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LETTERATURA: Pensieri di un momento

20 Luglio 2008

di Giovanni Agnoloni

[Tra le sue opere: “Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien”, lungo saggio sull’opera di Tolkien, ed. Spazio Tre, 2004; sempre su Tolkien: “La fantasia tolkieniana e i paesaggi d’Irlanda”, in “Minas Tirith” n ° 14, 2005]

Christine aveva voglia di pregare. Un momento in più sarebbe bastato a farla restare razionale, e uno di meno l’avrebbe lasciata nella disperazione.
Sapeva cosa le era successo. Sapeva anche di non avere molta scelta.
Si raccolse in se stessa, credendo di scorgere un filo di significato negli eventi delle ultime ore.
Aveva lasciato Vienna in autobus. Una linea sgangherata, diretta a Salisburgo, ma che in realtà aveva approfittato di ogni occasione per fermarsi. Era arrivata a destinazione verso sera, con una fame spropositata e le gambe a pezzi. Era giovane, ma non si poteva certo dire che fosse in forma smagliante. Più che nel corpo, era a pezzi nello spirito.
Aveva lasciato il convento in un attimo di lucidità, dopo aver passato una notte praticamente insonne. Quella vita non faceva per lei. L’aveva abbracciata controvoglia, solo per assecondare la madre bigotta, e forse anche perché non era abbastanza carina da poter incontrare un principe azzurro.
Salisburgo era bella, verso il tramonto. Sembrava una ragazza di buona famiglia di ritorno a casa con l’abito della festa. Le luci dei lampioni fiancheggiavano il fiume, rivelando i colori soffusi delle facciate degli edifici. In alto, il castello incombeva armonioso con la sua presenza.
La suora vagò con lo sguardo nei piccoli spazi della città-gioiello, provando a intuirne i segreti, come se potessero addolcire l’amarezza del suo momento. Eppure non ci riusciva. Il suo passato, il peso di una scelta che aveva segnato tutta la sua vita, si riversavano su di lei come un veleno vischioso, che impediva i suoi movimenti.
Rifletté su quello che sarebbe stato più giusto fare. In teoria, era ancora in tempo per tornare indietro e scusarsi con le sue consorelle. L’avrebbero senz’altro riaccolta, anche se magari dopo un periodo di penitenza. Ma non era così che si sentiva di fare. La cosa migliore, dal suo punto di vista, era semplicemente insistere sulla strada intrapresa. E il suo punto di vista, adesso, era l’unico che davvero contasse.
Adesso. Un momento a cui non aveva mai pensato. Aveva impostato la sua vita in funzione dell’eternità, e non aveva saputo cogliere l’importanza del presente, che poi è l’unica cosa veramente importante. Di Dio non le importava più nulla, ora. Aveva la sensazione che, parlandole di Lui, l’avessero presentata alla persona sbagliata: una specie di prestanome, un uomo di paglia o qualcosa del genere. Trovava che il tassista seduto davanti dovesse somigliargli molto di più, con quei suoi capelli biondicci e la barba ispida. Notò anche che, di tanto in tanto, le lanciava degli sguardi diagonali, che contenevano un desiderio represso. Christine non indossava abiti monacali, per il suo viaggio di fuga. Forse quel povero diavolo non la trovava così male come lei si reputava. Lontano da sé, ma dentro di sé, avvertì anche lei un formicolio di desiderio affacciarsi alla porta di una stanza chiusa da troppo tempo.
Le ruote frenarono dolcemente: erano arrivati all’albergo. Christine aveva prenotato da Vienna, prima di partire. Scese dopo aver pagato il conducente. Quello le strizzò l’occhio, e lei si sorprese del fatto di sorridergli. Poi l’auto ripartì, e si ritrovò sola coi suoi fantasmi.
Era strano. Mentre entrava nella hall dell’albergo, si sentiva come un personaggio cui non appartenesse, o come un’attrice tagliata fuori da tutti i repertori. Quella sensazione le piacque.
Ritirò le chiavi della camera, mentre un’aria mozartiana si propagava da uno stereo situato in qualche stanza interna. Salì le scale, considerando fuggevolmente quanto intrigante avrebbe potuto essere quel viaggio, se insieme a lei ci fosse stato un uomo. Magari proprio quel tassista.
Aveva bisogno di un compagno. Era sulla soglia dei trenta e, sebbene la sua carta d’identità non lo indicasse, il suo animo sopportava già il peso di molti anni.
Infilò la chiave nella toppa e girò.
Che cosa sarebbe successo – fu il pensiero che le attraversò la mente – se a quel punto fosse scattato il meccanismo di una bomba, se l’hotel fosse esploso improvvisamente? Sicuramente non si sarebbe accorta di nulla: non ne avrebbe avuto il tempo. Ma dopo – dopo – Dio le avrebbe chiesto di render conto delle sue scelte. Si domandò che effetto le avrebbe fatto trovarsi davanti al tassista nelle vesti di giudice universale. Che armonia particolare sarebbe emanata da quella figura umana, unita ad una sapienza angelica. Ma, soprattutto, che senso avrebbe avuto il giudizio, visto che lei non provava alcun rimorso per la sua decisione.
La serratura scattò, e la porta si aprì. Non ci fu nessuna esplosione.
Christine accese la luce e vide la stanza, ampia e accogliente. Le lenzuola del letto pulito spiccavano candide sulle coperte increspate.
Appoggiò la valigetta per terra e vi si diresse subito, nutrendo il sogno di potercisi stendere con qualcuno.


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1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Pensieri di un momento - Il blog degli studenti. — 20 Luglio 2008 @ 20:54

    […] trasciatti: […]

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart