di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 23 maggio 1969]
I cortei degli studenti in collera traversano fitti di manifesti e striscioni le deso late vie Beethoven e Schumann e Mendelssohn della città tedesca forse più sfigu rata e più orribile: banchie ri senza cervello e scellerati architetti moderni hanno in trodotto nella goethiana Fran coforte tutti i cancri peggiori della metropoli americana. Così il centro ormai inabita bile è in parte un cupo labi rinto di casse di risparmio e Hypothekenbank e Girozentrale, in parte una goffa pa rata d’immensi bottegoni a tanti piani, in parte una lu rida downtown di ricordini immondi e di puzzolenti sal sicce… Improvvise sirene di polizia e violente corse di mo tociclisti in uniforme, a plo toni, spaventano le massaie che si dirigono in pellegrinaggio a visitare la Fiera della Comodità Domestica. E lì si scatena delirante la più per versa fantasiosità tedesca per il ninnolo civettuolo e per il Kitsch primigenio; si affac cenda incessantemente a in ventar moltitudini d’aggeggini per cucinare e servir le verdure. Ogni singolo legume melanzana o asparago deve avere qui la sua batteria di strumentini, ogni strumenti no il suo minuscolo appoggio, ogni appoggio il suo centrino, e ogni centrino i suoi fiori di chintz, il suo animaletto della foresta, la sua felpa, la sua frangia di plastica, il suo fin to pizzo di celluloide… Come se l’ideale da raggiungere nel la vita umana moderna con sistesse in una bene addobba ta tanina da Topo Gigio… Ma intorno agli squallidi casa menti dell’università Goethe i poliziotti in casco e occhia loni fanno catena, azionano idranti contro le finestre in fiamme, arrestano laureandi e matricole che proclamano « questo è soltanto l’inizio ».
In questa città così dram matica e così volgare, dove i cinema presentano program mi di « Necronimicon » e di « Sadisterotica », dove anche le librerie universitarie alle stiscono soprattutto la vetrinetta dell’erotica o dell’elet tronica accanto alla bache ca degli animali domestici e dei lavoretti casalinghi – e dove perfino il Maharishi ha ora operato un suo ufficio – abita e lavora il professor Theodor W. Adorno, a pochi passi dalla spettrale universi tà continuamente incendiata, inondata, assediata, devastata.
Vocazione tragica
Né le contestazioni furibon de risparmiano il suo famoso Istituto per la ricerca socio logica, con la sua lapide sin golarmente grata agli aiuti americani (mentre gl’istituti attigui, di cristallografia o geologia, non si dichiarano grati a nessuno). La rivolta degli studenti ha infatti già investito con violenza addirit tura fisica la casa-madre di quella « teoria critica » così geniale e così ben congegnata, dagli anni Trenta in poi, dai nomi più celebri della Scuola (appunto) di Francoforte: Horkheimer, Adorno, Benja min, Marcuse, Habermas. E da qualche mese Adorno sta presidiando una Scuola di Francoforte esposta a tiri ed attacchi da ogni lato. I gior nali benestanti renani e bava resi gli addossano una pater nità precisa sia del dissenso marcusiano sia delle sue ma nifestazioni rivoluzionarie. Gli rinfacciano la contestazione globale e l’opposizione extra parlamentare. Gli domanda no, con severità, « se non si vergogna delle sue colpe ». E lo battezzano « Adorno delle rovine » (brechtianamente, co me « Giovanna dei Macelli » o « Jenny dei Pirati »). Dalla parte opposta, gli studenti in lotta lo rinnegano apertamen te, lo accusano di mandari nato accademico, lo chiama no « Teddy » in classe, pro clamano continuamente la superiorità delle bombe Molo tov sui suoi « modelli di pen siero ». E scatenano tali bagarres nel suo istituto da co stringerlo a chiamare in soccorso la polizia, schierando si così completamente con l’Establishment più autorita rio della società industriale repressiva.
Ma il celebre sociologo-mu sicologo appare tutt’altro che disperato: lo si direbbe addi rittura raggiante… Per tutta la sua carriera, infatti, Ador no ha inseguito una sua vo cazione tragica, con ostinata abnegazione. Oggi, finalmen te, sta raggiungendo un risul tato negato agli Hemingway e ai Malraux e ai Sartre mal grado decenni di spericolate avventure e d’irreprensibili engagements: diventare un personaggio perfettamente drammatico, esclusivamente attraverso l’esercizio dell’alta saggistica.
