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LETTERATURA: Tra terra e mare

14 Novembre 2007

racconto di Nanni Perotto

Si era alzato di buon’ora pronto come sempre all’appuntamento con i giornali ancora sporchi e profumati d’inchiostro. Gli odori, quelle sensazioni che portava sempre con sé pronte a risvegliarsi anche a distanza di decenni per tornare ad essere fatti, ricordi, volti. Sul momento come un flash, un allarme che si accende, un’immagine vista per un istante in modo confuso. Poi la messa a fuoco ora lenta ora rapidissima che in un modo o nell’altro chiarisce immagini e fatti, fa riaffiorare emozioni. Non sempre liete.

Ad una certa età il sonno mattutino è ormai solo un ricordo; gli occhi si aprono inesorabilmente quando è ancora buio. Il tempo che sta per finire vuole concedere supplementi di spazio ad una vita già vissuta. L’aria anch’essa ha il suo profumo, quello di pane fresco, pane del fornaio. Nostalgia dei rustici pani sfornati dalla nonna per tutta la famiglia una volta la settimana.

Un frenetico via vai di auto, rumorosi carri con sopra le ceste dei fiori intrise del forte aroma di ginestra. O grondanti l’odore dell’acqua stagnante delle rose, quello della fontana del cimitero. Risveglio assonnato ma vitale della città: il rito di sempre, completato dal suo personale rituale, l’attenta lettura dei manifesti funebri, aspettando serenamente il proprio turno.

È una mattina di inizio primavera, quelle che regalano giornate estive, fresche però di una leggera brezza. Contraddizioni gradevoli di una terra imprevedibile seppur immobile nella sua riservatezza. Il sole sta sorgendo laggiù ad est, tingendosi di un pallido arancione che va a impastarsi con l’argilla della terra ancora fresca dell’ombra notturna. Si svegliano con placida lentezza i gabbiani nel greto del torrente. Gli stornelli invece, più pronti, sono già in movimento e danzano i loro ingenui caroselli nel cielo. Incantano i mattutini sognatori con un volo in ordine sparso dopo un impercettibile rompete le righe.

Michele, Miché come lo chiamano familiarmente tutti, apre il giornale, ma non legge: perché tuffarsi subito nelle disgrazie, nei problemi, nell’angoscia di ogni giorno? Perché masticare l’aspro gusto di un mondo che sordo e cieco percorre sempre le stesse strade?Così anche questa giornata comincia con una sana malinconia fatta di ricordi, di immagini, di riflessioni, le sagge riflessioni di un ottantenne. Lo spunto può essere un titolo di giornale come una pubblicità, una fotografia come una persona incontrata per caso, oppure …
Passato il ponte aveva seguito la traiettoria dell’unico gabbiano già a zonzo per il cielo. I gabbiani, che grande fascino avevano sempre suscitato in lui, declamati in quell’unica poesia che riemergeva spesso dalla memoria “…io son come loro in perpetuo volo…”.E l’occhio era caduto lassù in alto sulla collina, oltre la punta del campanile, aveva seguito il crinale fino ad un sussulto, aperta la memoria ad un ricordo chiaro e nitido come un film.

