di Francesco Improta
Al rientro dalle vacanze ho trovato a casa, graditissima sorpresa, una copia dell’ultimo romanzo di Angelo Cannavacciuolo Le cose accadono, pubblicato da Cairo editore ed uscito nelle librerie il 4 settembre. Mi ero riproposto di leggerlo senza fretta, nei ritagli di tempo, dovendo portare a termine alcuni impegni lasciati in sospeso prima di partire, ma più procedevo nella lettura e più non riuscivo a schiodarmi dalla poltrona, tutto preso com’ero dalla storia e dalla forza della scrittura. A lettura ultimata ho telefonato ad Angelo per congratularmi con lui e per chiedergli di rilasciarmi un’intervista ed Angelo, al quale del resto mi lega un sincero rapporto di amicizia, ha dimostrato ancora una volta tutta la sua dispo nibilità rispondendo a ogni mia domanda e curiosità.
Il titolo del tuo nuovo romanzo Le cose accadono ha il peso delle cose esperite e sofferte e offre già una prima chiave di lettura, in quanto allude, a mio avviso, all’incapacità d’incidere sulla realtà. È esatta questa mia impressione?
Sì, credo che uno dei significati sia proprio questo. La domanda che mi sono spesso posto è proprio questa: Le cose che accadono per davvero nella vita sono il rumore di fondo dei giorni sempre uguali che ci assalgono con tutto il loro inutile clangore, oppure sono altre, ovvero quelle che ci costringono a fare i conti con la coscienza e che ci rivelano un segreto difficile da sopportare? Quelle piccole cose che, per loro natura, rappresentano la nostra realtà e verso le quali proviamo la profonda incapacità di rapportarci.
La fotografia sulla copertina, bellissima e drammatica, ci presenta due bambine, malvestite, che corrono a gambe levate su una strada acciottolata. Fuggono pro babilmente da un destino ingrato ed amaro o, il che è lo stesso, inseguono una vita diversa più umana e sorridente. Si tratta forse di un libro sull’infanzia negata o violata?
Ho molto amato questa copertina, venuta fuori dopo una lunga ricerca con Benedetta Centovalli. L’immagine di precarietà delle due bambine nei loro vestitini larghi credo che raffiguri bene l’essenza del romanzo. Si, è anche un romanzo sull’infanzia negata, violata. Un’età, quella, durante la quale i graffi del mondo sulla nostra anima rischiano di sanguinare a vita.
Dopo Acque basse, pubblicato da Fazi nel 2005, che era un noir esistenziale e per certi versi una vacanza mentale, un modo cioè di dare aria al cervello, sei tornato alle tematiche sociali, politiche e morali a te più care congeniali. Perché?
Credo che confinare entro certi limiti la letteratura non sia mai una buona cosa per uno scrittore. Acque basse, sebbene sia stato costruito con strumenti di narrazione tecnico-formali ben precisi, risente di un’ispirazione autentica. Nel suo divertissement letterario e cinematografico contiene in sé un afflato di autenticità. Certo, è vero che la mia indole narrativa è più rivolta verso le tematiche dolorose del sociale. Le dinamiche della famiglia, il suo territorio accidentato, le dirompenze che da essa nascono, unitamente alla ricchezza del suo patrimonio, trovano nella mia narrazione, forse, la sua più profonda e vera ispirazione.
Il romanzo, come sempre o quasi, è ambientato a Napoli, una città messa definitivamente in ginocchio da Bassolino, ultimo dei Borboni – così almeno si evince dal romanzo – mentre si profila, ormai irreversibile, la crisi della Sinistra. C’è nel romanzo una speranza di riscatto o la città è destinata a sprofondare sempre di più?
Si, anche questa volta, il palcoscenico della mia narrazione è Napoli. Una domanda che mi sono posto quando ho cominciato a pensare al romanzo era: Quale scrittura per il territorio e quale territorio per la scrittura, dove per territorio, oltre a quello fisico, quindi la città, si intende anche quello interiore. Un territorio che da una parte si modifica nel tempo, cambiando la scrittura, dall’altra resta inalterato nella sua interiorità, producendo discrepanze che fanno di un luogo come Napoli un’entità bloccata nel tempo. E non credo che la colpa si possa addebitare a una sola persona, sebbene la politica sia preposta alla risoluzione dei problemi. Nel romanzo, proprio per fare luce sulle mancanze, le insufficienze, le inadempienze della politica verso una città come Napoli, ho scelto di contestualizzare la storia in un periodo che va dalle elezioni regionali del 2005 alle politiche del 2006. Un periodo che il protagonista vive come rumore di fondo delle “cose che realmente accadono nella sua vita”.
Il protagonista del romanzo è Michele Campo, un assistente sociale che coagula tutte le vicende e ne scandisce il ritmo. Quanto di autobiografico c’è in questa figura?
Ogni scrittore trova il modo di raccontare quello che conosce meglio, la mia vena di romanziere “familiare” anche in questo caso non si smentisce. Michele Campo è ispirato alla figura di mio fratello, sebbene nella sua costruzione si confondano visioni personali e un vissuto propriamente mio.
Perché in tutti i tuoi libri e soprattutto negli ultimi tre tanta parte hanno i bambini? Non c’è per caso un malcelato desiderio di paternità?
Chissà… forse non è un caso che io abbia raccontato i bambini. I bambini sono l’unica consolazione in questa società che vedo incancrenirsi sempre più. Non a caso in “Le cose accadono” il protagonista progetta di averne due, di figli, e alla fine si trova solo.
Non manca, come al solito, l’ironia, ma accanto ad essa si avverte una corporeità brutale, sguaiata, talvolta orrida e oscena, come nella visita dall’urologo di Maddalena. Perché questa scelta stilistica? Forse per mostrare la debolezza della carne, che in un contesto così degradato, è ancora più evidente?
Si, anche se l’ironia che pervade il romanzo è malinconica. L’osservazione dei corpi, è sempre stata una cifra molto vicina al mio modo di vedere la vita. Qui c’è il corpo di Michele, ai suoi occhi in via di disfacimento, il corpo di bambina di Martina, forse violato ed attaccabile dalla corruzione della vita, il corpo di Maddalena, già corrotto, che vive di una cancrena non solo materiale ma anche spirituale. Ecco, i corpi tutti fanno i conti con la cancrena spirituale, così come li fa il corpo della città stessa.
Negli ultimi tempi è stata attiva e feconda la tua collaborazione con il Maestro Filippo Zigante. Hai scritto un Oratorio di speranza, da lui musicato, che è stato rappre sentato in Germania e il libretto di un’opera lirica, sempre con le sue musiche, tratto dal tuo romanzo Il soffio delle fate. Avete altri progetti in comune? O sei pronto per iniziare un nuovo romanzo?
Si, la collaborazione con il Maestro Zigante mi permette di ampliare il concetto di alcune mie creazioni; la musica, in alcuni progetti, è davvero il cibo per l’anima. Ho appena finito di scrivere un testo ispirato alle tragiche vite dei clandestini che rischiano la vita su scafi di fortuna per approdare sulle nostre coste nella speranza di un futuro migliore. Il maestro Zigante ne sta scrivendo la musica. Nel frattempo sto facendo matu rare un’idea per il nuovo romanzo, un’idea che continua imperterrita a imperversare nella testa.