In questo maître à penser dall’intelligenza così dispera tamente acuta si sono sem pre riunite in elegante equi librio due figure tradizionali nella vita intellettuale tede sca: lo squisito musicista da camera che compone pochi preziosi Lieder, li esegue solo in presenza di elettissimi amici, e viene più tardi rico nosciuto nelle enciclopedie come un nuovo Hugo Wolf, o come un Brahms redivivo; e il professore erudito, immer so nelle carte e remotissimo dalla vita, attento alle più minuscole glosse dei post-he geliani, ma incapace di ricor darsi le ore dei pasti, incline a dimenticare gli occhiali e a lasciarsi investire dal tram. Però nel personaggio quasi fiabesco di Adorno, al man darino libresco e al musicista raffinatamente reazionario si sovrappone continuamente un profeta apocalittico irrimedia bilmente chic, ininterrotta mente angosciato dalle de gradazioni della Cultura di vulgata per la Massa.
Società funzionale
Comincio appena a dire « sto domandando a parecchi scrittori significativi il senso della letteratura che… » – e subito m’interrompe, peren torio e vivace, sul che. «Il senso della letteratura è come il senso della vita! Mai astrat to! Sempre nel quadro… o nella sfera… o nella cornice di situazioni specifiche! Altri menti è impossibile dar rispo ste! ».
Appunto. Stavo dicendo: il senso della letteratura che stanno facendo i più diversi autori attualmente, in situazioni culturali così mutate rispetto a pochi anni fa… Alcuni esempi: Kingsley Amis, ex-arrabbiato che ora scrive solo per i giornali inglesi più conservatori; Günter Grass, ex-ribelle che ora fa la cam pagna elettorale in favore del partito socialdemocratico al governo; Philippe Sollers, ex- formalista vezzeggiato da tut to l’Establishment parigino, adesso teorico sistematico di una scienza letteraria radicalmente marxista… E inoltre, parecchi altri autori, in di versi paesi, non hanno mai fatto passi né a destra né a sinistra, però sono stati forte mente spostati nell’una o nel l’altra direzione dal mero ap parire di nuovi movimenti, o dalla forza delle cose, dalla natura umana…
« Ah, sì, – ribatte. – Pro prio oggi, la società che pos siede tutto diventa completa mente funzionale, soggetto e oggetto di un meccanismo di auto-perpetuazione della sua condizione presente… Ebbene, l’arte sarà più che mai una non-funzione, la negazione del meccanismo, il rifiuto aperto d’integrarsi in quegli ingranaggi… E non torniamo affatto con questa dichiara zione d’autonomia al vecchio principio de l’art pour l’art… quantunque Baudelaire non fosse affatto indifferente alle realtà sociali… E al di là della fraseologia superficiale di for mule come ‘la torre d’avorio’, inoltre, si avverte un atteg giamento positivo, d’altissimo livello critico.
I «mass media »
« Poi, si capisce, ogni opera d’arte, secondo l’espressione di Marx, riveste un doppio carattere di fatto sociale e di prodotto autonomo dello spi rito. Ebbene, nella situazio ne presente, la funzione so ciale dell’arte consisterà nel non sottomettersi alle ten denze commerciali onnipre senti, senza però ritirarsi o staccarsi dalla società. Dovrà, al contrario, incorporare e annettersi la realtà sociale con ogni sorta d’innervazioni, penetrandone il fondo e la sostanza. Però, mai con mez zi realistici. Piuttosto, assor bendo le esperienze sociali ne gative nell’autonomia dell’o pera d’arte… con un solo me mento: la realtà sociale non è tutto. E qui, la visione co munista dell’arte, il cosiddet to realismo socialista, risulta altrettanto superficiale e cat tiva che l’idea ‘platonica’ di un’arte del tutto distaccata dalla realtà: perché nei due casi manca un rapporto dia lettico con la realtà stessa ».
Non ha mai ritenuto oppor tuno di rivedere la sua anti ca condanna dei mass media? Non trova che i progressi in tellettuali ad alto livello sia no più vivi proprio nelle so cietà saturate da decenni di industria culturale, e non do ve la cultura viene gestita soltanto da élites ristrette?
« Niente affatto! Confermo tutto ciò che ho scritto da quarant’anni contro i mass media! Addirittura, già nel ’38, nel saggio II carattere di feticcio in musica (nel volu me Dissonanze) delineavo già un programma possibile per la pop art futura, come mon taggio di elementi decaduti e decrepiti, portati a seconda vita con un’operazione di significato tutto diverso da quello dell’industria cultu rale che li ha prodotti una prima volta. Però, riaffermo: ogni progresso artistico auto nomo si porta a vita soltanto fuori dalla sfera dell’industria culturale, in totale non-con formismo rispetto ad essa ».
Come giudica l’acuto di lemma attuale degli scrittori che vogliono la rivoluzione nella letteratura e la rivolu zione nella società, però se vogliono raggiungere le masse sono costretti a esprimersi in termini ottocenteschi, mentre gli scritti veramente rivoluzio nari vengono decifrati soltan to dai mandarini?