Quella mattina si era alzato mentre tutta la famiglia dormiva ancora il meritato riposo domenicale. La festa era sacra, comunque; anche quando nelle tasche la tessera con la falce e martello si era aggiunta, senza però sostituirlo, al santino sgualcito di Sant’Antonio Abate. “Sì, quello degli animali! Mi piace proprio: è uno spirito ruspante, come noi”.
Sentiva il pesante respiro del padre giungere dal grande materasso di lana su cui i fratellini amavano saltare sotto lo sguardo compiaciuto di una Madonnina, da sempre appesa a quella parete. Scavalcando, non senza suscitare mugugni e lamenti, i compagni di stanza, quattro mocciosetti nati dopo di lui, aveva raggiunto la cucina.
L’odore ancora forte delle pagnotte festive cotte la sera prima si mescolava all’aroma di pino della brace ormai quasi spenta, delicato velo di calore adagiato sul freddo notturno delle pietre. Con gesti rapidi, frettolosi ed impazienti, prende la sua saccoccia di tela per infilarvi un pane del giorno prima; quello per la domenica attirava il suo sguardo e i suoi languori, ma approfittarne sarebbe stato un vero sacrilegio.
Due robusti e carnosi pomodori, la borraccia piena d’acqua e via! No, non ancora, manca il coltellino, quel coltellino a serramanico che lo faceva sentire così adulto e con cui passava ore ed ore, sfuggendo alle urla del padre, ad intagliare rami mentre la sua fantasia vagava lontana. La fantasia, quel dono che il Signore gli aveva fatto, ma che la dura tempra del padre non capiva: “Sempre con la testa fra le nuvole! Ma guarda che senza calli sulle mani non si mangia! La terra non ti regala niente! Ma lui pensa, sogna…”.
A queste urla, forti e decise come colpi di magaglio nella terra secca, si contrapponeva dolce e discreta la paziente tenerezza della madre, sempre pronta a giustificare le sue genuine fantasticherie.Trovando ora una scusa ora un’altra, lei riusciva ogni tanto a concedergli momenti di libertà nei quali potesse così dar sfogo al vulcano che aveva nella testa.

La mamma, umile e dignitosa nel suo gonnone, profumata di silenzio e preghiera. Da sempre pronta a raccogliere tutta la fatica e la rabbia che il marito accumulava nelle lunghe ore sudate sotto il sole, nella strenua lotta contro la terra. Quella terra dura e ripida, domata dai nonni con pazienza e testardaggine, ma sempre bisognosa di briglie tenute da mani forti e controllata da sguardi attenti. La donna, chiave di volta della famiglia, concreta e determinata nello sgranare ogni giorno il suo rosario recitato impastando il pane, stendendo la sfoglia o facendo il bucato con la cenere; risplendente di tutta la sua fede, profumata di tutto l’amore per il suo uomo, tintinnante di speranza per i suoi figli. E in ognuno dei suoi identici giorni, col suo chiaro e misurato sorriso acceso su un viso bruciato dal caldo sole ligure. Il busto eretto di orgoglio e dignità sotto il peso della conca di metallo portata sulla testa con nobile disinvoltura.

Ancora una volta, con la scusa del riposo domenicale, nella quiete vespertina della stanza era riuscita a convincere il marito: domani Michele avrebbe potuto alzarsi di buon’ora e passare tutta la mattinata… a fantasticare chissà dove e su chissà che cosa. “Che cosa ne faremo di uno che pensa solo a sognare!”. Ma il mugugno si era subito spento tra le morbide lenzuola accarezzato da una complice federa candida di sapone e fiume.

Soffiato un bacio di silenziosa gratitudine dalla soglia della camera – la mamma aveva spiato vigile i rumori di questa sveglia così eccitata – in un battibaleno era uscito nella piazzetta, chiudendo con garbo la porta, mentre un brivido di freddo lo aveva percorso lungo tutta la schiena, calda di emozione ed impazienza.La mattina ancora imperlata di fresca rugiada notturna: e allora via di corsa nel silenzio dei carruggi rotto dal rimbombo frenetico dei suoi passi.
Buona domenica piccolo borgo di Liguria, riposa tranquillo dalle tue fatiche: è il giorno del riposo, il giorno del Signore! E correndo sgusciava alla morsa di quei vicoli che sentiva sempre più stretti, lui, fantasiosa anguilla di montagna.

Lunghe sagome irreali sulla quiete dei ciottoli, le ombre stanno nascendo insieme al sole. Il sole, timido sole dell’alba, accarezza con l’esitazione di un adolescente le umide ciappe cosparse di fresca rugiada. L’immobilità del sonno avvolto dal calore delle case è ritmato da balzi di un cucciolo di camoscio che si inerpica verso l’alto, verso la cima, verso il sogno.

