di Panfilo Gentile
[dal “Corriere della Sera”, lunedì 30 giugno 1969]
Avevo un debito verso Sallustio: quello di non averlo più letto, dal giorno ben lon tano in cui avevo lasciato i banchi liceali. Debito di na tura particolare e personale, che debbo spiegare. Sono infatti nato a qualche passo da quell’Amiterno, patria di Sallustio. E codesta corregionalità (a rigore, non concittadi nanza, perché Amiterno non ha resistito ai secoli ed è sta to sostituito nel Medio Evo dall’Aquila a poca distanza dal luogo dello scomparso Amiterno) codesta corregionalità, dicevo, mi aveva fatto sentire come un obbligo di dedicare qualche studio in omaggio alla sua memoria o perlomeno di dedicargli una rilettura attenta e più tenera di quella liceale.
Quest’ultimo obbligo è sta to assolto solo in questi gior ni grazie all’editore Adelphi di Milano, il quale ha messo nel le mie mani un elegante volu me: « Opere Complete » di Gaio Sallustio Crispo, curate da Raffaele Ciaffi e accompa gnate da una prefazione con cisa ed esauriente di Giuseppe Pontiggia. Voglio aggiungere per l’editore una lode partico lare: quella di avere scelto la via migliore: pubblicare testo e traduzione insieme. Dati i tempi la pubblicazione del so lo testo avrebbe ristretto trop po il numero dei possibili let tori. Sallustio come Tacito ap partiene agli scrittori latini difficili e non sappiamo quanti sieno oggi in Italia in grado di leggere senza fatica una prosa come quella sallustiana. Pubblicare la sola traduzio ne d’altra parte significava ai fini divulgativi rendere un buon servizio allo storico amiternino, ma significava anche impedire al lettore ogni conoscenza con l’opera letteraria, con lo scrittore. Stando a fian co testo e traduzione qualsiasi persona che abbia fatto un buon liceo potrà senza ecces sive difficoltà compiere questa lettura.
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Purtroppo, io non posso, co me era nelle mie intenzioni, concludere la mia riscoperta di Sallustio con un rendicon to in tutto apologetico. Sallustio uomo è decisamente un personaggio antipatico e il mio patriottismo provinciale o municipale non è così forte da prevalere su questa impressio ne. Sallustio visse nell’ultimo secolo a.C., un secolo terribi le, in cui la repubblica agonizzava e l’impero non era ancora nato, un secolo in cui questo passaggio si compì faticosamente e sanguinosamen te attraverso fatti memorabili e drammatici, con protagonisti grandissimi nelle ambizioni e nelle crudeltà. Ebbene Sallu stio, che, come amico di Ce sare, pure si mescolò alle lot te del tempo, non se la cavò con molto onore. In due incarichi politico-militari, affidatigli da Cesare fece una bruttissima figura. Nel 49 fu messo a capo di una legione per andare a reprimere nell’Illirico una sedizione di due capi pompeiani e fu vergognosamente sconfitto. Due anni do po nel 47 fu mandato sempre da Cesare in Campania per persuadere a rientrare nei ranghi due legioni che s’erano ammutinate e l’insuccesso fu netto e per poco non fu ucciso dalla soldatesca. Nel 52 forse s’era guadagnata l’amicizia di Cesare, quando come tribuno della plebe s’era distinto per l’appunto per la faziosità e la violenza con cui aveva assecondato i piani e le pretese di Cesare. Ma ne ebbe poi il re galo più grosso: quello di essere inviato in Numidia, al comando di tre legioni, per organizzare quella provincia recentemente conquistata da Cesare ed annessa all’Impero col nome di « Africa nova ».
