli altri e nel contesto generale della società. La tecnologia, nella sua rapida e incontrollata espansione, ha lasciato spazio, dire oltremodo, al delirio comunicativo, ponendo in evidenza sulla rete quegli aspetti di confusione e di tensione derivanti da uno squilibrio generazionale e tecnologico di matrice impulsiva e compulsiva, dove la ricerca della felicità, attraverso i sogni, è l’espressione di un tentativo inutile e pericoloso di miscelare materia e spirito nel contesto delle necessità umane più impellenti.

In modo più chiaro sto cercando di dirvi che il nuovo metodo di comunicazione ha gettato dei ponti lunghissimi fra gli individui, avvicinandoli nella conoscenza apparente, ma allontanandoli dalla conoscenza reale e quindi dalla coscienza individuale e di ricaduta, collettiva.

Se da una parte le grandi difficoltà che hanno accompagnato le generazioni del passato sono servite a rafforzare il carattere personale degli individui e quindi, di riflesso, le coalizioni fra individui, nella necessità di radicarsi in modo più forte sul territorio, non ne garantivano però una vita molto lunga in termini di età media di sopravvivenza.

Ora che la tecnologia, attraverso la rapida progressione della ricerca scientifica, nelle molteplici direzioni di studio, riesce a curare o comunque a tamponare tante patologie, garantendo ed ottenendo un allungamento e un miglioramento generale dell’età di sopravvivenza, dall’altro fronte sembrano però mancare le comuni motivazioni spirituali, umane, sociali e di prospettiva per il raggiungimento e il consolidamento di tale obiettivo che comprenda larghe sfere della popolazione mondiale.

Sembra quindi mancare qualche cosa di importante a questo bisogno di equilibrio che fa parte della sfera umana nella ricerca della felicità individuale e che, a parer mio, per ora appare solo come una lontana chimera.

Qui da noi liguri e forse anche da voi toscani era in uso, e ancor da qualche anziano si sente dire : < Per conoscere a fondo una persona bisogna mangiarci assieme un quintale di sale >

Caro Bartolomeo, chissà quanto “sale mangiarono assieme” dallo stesso dolore, fatica, rassegnazione e sofferenza i tuoi genitori, ritratti sulla sinistra di quella foto ricordo, per giungere a costruire, crescere, consolidare e dare speranza a quella famiglia che hanno contribuito a creare e a mantenere in vita con rinunce, sacrifici, lavoro, sopportazione, rispetto reciproco e talvolta umiliazioni! Non che tutto sia stato per loro così negativo e travagliato, ma si sa che quel che pesa e che incide maggiormente sul carattere umano, non sono le cose belle della vita, ma ciò che ci fa maggiormente male, tanto che ognuno di noi vorrebbe fare a meno di provarle.

Per l’avvicendamento di questa “immagine di continuità”, rappresentata e sorretta dai tuoi genitori prima, è arrivato poi il vostro turno, quello tuo e quello di tua moglie Raffaella, dove voi stessi avete dato prova di aver raccolto con umiltà, senso di sacrificio e desiderio personale di non fallire e di non deludere nessuno, quel testimone lasciatovi in eredità dai vostri genitori, per consegnarlo ancora una volta alle nuove generazioni, dimostrando che la via personale della felicità e della libertà passano dal donare noi stessi e i nostri migliori sentimenti agli altri, così che ognuno possa contribuire a costruire e ad allungare questa lunga catena umana di speranza.

Conta meno il fatto che abbiate vissuto, rispetto alle nuove generazioni, “momenti di gloria economica”, rispetto alla forza e alla volontà che avete impiegato nel voler vivere assieme anche quei momenti di tristezza e di affanno che sicuramente, in un modo in un altro, avranno colto anche voi, ma che sono stati utili a rinsaldare e a riconfermare un amore che trae origine dal comune sentimento del desiderio umano di dare serenità e prospettiva di miglioramento.

Chiudo questo documento, col quale spero di avere espresso al meglio la stima, il rispetto e l’affetto che provo nei vostri confronti, per il “magico avvenimento” che assieme avete raggiunto, augurandovi di cuore di continuare sempre assieme, con fiducia e serenità, questo indefinito percorso di vita.
                                                                                                                                                            Dolcedo     03/10/14


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Bart