di Corrado Stajano
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 14 novembre 1968]
Montale ricorda la grande guerra con lo stesso animo di Fabrizio del Dongo che continuava a chiedersi se ciò cui aveva assistito era una battaglia e se quella battaglia era Waterloo. Solo che il protago nista della Chartreuse di Stendhal ricordava la sua avventura con eccitazione, il poeta invece ne parla malvolentieri, quasi con indifferenza. Sottotenente del 158 ° fanteria sul fronte del Trentino, partecipò in Vallarsa, nel ’17, a numero se azioni, fu di pattuglia, cat turò prigionieri, ma la guerra, malgrado l’abbia fatta sul se rio, non è un tema che lo in curiosisca particolarmente e che ecciti le sue qualità di conversatore. Se la seconda guer ra mondiale fa da sfondo, ma di riflesso, alle liriche di Finisterre, la guerra ’15-’18 ispirò a Montale una sola poesia in Ossi di seppia, « Valmorbia », che non è né un grido di do lore né una testimonianza ribelle, ma l’evocazione di una veglia silenziosa rotta solo dai razzi che lacrimano fiochi nel l’aria: « Le notti chiare erano tutte un’alba / e portavano vol pi alla mia grotta. / Valmor bia, un nome / e ora nella scial ba / memoria, terra dove non annotta ».
«Non ho memoria di quella guerra », ripete oggi il poeta. «Ritengo che sia stato un er rore l’intervento. Quanto ai miei ricordi si confondono: io ho cercato di spiegare a Parise come è la guerra. Secon do lui uno che va in guerra non deve sparare. Capita inve ce che chi è dentro una bat taglia non abbia affatto il sen so della violenza, che non se ne accorga, che non sappia in somma che cosa sta facendo ».
Gli scrittori italiani, ai qua li ho chiesto memorie e giudi zi sulla grande guerra, sono d’accordo sul significato pro fondo che il conflitto ha avu to nella loro formazione uma na, nel loro diventare adulti. Giovanissimi combattenti, di diversi orientamenti politici e culturali, ora considerano tut ti la guerra ’15-’18 come un violento test che non si è esau rito in quei tre anni, ma che ha continuato a porre nel cor so della vita tutta una serie di interrogativi e di esami di co scienza ai quali è stato indispensabile rispondere.
Mi racconta Giuseppe Raimondi che il significato più vero e più profondo della guer ra cominciò a chiarirsi in lui da uomo fatto, anzi nel pieno della maturità. Classe 1898, ar ruolato nel genio zappatori nel febbraio ’17, dice che fra i diciassette e i vent’anni era difficile capire cosa fu quella guerra che poteva sembrare come uno stato di incerta tra sformazione del carattere. Tut to gli si chiarì dunque più tardi: le cose più importanti furono gli incontri umani. « Fu proprio allora – ricorda – che cominciai a conoscere gli uomini, i più semplici, i più comuni e veri, uomini impastati della mia medesima sostan za. Ero partito con un senti mento di rifiuto verso l’impre sa della guerra, assimilato dal l’educazione socialista di mio padre. La comprensione, sia pure tardiva, di quella triste e sconvolgente esperienza uma na è rimasta nel mio caratte re ed è stata per me di par ticolare valore ».
Anche un altro scrittore, Paolo Monelli, che ha lasciato il segno nella letteratura di guerra con il suo diario – ro manzo Le scarpe al sole, una delle opere più vere e meno retoriche sul ’15-’18, e con le pagine di un altro bel libro, Sette battaglie, mette a fuoco il valore umano di quell’espe rienza. « I giovani d’oggi – di ce Monelli – hanno idee chia rissime sull’argomento. Una inutile strage, seicentomila ca duti per adempiere ad un do vere loro ingiustamente impo sto, voluta da un’angusta elet ta di intellettuali e di politici che credevano l’intervento ne cessario per coronare l’opera del Risorgimento e dare al l’Italia la dignità di grande nazione. Posso concordare, in tutto o in parte, con questo giudizio. Ma io a quella guerra ho partecipato volontaria mente perché mi pareva un’av ventura meravigliosa per un ragazzo di vent’anni, soprat tutto perché mi sarei vergognato di non essere con i miei coetanei esposti senza facoltà di scelta al rischio maggiore. Nel corso di quella guerra mi sono legato di affetto e di sti ma a uomini che compivano il loro tremendo compito con semplicità, con virile coscienza, con lo stesso impegno che avevano portato fino allora nella loro dura vita di conta dini, di minatori, di boscaioli, di emigrati ».
I versi di Ungaretti ispirati alla grande guerra e raccolti nell’Allegria sono ormai consi derati classici. Pubblicati per la prima volta nel ’16 in un volumetto di ottanta esemplari stampato a Udine con il titolo di Porto sepolto, furon ripubblicati e fatti conoscer alla fine del ’18 da Prezzolini nella sua antologia Tutta la guerra.
Ho chiesto a Ungaretti qual è per lui, mezzo secolo dopo, il significato di quella guerra alla quale partecipò sul Carso da San Michele al Dosso Faiti, nel 19 ° fanteria: « La guerra è sempre riprovevole – ha risposto il poeta. – È il se gno della bestialità dell’uomo. La prima guerra mondiale è stata, per nostra ingenuità, fatta con entusiasmo. Le con seguenze sono quelle di ogni guerra, riparabili a furia di sa crifici ».
Gli ho anche domandato: «Quali memorie suscita in lei quella guerra? ». « La memoria – ha risposto – di giovani che andavano incontro alla morte con speranza. Ma le umanità migliori lo abbiamo visto poi, non nascono dalle guerre ».
Concludiamo con Giovanni Comisso questo panorama di testimonianze sugli scrittori e la grande guerra. Comisso, molto ammalato, ha festeggia to l’anniversario della vittoria all’ospedale di Treviso dove è ricoverato dal mese di settembre. Scrittore fisico, pagano, ora deve fare i conti proprio con quella vecchiaia che non ha mai voluto neppure imma ginare. Il suo Giorni di guerra, uscito nel ’30, non piacque ai fascisti: opera di grande fre schezza poetica, racconta la guerra senza grandezza, come una scampagnata imprevedibi le e felice. È uno dei libri più cari allo scrittore: per lui la guerra rappresenta infatti solo la stagione della giovinezza, senza bandiere, senza squilli di tromba. Fino a qualche mese fa, nei giorni di festa, Comis so aveva l’abitudine di andare in gita sul Grappa e sul Mon tello, vicini a casa, a ritrovare con gli amici, in allegria, i po sti dove avrebbe potuto morire.
Commenti
2 risposte a “Eugenio Montale ricorda gli anni della Grande Guerra”
Anche a me pare che Montale abbia avuto un atteggiamento quasi asettico nei confronti della Grande Guerra, pur non condividendone l’intervento. Sembra far di tutto per non averne memoria. Ungaretti, invece, ce ne offre un quadro realistico e drammatico. Tutta la tragedia, nel poeta lucchese, emerge nella sua più cruda manifestazione in diverse liriche di grande spessore e di sicura efficacia. A mio avviso, tra queste, la più intensa, la più vera, la più disperante, la più espressiva, quella maggiormente evocativa, quella che rende l’idea della terribile precarietà è “Soldati”:
Si sta
come d’autunno
sugli alberi
le foglie.
Brevità e purezza di linguaggio, simbologia calzante, accorata emotività tracciano con forza la spietata verità
Gian Gabriele Benedetti