Il fiato si fa presto pesante ma il paese è già alle spalle, laggiù in basso, gigante bonario che riposa sotto i caldi tetti neri, ormai avvolti dal sole saldo nel cielo.
Ancora pochi passi rumorosi e poi il ciottolo lascia il posto al sentiero, genitore più tollerante. Fra i cespugli di erica la corsa si fa più libera e divertita, colorata di balzi, graffi e scivoloni.
Buongiorno lumaca che lenta e ostinata percorri la tua via lasciandoci traccia del tuo passare! Ben svegliate farfalle, ieri bozzoli passivi ed informi ed oggi anarchici arcobaleni di gioia! La sensazione di libertà corre nel sangue come un fluido benefico, come il mosto appena fatto, rubato di nascosto in cantina mentre il nonno osserva orgoglioso il doveroso furto.
Un attimo di pausa: il sentiero lambisce il cancello del cimitero. La luce che lo attraversa unge i suoi cardini scacciando paure notturne. A fianco la fontana gorgoglia la vita, rompe il silenzio della morte.

La corsa riprende più misurata fra i ruderi di un passato non lontano. Fantasie e fatica dei vecchi che lì hanno atteso che il mondo cambiasse vi hanno dipinto animali improbabili. Il mondo cambiando ha dimenticato quelle pietre imbevute di storia per lasciarsi alla spalle sudore e vertebre dolenti. Luogo di passato e fantasia, luogo di giochi e trasgressione, luogo di incubi e di futuro sperato.
Un rapido passaggio sotto un improvviso gruppo di freschi ippocastani che va via via diradandosi e poi… ecco il mare!

La Cresta del Mare, avevano sempre chiamato così quel posto. Arrivando dal basso sembra di finire improvvisamente nella limpida distesa azzurra che brilla laggiù. Salto verso il vuoto, il domani, l’infinito. Paura e desiderio, curiosità senza remore.
Subito nell’orecchio come suono dentro la conchiglia, la ferma voce della mamma. “Attento quando arrivi alla Cresta del Mare!”. Non un monito, né un imperativo. Verità prudente del cuore di madre. Ammonito, il passo si fa più cauto, la cima è a pochi passi fra rocce, terra e qualche cespuglio ardito. Alle sue spalle il paese è scomparso, è rimasto là, nel tempo, nella storia, nel suo passato, immobile cattedrale ligure. Dalla cresta in poi c’è un mondo nuovo, il suo mondo fatto di fantasie, di sogni, di speranza: c’è il mare, onde di futuro.

Uno stormo di cornacchie nere si alza improvvisamente in volo, forse sonnecchiavano anche loro (chissà se davvero i gracchi dormono!). La cima è libera, tutta per lui: in un tuffo polveroso la gioia della meta raggiunta, accompagnata da un urlo felice.
Un distaccato gabbiano osserva la scena e passa oltre, poi torna indietro, saluta il ragazzo e si lancia verso il mare per rimediare il pranzo domenicale.
D’intorno la carezza della quiete mentre un leggero vento da sud accompagna il sole dalle piccole increspature del mare fin lassù.
Una sorsata d’acqua fresca è quello che ci vuole. Con cura estrae dalla bisaccia di tela il sacchetto di carta straccia con il pane e i pomodori. Poi è il turno della borraccia borlata e giù una cascatella d’acqua a ringraziare la gola arsa dopo la faticosa salita.
Infine il riposo nell’abbraccio di una terra brulla, fresca di un sole primaverile.
È proprio lì che nascono i sogni, quei bei sogni non di visionari o di pazzi, ma di chi sente dentro l’energia che cambia le cose, la forza che fa andare oltre l’entusiasmo, che fa nascere una parola, difficile da immaginare stando a casa, ma che nel sogno trova sempre posto: futuro.
Michele non si domandava cosa fosse, ma fantasticava, gli occhi fissi nel cielo limpido o, più in giù, sopra il mare luccicante.
Davanti a lui le poche frasi, ascoltate ad occhi sbarrati dalla bocca di chi aveva viaggiato e che erano diventate lungometraggi tridimensionali. Raccontavano di avventurose crociere su “scune” scolpite dalla sua fantasia. E lui sempre lì, a prua, lo sguardo rivolto lontano, oltre la schiuma delle onde, oltre quel mare ora amico ora carceriere.
Il mare…

Ed ecco, improvvisa la sensazione di una presenza. Poi un’ombra, quindi una sagoma maestosa, surreale, un profilo fatto di potenza e armonia, una nave, enorme, ma che nave!!!
Subito era balzato in piedi, come svegliato da un profondo torpore, stropicciandosi gli occhi in fretta per non perdere un attimo solo di quella scena indimenticabile.
Tutto intorno silenzio, rotto solo dall’affanno di un giovane cuore eccitato.
L’immagine ormai era chiara, nitida, vera.
“Sta venendo verso di me, è enorme, è meravigliosa! Ecco, la sento, suona la sirena. Mi sta salutando, mi sta chiamando!”.
Poi, tagliato dal sole, ecco il fumo delle ciminiere sempre più vicine, alte come il campanile di San Giorgio. Due ciminiere, un’immagine vista su un ritaglio di giornale, un nome: REX!

La brezza aveva approfittato di questo momento per rovesciare il sacchetto con il pezzo di pane rimasto, facendo rotolare un tondo pomodoro fra i cespugli spinosi: rimbalza più volte per poi fermare la sua corsa su un sasso biancastro.
Ma lui non si accorge di nulla, immobile vedetta che scruta l’orizzonte. Vorrebbe fermare il tempo, bloccare quell’immagine, saltare sulla groppa di quel delfino di acciaio e seguirlo nel suo viaggio verso il futuro.
In punta di piedi eccolo cercare di superare l’orizzonte mentre la nave si fa piccola, si allontana inesorabile: stavolta non è stato un sogno.
Da alcuni minuti il mare è di nuovo vuoto, la natura ha ripreso il suo linguaggio quotidiano: la vita è quella, da sempre, ma non lo sarà per sempre.
Il sudore dei padri non può dare come risultato sempre e solo calli, rabbia, fatica mai diversa da sé stessa.
Il mondo aspetta, laggiù, oltre la punta di Capo Ampelio, oltre le montagne lambite dal sole, oltre lo splendido mare del golfo… oltre.

Il forte odore di ginestra selvatica riporta i pensieri a valle, giù verso le palme che frusciano festose accarezzate dal vento, verso gli aguzzi cipressi del camposanto, verso il campanile che dal borgo si slancia per forare lo sfondo scintillante del mare.

Il ritorno a casa si fa pensoso, capo chino e cuore lontano, tristemente legato ad un presente troppo duro, gioiosamente proteso verso l’orizzonte. Come quando, nelle serene albe d’inverno, si sfida il gelo accumulato nella notte per correre sul canniccio e dalla finestrella cercare di scorgere quello che ai bambini sembra sempre un miracolo: laggiù, mentre il cielo si tinge di fuoco, un’ombra appare sempre più netta, per poi sparire così com’era arrivata.
È un’isola, dicono i grandi, bellissima, assomiglia un po’ alle nostre terre. E poi si parla di grandi personaggi, donne bellissime, navigatori, commercianti, ricchezze…

Michele torna così verso casa, fiero fra i suoi carruggi unti di olive frante, ascoltando gli anziani che attizzano la stufa su cui cuoce pazientemente il minestrone serale.
“È la mia terra, la mia anima, il mio passato, la mia vita: non lo scorderò mai!” e rivolto al Buon Dio gli chiede di aiutarlo a capire, finalmente, quale sarebbe stato il suo domani.

La porta di casa è socchiusa: con due salti eccolo scavalcare i giochi dei fratellini, abbandonati sugli scalini di ardesia, entrare in casa saltellante e sedersi esausto sullo sgabello di legno. Sta per togliersi le scarpe nel lento tentativo di far decantare gli stormi di idee che gli attraversano la mente, quando da dietro sente arrivare il passo degli scarponi, anticipo dell’ombra corpulenta del padre.
Il sogno sta per finire.
Il campanile suona inesorabile il vespro.
Stringe forte gli occhi, si fa piccolo piccolo… e una calda mano pesante gli si posa, gesto inusuale, sulla spalla.
“Michele, come va? Sempre a sognare davanti al tuo mare! Ma noi siamo gente fatta per la terra, il tuo futuro è qui, fra fasce ed ulivi” e mentre ascoltava la forte dolcezza queste parole, poteva sentire sulla spalla la compatta ruvidezza di mani forti e stanche.

