di Leonardo Vergani
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 20 aprile 1970]
Se c’è una categoria di per sone per la quale il telefono rappresenta una vera jattura, questa è quella degli storici. Nessun studioso si illude. Per loro Bell o Meucci l’hanno fat ta veramente grossa. Passi per chi, ingolfandosi in epoche re mote, può non tenerne conto. Ma coloro che esplorano il lim bo degli avvenimenti non trop po distanti da noi, si trovano molto spesso con un pugno di mosche, i fatti e i colloqui sva niti dentro una cornetta, la de cisione chiave sussurrata da orecchio ad orecchio, nemmeno un testimone oculare, ma solo un centralino che ingoia e tra smette, impassibile. Non un pezzetto di carta, una nota ma noscritta, un ordine consegnato ad una staffetta. Chi fa la sto ria non lascia più in giro do cumenti compromettenti o rivelatori del suo genio. Tutto sva nisce nell’aria.
Per la storia d’Italia il giro di boa â— ci dice Denis Mack Smith â— avviene pressappoco attorno agli anni della morte di Garibaldi. Prima una valanga di telegrammi, una ghiotta de lizia per ricostruire ciò che è avvenuto. Poi, poco a poco, il fiume diventa torrente e riga gnolo. Chi dovrà rimettere in sieme i tasselli di quanto suc cede oggi, sarà spesso costretto ad andare a lume di naso. Lo « Obbedisco » di Garibaldi, ai giorni nostri, verrebbe bofon chiato in un ricevitore, com plice magari la teleselezione. Perché recarsi a Teano? Oggi sarebbe sufficiente un colpo di telefono. E così via. C’è da mettersi le mani nei capelli.
Denis Mack Smith, colui che con Deakin e Seaton Watson ha aiutato ad illuminare le più complesse vicende del nostro paese, è professore all’All Souls di Oxford. Lavora in un college che ha ancora gli stalli di le gno scolpito, un’atmosfera di sacrestia, mura patinate dal tempo e questo forse contri buisce a purificare la visione del mondo, a depurare le in terpretazioni. Il mondo è distan te. Denis Mack Smith è no tissimo non soltanto in Inghil terra, ma anche nella nostra affannata penisola, fatto questo eccezionale per uno storico, vi sto che uno dei nostri difetti nazionali è proprio quello di tener in pochissimo conto la memoria. La fama di Mack Smith in casa nostra è soprat tutto affidata a quella sua « Sto ria d’Italia dal 1861 al 1958 » (aggiornata fino all’anno scor so da Laterza) che probabil mente con sorpresa dello stes so autore è diventata un gran de successo editoriale con set te edizioni più quattro in ve ste economica. La sua fatica più recente è quella storia del la Siciliaancora fresca di stam pa, un’opera monumentale che abbraccia un periodo profondo come una voragine, dal medio evo all’età moderna, scandaglia to con grande cura e compe tenza e con una pazientissima ricerca negli archivi.
Eppure con gli archivi, con il primo importante archivio che volle scandagliare, lo sto rico non ha mai avuto la vita facile. Denis Mack Smith, con una borsa di studio di trecen to sterline, arriva in Italia fre sco di studi. Vuole consultare il fondo di Cavour, ma si im batte con un bibliotecario ar cigno che gli sbarra la strada. Non valgono suppliche e blan dizie. Il meccanismo è incep pato e quella miniera di do cumenti è invisibile. Per dare una mano al giovane inglese intervengono addirittura Croce e Bonomi. Nulla da fare. Oc correrà attendere con pazienza, per motivi quasi inspiegabili, davanti ad una porta chiusa. Mack Smith impara a proprie spese che in Italia anche le co se più ragionevoli dipendono spesso dall’irragionevolezza al trui. S’arma di flemma, e at tende. Qualche anno dopo usci rà la sua Storia d’Italia, scritta dapprima per una casa editri ce americana che va in falli mento. Mack Smith ha inviato imprudentemente l’unica copia del suo lavoro e non riesce più a ricuperarla. Nessuno sa dove sia finita nello scompiglio del la bancarotta. Poi un piccolo miracolo. Le edizioni dell’uni versità del Michigan inviano a Oxford una lettera. Hanno ri levato quanto l’infelice stampa tore s’era lasciato dietro e han no trovato un fascio di car telle. Chi le ha scorse per cu riosità professionale s’è accorto che si trattava di un’opera di alto livello. Il professore s’era già messo il cuore in pace. Ac cetta la proposta d’essere pub blicato con un entusiasmo fa cile da immaginare. Da quel momento comincia la meritatissima fama.
Denis Mack Smith parla del Risorgimento e dei suoi perso naggi come se il tempo non fosse passato. Durante la guer ra, in Inghilterra, il giovane studioso seguiva le fasi del conflitto sulle vecchie carte mi litari di Garibaldi. E da quei lontani giorni il suo amore e la sua adesione per le nostre vicende, mai osservate con il distacco sterilizzato e asettico di altri suoi colleghi, ma rivis sute e capite con una paca ta passione, s’è ingigantito. Compra per settecento lire, ad un’asta di Oxford, una lettera del Generale che diventerà il suo primo tesoro. Viaggia in Italia con la tenacia di Law rence e di Norman Douglas, con un impegno intellettuale che lascia per strada ogni mo tivo romantico. Ne usciranno opere illuminanti come quella che prende in esame Cavour e la spedizione di Garibaldi in Sicilia, dove Mack Smith rico struisce una serie di possibili ipotesi sul famoso colloquio tra Cavour e Sirtori che permette, se non di dissipare ogni dub bio, almeno di chiarire non po che circostanze intorno all’at teggiamento dello statista pie montese verso l’impresa dei Mille.
A cent’anni da Roma Capi tale, proprio nel momento in cui dovremo sciogliere il nodo delle regioni â— quanto influì sul « tessitore » la guerra ci vile americana del ’60 e l’at teggiamento di Abramo Lin coln? â— quali e quanti proble mi ci attendono. Denis Mack Smith, come ogni storico, pre ferisce rivolgersi al passato piuttosto che scandagliare un avvenire incerto. Da venticin que anni a questa parte l’Ita lia â— dice â— ha fatto passi da gigante. E ritorna a parlare di Garibaldi, di Crispi, di Salandra e di Rudinì. Che ci sia forse da imparare guardandosi indietro?