di Carlo Cassola
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 14 agosto 1970]
Leggevo di recente in una recensione a un romanzo sudamericano che il romanzo è ormai possibile solo nei paesi arretrati. Evidentemente l’estensore della recensione ha ancora un’idea ottocentesca del romanzo. E’ rimasto fer mo all’idea (già sbagliata nel l’Ottocento) del romanzo come affresco sociale, come nar razione di fatti fuori del co mune, come genere d’intrattenimento.
Non c’è un altro genere let terario che abbia avuto una evoluzione così marcata come il romanzo. Che abbia tanto cambiato la propria fisionomia durante il suo cammino. Che abbia fatto tanti progressi; da genere letterario di terz’ordine è diventato il pro tagonista della vita letteraria.
Quest’ultima affermazione suonerà ostica a chi è ancora imbevuto del pregiudizio clas sicistico circa la superiorità della lirica sul romanzo. Tra gli « addetti ai lavori », costo ro sono ancora la maggioranza. Ma la regola della demo crazia non si applica nel cam po della poesia. Uno può be nissimo avere ragione contro tutti. Non è detto nemmeno che gli « addetti ai lavori » rappresentino l’opinione pub blica letteraria più qualificata. Trent’anni e più di partecipazione alla vita letteraria mi hanno reso molto scettico al riguardo. La mia fiducia ne gli « addetti ai lavori » è an data diminuendo anziché cre scendo. Mi è nata invece una certa stima nei confronti dei lettori comuni. L’istinto del let tore comune è spesso più si curo della troppa intelligenza del letterato di professione. Da giovane non davo peso al l’opinione del lettore comune; oggi gliene do molta. Non che abbia in lui una fiducia completa, che mi rimetta completamente al suo giudizio. La fiducia completa, l’ho soltan to in me stesso.
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Nato come genere lettera rio estremamente impuro, il romanzo è diventato un puro mezzo di espressione poetica come la lirica. Ancora nella sua epoca d’oro (la seconda metà dell’Ottocento: quella che vide fiorire Tolstoj, Dostoievskij, Cechov, Verga, Flaubert) il romanziere non bada solo al risultato poetico. Insieme all’artista, possono convivere in lui un ideologo, un moralista, un sociologo, un giorna lista, un riformatore sociale, e un riformatore religioso. Il «messaggio » non è sempre e soltanto quello della poesia. Questo è vero soprattutto per i minori. Ma anche il grande Tolstoj fu un puro artista solo da giovane. Né il romanziere dell’Ottocento trascurò quella funzione d’intrattenimento che il romanzo aveva sempre avuto. Egli si propose cioè di divertire il lettore, di tenerne desta l’attenzione con intrecci complicati, colpi di scena e finali a sorpresa. Perfino il grande Thomas Hardy e il meno grande Dostoieyskij fecero le peggiori concessioni ai cosiddetti gusti del pub blico. Solo Flaubert fu un artista coerente dal principio al la fine. Solo lui coltivò il ro manzo come un puro genere artistico. Solo lui scrisse i suoi romanzi (quelli belli e quelli brutti) con lo stesso rigore con cui i migliori poeti scrivevano le loro liriche.
Nel nostro secolo l’ideale artistico flaubertiano ha trion fato completamente. Perché? Comincerò col darne le ra gioni negative.
Prendiamo la funzione d’intrattenimento che purtroppo non fu disdegnata nemmeno da uno Hardy e da un Dostoievskij. Perché il romanziere del Novecento non è più te nuto ad assolverla (ammesso e non concesso che vi fosse tenuto in passato)? Perché nel frattempo sono sorti altri mezzi di espressione che sono meglio in grado di assolvere questa funzione. E’ sorto nien te meno che il cinematografo. Perché mai un romanziere do vrebbe scrivere un nuovo Con te di Montecristo quando il cinema sforna fumettoni a getto continuo?
O prendiamo la funzione sociologica, la documentazio ne della realtà sociale. Sap piamo quanta parte ebbe nel romanzo ottocentesco. Balzac, per esempio, vale più come sociologo che come romanzie re. Ma la preoccupazione so ciologica fu propria soprat tutto degli scrittori russi: non per una loro maggiore « so cialità », come credono i let terati poco intelligenti, ma perché lo stato politico della Russia aveva addossato ai ro manzieri questo fardello. Una denuncia dei mali sociali, che si fosse presentata come tale, non sarebbe stata consentita dalla censura zarista. A un ro manziere era invece facile con trabbandarla con una certa fa cilità (le autocrazie dell’Otto cento non erano scaltrite come gli Stati totalitari del Novecento). Uno scrittore russo dell’Ottocento era condannato ad essere « l’autocoscienza » della Russia: cioè, a deviare dal suo vero compito.
