Il Muro del pianto

di Cesare Angelini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 16 gennaio 1969]

Se io non fossi cristiano (ma Dio m’aiuti a esserlo un po’ più e un po’ meglio) sceglie ­rei d’essere ebreo, che è poi il cristiano in anticipo, avanti lettera, avendo ricevuto per primo i messaggi della splen ­dida aspettazione messianica in cui sta tutta l’essenza del ­l’ebraismo, precorrimento del cristianesimo. Uno viene nel ­l’altro naturalmente, come la acqua di fonte nel cavo della mano. I malintesi sono sorti dopo.

Pensavo queste cose un po ­meriggio di parecchi anni fa, attraversando il bazar ebreo di Gerusalemme per raggiun ­gere la viuzza che mena al Muro del pianto. Mi prece ­deva un magnifico esemplare di questi ebrei del ghetto che â— bombetta dura, riccioli lunghi e Bibbia sotto brac ­cio â— labbreggiava una ne ­nia che la mia guida, padre Donato Baldi, mi traduceva a verso a verso.

« Che cos’è Uno? Io so che cos’è Uno. Uno è il no ­stro Dio che ha fatto il cielo e la terra.
Che cos’è Due? Io so che cos’è Due. Due sono le tavole del patto avute da Mose sul Sinai. Uno è il nostro Dio.
Che cos’è Tre? Io so che cos’è Tre. Tre sono i nostri patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe. Due sono le tavo ­le del patto, Uno il nostro Dio.
Che cos’è Quattro? Io so che cos’è Quattro. Quattro sono le nostre madri, Sara, Rebecca, Lia e Rachele. Tre sono i nostri patriarchi, Due le tavole del patto, Uno il nostro Dio.
Che cos’è Cinque? Io so che cos’è Cinque. Cinque so ­no i libri della Toràh. Quat ­tro sono le nostre madri, Tre sono i nostri patriarchi, Due le tavole del patto, Uno il no ­stro Dio ».

E così via, fino a chiede ­re che cos’è Dieci. Dieci so ­no i nostri Comandamenti. E poi che cos’è Dodici. Do ­dici sono le gloriose tribù dei figli d’Israele. Insomma, una specie di catechismo che s’in ­segna ancora nella scuola del ­la Sinagoga e nel quale i pa ­triarchi e le loro mogli sono ricordati come dei buoni vec ­chi nonni morti poco tempo fa, lasciando in testamento ai figli istruzioni e insegnamen ­ti per vivere lungamente so ­pra la terra.

*

Giungemmo al Muro sa ­cro, dove il pio israelita (nel volto d’un ebreo, particolar ­mente se indigeno, è possi ­bile trovare i lineamenti del volto di Cristo) cessata la nenia e buttatosi sulle spalle uno scialle d’un bel verde pi ­stacchio, si riunì ai confratel ­li di fede che, essendo vener ­dì, vi erano convenuti in mol ­ti a pregare. Donne, ragazzi; ma più erano i solenni ve ­gliardi che portavano sul vol ­to i segni di interi secoli di storia e d’esilio, mormoran ­do a mente lamentosi verset ­ti di Geremia quasi suoni re ­gistrati nella memoria del ­l’anima, da parere essi stes ­si le viventi lamentazioni del profeta.

Non so dire se la scena era più lugubre o più commo ­vente, certo era sincera. Chi, pregando, accarezzava le lar ­ghe pietre della muraglia umiliate nella loro santità; chi le baciava avidamente co ­me malato d’amore; altri vi batteva contro la testa, tuttavia con qualche giudizio; altri leggeva a voce alta pa ­gine della Toràh, col movi ­mento ritmico del capo e del ­la persona che accompagna sempre la preghiera orienta ­le: tutti erano presi nella stes ­sa tormentata volontà di ri ­costruire con le invocazioni e le rievocazioni bibliche una patria a Israele, quasi doves ­se sorgere dalle rovine sulle quali piangevano e pregava ­no, ed erano le rovine del Tempio di cui il muro è il sa ­cro avanzo.

Dice una tradizione ebrai ­ca che dei quattro muri che sostenevano l’antica cinta del Tempio, due furono costruiti dai ricchi, uno dai sacerdoti e l’altro dai poveri. Questo che è in piedi ed è il lato occidentale, è quello dei po ­veri, nobilitato da un’altra leggenda. Dice che la presen ­za immanente di Dio che riempiva il Tempio e ave ­va seguito Israele nell’antico esilio, non si è mai dipartita da esso, unico vestigio del Tempio due volte distrutto: quello di Salomone da Na ­bucodònosor nel 586 avanti Cristo, e quello di Erode il Grande dai soldati di Tito nel 70 dopo Cristo; e parve che Gerusalemme senza il Tempio fosse come la terra senza santità.

