di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 12 marzo 1970]
Katherine Mansfield è una scrittrice che non si è realiz zata quanto avrebbe potuto, anche a causa della malattia e della morte prematura. I racconti risentono dell’ in fluenza di Cechov. Di gran de interesse sono sia il diario sia l’epistolario. Comunque l’autenticità, la serietà, l’in telligenza della scrittrice ba stano a farne una delle mag giori personalità del Novecen to.’ Logico che una cultura letteraria caduta in basso co me l’attuale, nemmeno la ri cordi.
Vale quindi la pena di ri portare un elogio di Emilio Cecchi: «…tutti gli scritti della Mansfield insegnano qualcosa: come creazioni artistiche, come opinioni criti che, come desiderio morale.
E il loro è un insegnamento sano, che non ci riporta ver so effimeri ideali di mode estetiche, ma verso costanti e vitali verità. La Mansfield aspirava ad una comprensio ne e ad una pietà profonde.
Si effettuava in lei una sorta di purgazione dall’ironia; da quell’ironia che è stata tra i morbi più deleteri nella letteratura europea degli ultimi decenni ».
Lo scritto di Cecchi è del 1932. Non riesco a capire chi accusasse precisamente: negli « ultimi decenni », cioè, nei primi decenni del Nove cento, gli scrittori erano an cora in prevalenza persone serie. In ogni modo, la de nuncia dell’ironia come di uno dei « morbi più deleteri della letteratura » è sacro santa.
Una volta in un pubblico dibattito Jean Francois Revel mi chiese se in un certo ro manzo avessi inteso fare del l’ironia. La sua, era una do manda accattivante. Fu sor preso che rispondessi di no, che non avevo inteso fare nessuna ironia; che avevo preso assolutamente sul serio i personaggi, l’ambiente e i fatti; che se mi fossi compor tato altrimenti, mi sarebbe addirittura parso d’imbroglia re me stesso e il lettore. Sup pongo, con questa risposta, d’essermi giocato la stima di Revel, e di quanti mettono « l’esprit » al di sopra di ogni cosa. Per conto mio, considero « l’esprit » il peggiore di fetto dei francesi.
Ma sentiamo il seguito dello scritto di Cecchi: «…tutti gli scrittori deboli e viziosi finiscono col dannarsi nell’i ronia; perché l’ironia (non quella di Swift o di Baudelaire): 1) offre una cifra stilistica, un poncif brillante e accessibile; 2) conferisce una aria di superiorità che i più son disposti a prender per buona; 3) sostituisce pensieri e sentimenti poetici che sarebbe ben più difficile tirarsi fuori dal capo o dal ventre; 4) con la pretesa aristocraticità e preziosità, lusinga espressioni demagogiche, con la rettorica più abbietta ». Non ci sarebbe da aggiun gere una parola, perché Cecchi ha detto l’essenziale. Di spiace semmai che abbia trat tato l’argomento in fretta e di passaggio.
Immagino che nel 1932 la sua affermazione non desse scandalo: allora, ripeto, la letteratura era una cosa seria, ci se ne occupava con serietà, se ne parlava seriamente. Ma oggi? Oggi che la sola forma letteraria apprezzata, diciamo meglio: oggi che la sola forma letteraria autoriz zata è la parodia? Oggi che il solo termine elogiativo am messo è « divertente »? Oggi che il tono leggero, semise rio, è d’obbligo quando si parla di letteratura?
(Al lettore che per sua fortuna non sa nulla di que sti usi e costumi, spiego che « divertente » è usato in una accezione tutta particolare. Per gli snob, non è che sia divertente una comica di Ridolini: no, è divertente un brano musicale, un quadro, un mobile, una pietanza. Insomma, l’aggettivo non è mai usato in senso proprio. In che senso sia usato, non glielo so spiegare: a me un quadro non m’ha mai divertito E l’abbacchio alla romana, nemmeno).
