di Stefania Nardini
Carmela Cammarata è una donna semplice, ed anche un po’ timida. Profuma di Mediterraneo ed è capace di essere una bomba. Perché la sua scrittura bella e disordinata, nel senso della non omologazione, forte e poetica, è un concentrato di poesia in cui c’è tutta la filosofia dei quartieri Spagnoli di Napoli. “I santi padri” (ed. del Vecchio) è il suo romanzo d’esordio. Un esordio che già dalle prime pagine esprime un talento che va coltivato. E’ la storia di una donna. La storia, attenzione, di una donna napoletana. In cui entra impietosa una vicenda della vita che diviene come un’altalena, va e viene alla ricerca di una figura di riferimento maschile. Un nonno considerato stravagante che insegna a Nanà a cantare nelle cantine. Un’infanzia punteggiata dalla miseria e dal mito della comare, piuttosto che dalla smorfia. Un padre assente.
Il tutto condito da riferimenti che sono la linfa vitale di una città che offre ai suoi figli il miraggio del sogno, le beffe del destino, e il desiderio di stare al mondo. Nanà scoprirà un giorno che a quel nonno pazzarello dovrà molto. Le ha dato l’amore per la musica nonostante la sua laurea in lingue. E lei Nanà, passando attraverso una storia d’amore che la porterà lontana da Napoli, riscoprirà di nuovo la perdita della figura maschile, questa volta suo marito. Ma Nanà, dicevamo, è una donna napoletana, e percorre la strada dell’istinto. Sarà madre, ma non rinuncerà alla sua felicità .
Un libro che si legge d’un fiato. Una storia generazionale in cui c’è tutta l’ironia partenopea, dai numeri al lotto per ogni capitolo, alle vicende che si intrecciano sullo sfondo di una città bella e impossibile.
(dal “Corriere Nazionale”)