di Antonio Barolini
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 26 aprile 1968]
L’Accademia dagli olimpici di Vicenza è nata nel 1556. Le sta tue dei fondatori (o almeno alcune di esse) sono nelle nic chie e perfino, forse, nell’emi ciclo del Teatro Olimpico. Dico forse, perché scrivo con gli oc chi della mente, che è anche fantasia e, più raramente, storia.
L’Olimpico (il teatro) comin ciò a sorgere nel 1579. Occupò gli ultimi mesi di vita del Pal ladio che morì nel 1580. Lo Scamozzi lo finì nel 1584.
Avevo sempre in testa che l’Accademia olimpica fosse sta ta fondata dal Trissino. Da ra gazzo, mi piaceva il predicato nobiliare dei suoi: Dal Vello d’Oro! Come a dire: discen denti diretti di uno degli ar gonauti, allo stesso modo che, fra quattromila anni, ci sarà chi, con chissà quale nobile predicato, si proclamerà discen dente degli astronauti.
Trissino, dunque, non è sta to il fondatore dell’Olimpica. E’ morto nel 1550, sei an ni prima che l’Accademia fos se fondata. Ma era un perso naggio olimpico e non può non essere onorario accademico. Spregiatore dell’Ariosto, non ho letto quasi niente della sua Italia liberata dai Goti (il poe ma più lungo della nostra let teratura). Il Flora, però, dice di lui una cosa probabilmente esatta: che «più di ogni altro preparò le vie al Tasso », e non è poco complimento. De Santis, più crudele, si limita a ri cordarne il lamento: « Sian maledetti l’ora il giorno e quando / presi la penna e non cantai d’Orlando ».
L’accademico contemporaneo Renato Cevese, espertissimo di queste cose, afferma che la villa del Trissino, a Cricoli, nei pressi dell’Astichello (fiume di Zanella, oltre che del Trissino: tutto torna a proposito) non è del Palladio, cui era stata at tribuita ma del Trissino stes so. E’ del 1537. Il Palladio vi lavorò come tagliapietre, ebbe aiuti dal Trissino che gli affibbiò il nome aulico. Il primo edificio del Palladio sarebbe del 1540, la Villa Godi di Lonedo.
Ho riassunto, a nodo mio, queste faccende perché, di que sti giorni, mi è giunta, tra gli atti dell’Accademia olimpica di Vicenza (di cui son membro anche per nascita) una mono grafia dell’indimenticabile testé defunto Bonaventura Tecchi, accademico, invece, per merito. Lo scritto è presentato da Mariano Rumor, presidente in ca rica dell’Accademia, e tratta del Goethe a Vicenza, con la levità, la grazia, la competenza di germanista e la precisione tipici di Tecchi.
L’opuscolo raccoglie, oltre che il dotto intervento di Tecchi, le altre testimonianze reperibili della sosta vicentina dei Goethe, tratte dal Viaggio in Italia del 1815 e integrate dalle note originali del diario e dai passi del diario-lettera a Charlotte von Stein, che sono di trent’anni prima e cioè del 1786.
Tecchi osserva che il viaggio non fu impulsivo, ma meditato; pur conservando il suo carattere di fuga dalla corte di Weimar, dagli affari, dagli intrighi, e anche dall’amata Charlotte. Con la quale poi Goethe ruppe, per lettera, da Palermo, nel 1787; e si riappacificò, a passione tramontata, molto più tardi, nel 1795, per far piacere al figlio di lei, Fritz, di cui il poeta era padrino.
Goethe stette a Vicenza in incognito con il banale nome di Giovanni Filippo Möller, al loggiò al Cappello rosso dal 19 al 26 settembre del 1786 (sette giorni). Una lapide di recente inaugurata nell’Odeo dell’Olim pica ricorda ora che partecipò a una tornata Accademica (le riunioni degli accademici si continua a chiamarle tornate) la sera del 22 settembre. L’ar gomento del dibattito era «Se abbia recato maggior vantag gio alle arti belle l’invenzione o l’imitazione ».
L’Accademico Arnaldo Arnal di Tornieri si battè per l’inven zione contro il parroco di San Michele, Francesco Berlandis, che, in poesia e con pretesco senso pratico, si batté per l’imi tazione, tessendo soprattutto le lodi di un industriale tessile di allora (1.400 operai), un certo Franceschini, sulla porta della cui casa in malora, a Santa Lu cia, quando io andavo al lavo ro, tutte le mattine, ai miei tempi, vedevo il ritratto (bu sto con elmo, mi pare) e la scritta: «II primo fosti che re cò dai Parti / il far drappi di seta in queste parti ».
Il Goethe, ancora a Vicenza, aveva presenziato a una rap presentazione teatrale, aveva visitato la rotonda dei Capra e, da innamorato, aveva scoperto una cosa che pochi an cora sanno: che Palladio era un pittore d’ambiente e che, per questo, le sue simmetrie sono prospettiche, com’è appunto il suo capolavoro, il teatro Olimpico e, in lui, di pedante, di fatto, col decimetro, anziché con le misure della fantasia, non c’è nulla. Perciò le sue case, le grandi e le piccole, son lì, stan lì e sono un miracolo che può vivere solo lì, dove egli le ha messe e altro ve sarebbero cosa morta.
«L’uscita da se stesso », am monisce Tecchi nella sua mo nografia, fu la lezione vera di tutta l’esperienza italiana di Goethe; in Italia egli finalmen te scoprì «la gente che non vive dentro le case ma nelle strade e sulle piazze ».
In Italia, egli imparò a co noscere il popolo come spetta colo e, perciò, proprio da Vi cenza, il 25 settembre, anno tava per Charlotte: «Non pos so dirti quanto ho guadagnato in umanità in così breve tem po… il valore della socievolez za non lo avevo ancora mai sen tito così fortemente ».
Un valore che, poi, nel viaggio verso Roma, diventerà perfino umoristico sulle labbra di un suo compagno di viaggio, un aristocratico che andava alla corte papale e che lo vedeva pensieroso: «Che pensa? L’uomo non deve mai pensare, pensando invecchia… Non deve fermarsi in una cosa sola, perché allora diviene matto; bisogna avere molte cose, una confusione nella testa ».
Nella scelta e nella citazioni di questo curioso episodio, di questo contrasto tra il Goethe curioso e pensoso di tutto e il suo compagno di viaggio, affannato a non pensare, c’è tutto il Tecchi: il fine Tecchi che, da Goethe, aveva imparato distacco e umorismo, amore degli uomini e conoscenza della loro modestia.
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