Le lettere di Dylan Thomas

di Gabriele Baldini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 febbraio 1969]

Quasi echeggiando come ca ­povolta la famosa dichiara ­zione di T. S. Eliot che s’era confessato « monarchico in politica, classico in letteratura e anglocattolico in reli ­gione » (ma tanto andrebbe chiarito o chiosato al lume della situazione contingente), Dylan Thomas, alla sua pri ­ma visita negli Stati Uniti, nel ’50, dichiarò: « In primo luogo sono gallese, in secondo luogo sono un ubriacone, e in terzo luogo sono eteroses ­suale ». Tre punti non solo importanti ma certo più sco ­perti e sinceri che non quelli allineati dal poeta maggiore d’età, ma non d’ingegno.

E’ un fatto che se tutta l’opera di Eliot mette in dub ­bio quella sua dichiarazione, tutta l’opera di Dylan Tho ­mas, invece, conferma e come suggella la propria. In specie, come ci si può aspettare, il suo epistolario. Questo fu rac ­colto, in un’ampia scelta com ­mentata, solo nel ’66, per le cure di Constantine Fitzgibbon e deve fare a meno di molte lettere impubblicabili semplicemente perché Tho ­mas vi mette in dubbio con termini troppo perentorii e talvolta persuasivi la reputa ­zione di illustri poeti con ­temporanei.

Un primo saggio, prudente ­mente purgato, come s’indo ­vina tra le righe, degli scatti più violenti d’una indole per natura estroversa, aveva pro ­curato una decina d’anni pri ­ma il poeta Vernon Watkins dando alle stampe tutte le lettere pubblicabili che il poeta aveva scritto a lui. E’ questa raccolta del ’57 che viene ora offerta al lettore italiano (Dylan Thomas, Let ­tere a Vernon Watkins. ed. « Il Saggiatore », pp. 188, li ­re 1800). Si tratta, com’è chia ­ro, di testi che non si trovano nella raccolta Pitzgibbon, alla quale bisogna sempre ricor ­rere per qualsiasi verifica ge ­nerale, ma del pari se non più eloquenti. Con pochi ami ­ci come con il poeta conter ­raneo Watkins, infatti, il Tho ­mas s’apriva su problemi che riguardavano la composizione dei suoi proprii versi. Attra ­verso l’epistolario, perciò, si assiste a un continuo sotti ­lissimo e sotterraneo solleci ­tamento, da parte dell’uno e dell’altro poeta, d’un pronto e illuminato « editing » (l’ope ­razione tanto aborrita dai gio ­vani scrittori d’oggi). Non proprio, direi, poesia, a quat ­tro mani: ma certo, anche per testi importanti che so ­no al centro, almeno, della reputazione del Thomas, ven ­gono documentati interventi decisivi del Watkins. Meno siamo illuminati dei contribu ­ti nell’altra direzione, ma pos ­siamo intuire che furono egualmente, se non più, gravi e importanti.

Dylan Thomas impiegava anni e anni a fabbricare que ­gli strani e meravigliosi og ­getti che sono le sue poesie; nei taccuini dal ’30 al ’34 pub ­blicati da R. Maud (The Making of a poet, Londra 1965) si possono sorprendere stadii di poesie giunte a definitiva maturazione molti anni dopo. E tutte passarono per il va ­glio del Watkins. Dei giudizi di questi, conosciamo solo un riflesso nelle lettere del Tho ­mas, che ce li raccomandano quasi sempre persuasivi. Non fosse che per questo, l’episto ­lario sarebbe d’immenso va ­lore. Ma è un fatto che il Thomas, oltre che esigentissimo poeta, era anche un esigentissimo prosatore e non meno nei suoi racconti e nei suoi programmi radiofonici â— e perfino nelle sue sceneg ­giature per film â— che nelle sue lettere: il Fitzgibbon par ­la, ad esempio, di innumere ­voli stadii di lettere di richie ­sta di danaro alla principessa Marguerite Caetani di Bas ­siano â— che stampò su Bot ­teghe Oscure il Thomas ulti ­mo â— elaborati come altret ­tante prove preparatorie alla versione definitiva e come ce ­lebrativa d’un chiuso ciclo letterario.

Lettere di richiesta di da ­naro â— fino monotone per l’iterazione degli argomenti â— non mancano nella raccolta Watkins ma pure anche nel ­le strettoie della tematica si studia una curiosissima va ­rietà di approcci e di tecni ­che suasive: talune sono veri e proprii racconti, come quel ­la che chiede in prestito un abito da cerimonia per inter ­venire alle nozze d’un amico, quella che si scusa per la mancata presenza, in qualità di testimone, alle nozze dello stesso Watkins, quella per raccontare d’una lettera scrit ­ta ma dimenticata gualcita poi per giorni e giorni nella tasca d’un cappotto, e quella per lamentare la perdita di libri, sciarpa e cappello in un tassì. Occasioni minime, ma scorciate con tale grazia e precisione e direi potenza rappresentativa da diventare altrettante epifanie di magici testi non mai dipoi riaffer ­rati.

La traduzione di Ariodante Marianni, benemerito di al ­cuni tra i migliori volgarizza ­menti d’un poeta tanto difficile, rende spedita la lettura di questo testo se altri mai criptico, e più e meglio tale l’avrebbero resa annotazioni più fitte. Per esempio pochi fra i lettori cui è indirizzata la traduzione intenderanno la frase a pagina 31: « Vorrei che uscisse un ‘ criterion ‘ », non solo perché il proto s’è lasciato andare a un doppio refuso ma anche perché po ­trebbero non sapere a che si allude: la frase dovrebbe leg ­gersi in italiano: « Vorrei che uscisse in Criterion », e cioè sul Monthly Criterion, una ri ­vista letteraria che T. S. Eliot diresse tra il ’22 e il ’37.

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