Oggi, chi oserebbe più mo strare entusiasmo per un libro o per un autore? Chi avrebbe più il coraggio di dire che la lettura gli ha procurato una emozione? Chi sarebbe tanto temerario da confessare che si è commosso leggendo un romanzo?
A dispetto degli snob, l’affermazione di Cecchi è giusta e le ragioni che porta incon futabili. Chiunque si sia pro vato a scrivere, sa che la difficoltà principale è quella di trovare un giusto rapporto con le cose che si vogliono dire: una cifra stilistica, appunto, che non sia innaturale, che non suoni falso. Chiunque ab bia un po’ d’orecchio nel leg gere, sente subito se il tono è affettato, cioè, se quello scrit tore non è autentico. Ma an che chi non s’è mai provato a scrivere, anche chi non ha l’abitudine di leggere, sa come sia difficile essere naturali quando si parla. La timidezza, l’incapacità di esprimerci, il desiderio di apparire diversi da come siamo, ci fanno esse re insinceri. Cadiamo nell’af fettazione; parliamo in falset to. E il falsetto più facile, il falsetto che è subito a portata di mano, è l’ironia. Parlare ironicamente, è facile; parla re seriamente, è difficile. Un tono leggero, scherzoso, riu sciamo sempre ad assumerlo. Lo stesso è nello scrivere, la deformazione ironica o, peg gio, parodistica, è la più facile di tutte. Gl’incapaci, ci ricor rono in massa.
Il parlato goliardico mi è insopportabile, lo odio dai tempi del liceo. Mai avrei cre duto che un giorno sarebbe venuta di moda la scrittura goliardica, e che eminenti cri tici l’avrebbero presa sul serio.
Come dice Cecchi al punto 3, difficile è tirar fuori pen sieri e sentimenti. Nella let teratura di fantasia, contano soprattutto questi ultimi. Esprimere un sentimento, tirarlo fuori dalla profondità in cui si annida, la si chiami cuore o ventre, quello è il difficile. Far vivere un sentimento si gnifica suscitare un’emozione, una commozione: chi ci rie sce, è uno scrittore, chi non ci riesce, non lo è.
La letteratura parodistica esiste si può dire da sempre; ed è sempre stata una lettera tura minore. Andassero perdu ti, che so, il Satyricon di Petronio e Ulysses di Joyce, non andrebbe perduto niente. Men tre se andassero perduti, non dico la Divina Commedia e Tolstoj, ma le poesie di Ca valcanti e gli scritti della Mansfield, andrebbe perduto qualcosa.
La terza ragione di Cec chi, articolata nei punti 2 e 4, riguarda il carattere snobisti co della manipolazione ironi ca. Snobistico, e prevaricato re: « Ogni lettore diventa compartecipe della sicurezza intellettuale sfoggiata dall’iro nista. Lettore e scrittore si danno d’intesa. Ma è spesso un’intesa sopra una base inesistente. La maggior parte de gli scrittori ironici, perché so no ironici? Non aspettate che vi rispondano. Non lo sanno, e neanche s’immaginano d’es sere obbligati a saperlo ».
Nella cerchia delle nostre conoscenze, abbiamo tutti qualche buffone. Ci fa rabbia; ci fa anche pena. Non gli abbiamo mai chiesto perché si sia dannato a fare il buffone: sappiamo che scoprirem mo una vuotaggine desolante, o una piaga ripugnante e pie tosa.
P.S. – II precedente foglio di diario, in cui tra l’altro stroncavo un romanzo di Phi lip Roth intitolato « II la mento di Portnoy », mi ha procurato attacchi anche su giornali. Io ho visto un tra filetto su Paese Sera, natural mente anonimo, e un articolo di Paolo Milano su L’Espresso. Mi si accusa, tra l’altro, di non aver capito il carat tere parodistico del romanzo di Roth. Ma io la deformazio ne parodistica la fiuto da lon tano: basta a farmi perdere interesse alla lettura.
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Una risposta a “Fogli di diario #4/11”