« Non credo affatto che im porti mai a chi si diriga una operazione culturale. Non è un criterio che riguarda l’ar te, l’indirizzarsi a un’élite op pure a una massa. Anzi, il tentativo di molti rispettabili autori di mettersi al passo con la realtà o al corrente con la politica non conta pro prio niente, e ispira semmai commiserazione. La rivoluzio ne si fa solo nella letteratura. In politica, è un’illusione. Chi va verso le masse, lo fa solo a spese della qualità artistica, a spese dell’immaginazione. Invece di rompere attraverso la realtà, il realismo sociali sta costringe invece lo scrit tore ad accettare fondamen talmente il mondo così com’è, senza mai oltrepassare il da to dell’esperienza. E non per nulla un autore come Beckett risulta molto più progressivo socialmente che non la lette ratura che sì pretende avan zata ».
Che cosa pensa, oggi, Ador no, e che cosa insegna ai suoi studenti, dei nessi fra la Teo ria e la Praxis? (E’ una do manda che gli viene rivolta sovente…).
«Non bisogna neanche so pravvalutare questi ultimi sviluppi nevrastenici, né la loro possibile durata. Ormai si usa buttare la letteratura tutta quanta nella pattumie ra, e limitarsi a gridare ‘Ho – Ho – Ho Chi Min’, come se questo risolvesse i problemi culturali del nostro tempo. Però questo non esprime tanto la rivoluzione quanto piut tosto un’estrema difficoltà cul turale, e le intricate confu sioni dell’arte contemporanea. Infatti questi urli cinesi ven gono prevalentemente emessi da agenti dell’arte e della let teratura frustrati dal sistema commerciale in cui sono im mischiati e coinvolti. Queste pedine deluse dell’industria culturale non sanno intende re i veri elementi critici del l’arte, perciò invocano Ho Chi Min per sfogare i propri com plessi di colpa. Ma io sono estremamente scettico sulla diretta soggezione dell’arte alle istanze politiche: per ra gioni politiche, oltre che ar tistiche e filosofiche ».
Teoria e pratica
Ma ai suoi studenti, come parla, attualmente?
« Le mie lezioni sono state interrotte da gruppi ultra che pretendevano di obbligarmi a fare dichiarazioni politiche dirette, ma io mi sono rifiu tato. Ora sono impegnato in un vasto lavoro d’estetica. Lo ho interrotto solo provviso riamente per qualche breve riflessione appunto sui rap porti fra teoria e praxis… ».
In quale senso?
« Che la teoria non è affat to lontana dall’arte, ecco! Ambedue non devono mai avere connessioni dirette – e meno che meno identità – con la pratica! La teoria, co me l’arte, risulterà tanto più stimolante quanto meno si ri volgerà alla pratica! E io ri fiuto enfaticamente ogni cen sura per la quale il pensiero teorico possa essere soggetto a controllo sulla propria ap plicabilità pratica! ».
Allora che cosa gli pare in teressante, attualmente, nella cultura tedesca?
« La nostra Scuola di Fran coforte è così distinta nei te mi e nelle idee che ha assai poca simpatia per i movimen ti al di fuori di essa, anche se interessano a qualche mio collega personalmente. La li nea centrale del pensiero te desco mi pare comunque la nostra, sia detto pure con nar cisismo. Quello che facciamo noi, è importante. Quello che avviene al di fuori, mi pare debolissimo: particolarmente in filosofia ».
Commenti
3 risposte a “Intervista a Theodor W. Adorno”
Il tema dell’autonomia dell’arte e della sua funzione ha affascinato pensatori e studiosi di tutti i tempi. Certamente l’arte non può essere succube soprattutto di tendenze commerciali e consumistiche. Tuttavia, a mio modesto avviso, l’arte talvolta anticipa i tempi stessi e li informa, altre volte è soggetta ad essi e, purtroppo condizionata, anche politicamente. In questo secondo caso (anche se è quasi impossibile l’assoluta neutralità) può perdere la sua libera espressione, la sua originalità. Sono convinto, però, che l’arte, come la poesia, possa (deve), in certe situazioni, avere un grande ruolo, possa offrire (e in questo caso è bene che prenda una posizione) un innegabile contributo a liberare l’uomo, anche dalla schiavitù di regimi totalitari (vedi, ad es., i contributi forniti da Garcia Lorca e da Pasternak, per citare due grandi personaggi assai vicini a noi). Diceva Flaubert: “L’arte, in certe circostanze, scuote gli animi mediocri, e interi mondi possono essere rivelati loro dai suoi interpreti più grossolani”. E Marinetti scriveva: “L’arte è per noi inseparabile dalla vita. Diventa arte-azione e come tale è sola capace di forza profetica e divinatrice”
Gian Gabriele Benedetti