Da quel giorno gli ebrei (non fu mai facile essere ebreo) videro umiliazioni in ­finite: dal dominio romano a quello dei turchi. Ma l’umi ­liazione che nel lungo arco di tempo toccò la suprema desolazione, fu nel 536 quan ­do gli arabi di Maometto, im ­padronitisi della Palestina, co ­struirono sulla stessa area del Tempio la moschea di Omar, che ancora oggi, tonda e scintillante, domina la spianata e la vecchia Geru ­salemme. Il luogo santo, il solo luogo santo ab origine, per definizione biblica (gli al ­tri sono luoghi santificati o fatti santi) veniva cancellato. E Ismaele, nato da una co ­stola di Israele, dimentican ­do la matrice d’origine, ri ­dusse il fratello maggiore alla diàspora e al silenzio.

Ma il silenzio non era as ­senza, non poteva essere as ­senza; perché la storia del popolo ebreo, diversamente da quella d’ogni altro popolo, è indissolubilmente legata al ­la terra, a questa terra, avu ­ta per investitura divina, co ­me quella in cui doveva na ­scere il Messia del popolo e farsi la redenzione. « Disse il Dio d’Abramo al capostipite del suo popolo: â— Pàrtiti dal tuo paese e va verso la ter ­ra che io ti darò. Io ti da ­rò questa terra, per te e per le tue discendenze ».

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E venne, nel 1917, la di ­chiarazione di Balfour che au ­torizzava la creazione d’un fo ­colare ebraico in Palestina, allora sotto il mandato ingle ­se. Fu il principio della rina ­scita, la voce della speranza. Sorse vicino al mare una cit ­tà dal nome pieno d’augurio: Tel Aviv o collina della pri ­mavera; e tutta la Palestina parve corsa da una mistica primavera risuscitata dagli an ­ni antichi. Per opera delle colonie sionistiche, il deserto fiorì di orti e di giardini e boschi d’alberi come nelle pa ­role del profeta; e la roccia fu ridotta al buon terreno del ­la parabola che rende il cen ­to per uno.

In seguito a nuovi avveni ­menti politici, nel 1948 la Pa ­lestina fu divisa in due regni: quello giordano o arabo, e il regno d’Israele. Nella divi ­sione, il Muro del pianto toc ­cò agli arabi perché situato a qualche centinaio di metri dalla frontiera israeliana; per andarvi a pregare, gli ebrei dovevano avere il permesso e pagare un tributo.

Finché nel giugno del 1967, altri fatti politici incresciosi portarono alla guerra tra i due regni. Durata (e parve miracolo) non più di cento ore, finì con la vittoria degli ebrei che, impadronitisi di tutta Gerusalemme e del ter ­ritorio del Sinai, riconducevano il proprio regno ai limiti geografici dell’Israele biblico. Gli israeliani d’oggi s’erano risvegliati gli israeliti del tem ­po di Gedeone, e al piccolo Davide era bastato un tirasassi per vincere Golia.

Per tutto il giorno i rab ­bini, a turno, suonarono il ciofar o il corno che annun ­zia l’arrivo del Messia. Eser ­cito e popolo furono adunati innanzi e attorno al Muro del pianto, diventato il muro del ­le giubilazioni; e il primo mi ­nistro disse parole degne del ­le Cronache di Esdra e di Neemia: « Gerusalemme è uni ­ficata, e noi possiamo ora pre ­gare davanti al Muro, unico vestigio del Tempio del Si ­gnore ».

Parve a tutto il mondo che Israele avesse veramente in ­contrato l’Israele biblico e la eredità del suo patrimonio storico-religioso. Forse, parve anche ai capi di quel popolo, se il condottiero della vitto ­ria, di nome Mosè, nel ple ­nilunio della notte sul 13 giu ­gno, su un elicottero andò a portare la Toràh sul monte Sinai, dove l’altro Mosè l’ave ­va avuta dalle mani di Dio.

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A chi guarda le cose al di là della politica e sopra le stesse intenzioni dei bellige ­ranti ma con qualche spirito di fede, il fatto pare pieno di rivelazione e non senza un aspetto di approfondimento messianico. In qualche sina ­goga di Gerusalemme e di Hebron dove vivono le tom ­be dei patriarchi, i mistici ebrei discutono sul valore re ­ligioso del fatto. E c’è chi pensa che se Gerusalemme è in piedi e ha avuto questi nuovi giorni di gloria belli come i giorni dei cieli, è for ­se perché il Messia è già ve ­ramente venuto tra il popolo nella forma misticamente bi ­blica del Deus absconditus, albeggiamento di fede cri ­stiana.

Ora dicono che tocca alla diplomazia risolvere le incre ­sciose ripercussioni esteriori degli avvenimenti che turba ­no le rive del Giordano e il cielo d’Israele; e la diploma ­zia farà la sua parte. Noi pen ­siamo tuttavia che più age ­volmente potranno risolverle nella pace gli stessi popoli interessati, se torneranno a ricordare di essere tutt’e due figli di Abramo e del Dio di Abramo: nella visione profe ­tica di Francesco d’Assisi che, pellegrino in Terrasanta in piena crociata voluta dalla Chiesa, si rifiutò di vedere ne ­gli ebrei e negli arabi mu ­sulmani dei nemici di Dio, considerando la loro vita â— anche di uno solo â— più sa ­cra del Muro del pianto e della stessa pietra del Santo Sepolcro.

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