Perfino in un puro artista come il giovane Tolstoj, la preoccupazione documentaria è evidente. Nel Taglio del bo sco, Tolstoj interrompe il rac conto per schizzare un profilo del soldato russo, per abbozzarcene una tipologia. Anche in quello splendido racconto che è I Cosacchi, l’interesse documentario è palese. Una volta Vittorini ebbe a dire che Le anime morte di Gogol so no in realtà un reportage gior nalistico: la grottesca vicenda di Cícikov sarebbe solo un pretesto per mostrarci la vita nelle campagne russe. E si dice che lo zar Alessandro II si sia deciso all’emancipazio ne dei servi della gleba sotto l’impressione della lettura del le Memorie di un cacciatore di Turgheniev.
Oggi un exploit del genere da parte di un romanziere sarebbe impensabile. Se un uomo politico vuol rendersi con to di una piaga sociale, che so, della mafia siciliana o del banditismo sardo, non va a leggersi un romanzo: leggerà gli atti della commissione di inchiesta parlamentare. E co sì facciamo quasi tutti,, ai ro manzieri non chiediamo l’in formazione sui problemi poli tici, sociali eccetera: questa informazione, la pretendiamo da altre fonti, dai giornali, dalla televisione, dagli studi degli esperti.
Oggi un romanziere non può più sperare d’interessare il lettore presentandogli una realtà sociale inedita. Di real tà sociali inedite non ce ne sono più. Sociologia, giornalismo, radio, televisione, cine ma, le hanno esplorate, illustrate, sfruttate tutte. Certo, si presentano fenomeni socia li nuovi: ma anche lì, lo scrit tore arriva ultimo. Perché, se è uno scrittore serio, ha biso gno di assimilarli, di capire se hanno inciso su lui, se han no mutato in qualche modo la sua storia personale. Ma an che se non è serio, il tempo che occorre materialmente per buttar giù un romanzo e stam parlo, è molto più di quanto ne occorra al giornalista per mettere insieme la sua inchie sta, e anche al sociologo per elaborare il suo saggio, allo operatore della televisione per realizzare il suo servizio, al cineasta per abborracciare il film dì attualità. Gli scrittori (gl’inesistenti scrittori) sono fatalmente destinati a essere battuti sul tempo. C’è uno stuolo di altri personaggi pronti a precederli nella rappresentazione di qualsiasi fenomeno sociale nuovo (lo si è visto anche di recente, col sesso e la contestazione).
Ma, si dirà, giornalisti, so ciologi eccetera si limitano a informare; lo scrittore esprime. No, lo scrittore che si ag giorna, lo scrittore che vuole stare al passo coi tempi, lo scrittore che corre dietro all’attualità, non esprime un bel nulla.
Neanche il cineasta esprime nulla (io, quanto meno, non ho nessuna stima di questo tipo di cineasta). Chi riesce a esprimere qualcosa sono i cantautori. A loro va il merito di dare espressione agli stati d’animo, sia pure effimeri, della gioventù. Sì, i Beatles sono più artisti di un Bergman o dell’ultimo romanziere americano lanciato dalla industria editoriale; sì, Sergio Endrigo è più artista di Fellini o di Antonioni o del Pa solini cineasta, nonché di tutti gli scrittori dell’avanguardia messi insieme.
Commenti
3 risposte a “Fogli di diario #5/11”
Bart, mi piacerebbe conoscere la tua opinione su questo scritto. (E magari quella di qualche altro visitatore del sito). Possibile?
Grazie anticipate e ciao.
Cassola è stato un grande suscitatore di dibattiti. L’ho ammirato e l’ammiro molto. La sua scrittura è di quelle che insegnano.
Poi, in più, aveva una grande stima di Thomas Hardy, uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi, anche secondo me.
Su vibrisse, mi pare, sostenni qualche anno fa che il grande romanzo dell’Ottocento, oggi non si è più in grado di scriverlo e il suo vero erede è il cinema. Meglio ancora certo cinema che sa raccontare (Ivory, Visconti, ad esempio).
Sono stato spesso d’accordo con Cassola, vi sento un’affinità di pensiero.
Quando scrive che il narratore che rincorre l’attualità, non è tale, mi fa pensare a certe abitudini modaiole dei nostri giorni, quando, se un libro ha successo, si cerca di imitarlo in qualche modo.
La chiusa dell’articolo non so quanto Cassola l’abbia voluta rendere provocatoria. Se è vero che certi cantautori (penso a Battisti dei primi tempi) sono artisti a tutto tondo, non per questo Fellini, per fare l’esempio portato da Cassola, può dirsi meno artista di lui. Basti pensare ad Amarcord.
Se ne avrai voglia e tempo, segui tutta la serie degli undici articoli di Cassola che sono andato setacciando per Parliamone.
Ti preannuncio che a settembre con cadenza mensile pubblicherò degli straordinari articoli di un grande maestro, Panfilo Gentile.
Grazie, Bart. Gli articoli di Cassola, e non solo, li sto seguendo volentieri. Cassola, nonostante le ingiuste accuse di pacifista ‘rincitrullito’ che ha subito nei suoi ultimi anni di vita, come scrittore per me resta insuperabile. Non fosse altro che per la sua prosa dimessa, sincopata, onesta. In contrasto con i tanti tromboni che c’erano e ci sono in giro.