La terra germoglia, dà frutti, vita che si slancia verso l’oceano, ignoto dal forte odore di salsedine.
Il mare, sfida e minaccia, bonaccia e tempesta, entrambe da affrontare e domare. Per una vita migliore. Per questo le grandi navi cariche di povertà dignitosa ed infantile speranza sono salpate. Ma come enormi ulivi dalle profonde radici, tentacoli ancorati alle zolle, sono tornati alla terra da cui sono germogliati.
Dalla terra al mare. Di nuovo alla terra.

La sirena dell’unica fabbrica aveva contribuito a interrompere quel ricordo così particolare: la città vecchia è lassù, con ancora i suoi carruggi, le sue palme, il suo campanile, lo sguardo degli ulivi. E poi il mare, bizzarro mare di Liguria, mutevole come gli umori umani, popolato dai saggi gabbiani. Sì, i gabbiani, ancora loro, sempre loro. “…come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina…”
Una leggenda dice che i gabbiani non muoiono, ma restano al loro posto, a sorvegliare la costa, il loro pezzetto di mare. E chissà quanto avrebbero da raccontare. Quanti figli hanno visto partire, quanti padri bestemmiare e madri piangere, quante storie hanno vissuto ed ascoltato in lunghi anni di valigie traboccanti di speranza.

Michele, a fatica, si reimmerge nell’oggi, in un mondo che corre, che cambia, lanciato verso un altro futuro. Non più però con la morbida ed autorevole imponenza del Rex. Teso fra nuove libertà con la moderna e fredda rapidità del Concorde ed antiche ingiustizie nel puzzo oleoso di stive affardellate di angoscia. Discriminazioni di sempre.
E lo sguardo si fa pesante gravato dal traboccare di questi pensieri. Il tempo stesso sembra non avere più molto senso.

Il giornale, rapito dall’intrigante brezza, sparge nell’aria – ma per chi? – le sue parole.
Stamattina il mondo si è svegliato come sempre, con i suoi ritmi, i suoi rumori, il suo disinteresse per gli altri. Gli odori del tempo senza che nessuno li colga.
Il vecchio borgo è avvolto da una strana nebbia commossa: solo il campanile con la sua fede riesce ad attraversarla.
I gabbiani riposano nel greto del fiume, tristi.
Sulla collina i colori della natura sfregiati da un fuoco nemico del ricordo.
In cima alla pila dei giornali, ancora calda d’inchiostro, giace la prima copia. La sua copia.

Chi leggerà oggi il tuo nome sul muro della Cattedrale?


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4 Comments

  1. Commento by franco — 15 Novembre 2007 @ 23:44

    Avevo già avuto modo di leggere con piacere un tuo libro. Gradevole è anche questo racconto breve, carico di significato e simbolismo. Continua !

  2. Commento by marino — 16 Novembre 2007 @ 13:51

    Caro Nanni, lasciati dire che hai una bella scrittura e che ti stimo.

  3. Commento by Romano — 24 Novembre 2007 @ 21:02

    leggere le tue parole é come vivere insieme a te la storia, i luoghi, che descrivi penetrandoli con passione!complimenti!
    un romanzo tra Cappelle di Liguria e oliveti di Provenza?

  4. Commento by debora — 19 Aprile 2009 @ 13:01

    Ciao Nanni, è passato molto tempo da quando hai pubblicato questo tuo racconto ed io l’ho letto solo oggi, ma avevo scrupolosamente tenuto la mail e l’indirizzo, perché cerco sempre di rispondere a chi mi sollecita…prima o poi. Ne valeva la pena, mi ritrovo nelle tue immagini e soprattutto negli odori che hai saputo cogliere con intensità anche nelle loro analogie. E ci sono anche scorci per me particolari di vita vissuta, io, figlia di coltivatori, nipote di pastori, la prima che ha potuto studiare di generazioni legate alla terra. Ti abbraccio, debora

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