Non sappiamo quel che combinò nei due anni circa, in cui rimase in Africa, non sappiamo se fece bene o male. Sappiamo con certezza solo che fece bene a se stesso, per ché dopo due anni tornò così ricco da potersi permettere il lusso di acquistare i famosi «orti sallustiani », che si estendevano dal Pincio al Quirinale. Con la morte di Cesare s! ritirò dalla vita pub blica e decise di dedicarsi al la storia. Strano, ma non fu molestato da nessuno. Potet te vivere circa un decennio e potette morire nel suo letto, fortuna rara per quei tempi. Lasciamo da parte i proces si che ebbe, dimentichiamo che fu espulso dal Senato, e vi fu poi riammesso per inter cessione di Cesare, non cre diamo a tutte le infamie con tenute nell’invettiva dello pseu do-Cicerone. Restano come fatti certi la pochezza delle sue imprese, l’illecito arric chimento e l’ambiguità delle sue opinioni politiche, fatti sufficienti per classificarlo co me un mediocre profittatore in un’epoca torbida.
Lo storico? Le sue opere si cure sono: la « Congiura di Catilina », la « Guerra jugurtina » e i frammenti rimastici delle « Storie ». Nessuno può prestargli un’intelligenza molto profonda degli avvenimenti che narra. O se la ebbe, preferì tacerla, preferendo di adagiarsi su quelli che dovevano essere i luoghi comuni di un ceto medio ben pensante che rimpiangeva un passato idealizzato ed era scontento del presente, visto solo nei suoi aspetti più popolarmente evidenti. Si tratta di un’opposizione tra passato e presente a fondamento moralistico e catoniano. Sallustio idealizza la Roma arcaica, repubblicana dove erano onorate tutte le virtù proprie della romanità: industria, labor, magnitudo animi, fortitudo, patientia eccetera.
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La decadenza era comincia ta subito dopo le guerre puniche, quando era venuta a mancare la paura di Cartagine. Allora cessò anche la concordia dei cittadini e si corruppero i costumi. Non c’è dubbio, per Sallustio, che dal passato al presente non vi era stato progresso ma solo degenerazione: « Bisogna che esponga – così scrive nella ‘ Congiura ‘ – in poche parole gli usi dei nostri antenati in pace ed in guerra, come governarono la repubblica e quanto grande la lasciarono e com’essa a poco a poco, mutando aspetto, da bellissima e ottima sia diventata pessima e scelleratissima ». In che cosa consistevano codeste scelleratezze? Nelle lotte faziose, nell’immoderatezza delle ambizioni, nella lussuria e nell’avidità, vizio quest’ultimo sul quale insiste molto lo storico Sallustio, dimenticando quel che aveva fatto Sallustio governatore dell’« Africa nova ». Al qual proposito i contemporanei debbono averlo giudicato una vera faccia di bronzo.
Come si vede codeste sono tutte genericità moralistiche a effetto (allora come oggi) che stanno al di qua di un giudizio storico-politico del grandioso processo che si andava svolgendo davanti ai suoi oc chi. Gli sfuggirono completamente le ragioni profonde che avevano messo in crisi lo Stato. Non gli sfugge che il Se nato, il vero organo sovrano della repubblica, aveva perdu to ogni autorità, ma crede di indicarne come motivo le infornate di senatori fatte dai capi per rendere il Senato un organo docile e nell’immissio ne di gente bassa e di provin ciali. Ma non gli salta in te sta che il Senato, comunque composto, non poteva gover nare più le province se non attraverso i pro-consoli e che a costoro dovevano essere ac cordati necessariamente pieni poteri militari e civili: l’« imperium » che ordinariamente si concedeva ai consoli nei casi di emergenza; non sospet ta che così si operava un tra sferimento di potere dal Sena to ad un’oligarchia di capi po litici e militari, che, dopo una prefazione di guerre civili, non potevano approdare che ad una frammentazione dell’im pero o ad una monarchia.
Due secoli più tardi, Taci to, sotto il principato di Traiano, vide lucidamente queste cose. Forse, ai tempi di Sal lustio, non era altrettanto fa cile vederle. Gli studiosi han no versato fiumi di inchiostro per stabilire la posizione vera del Sallustio storico di fronte a Cesare. Non è stata data una risposta concorde. Forse, nonostante le violenze verbali durante il tribunato, egli do vette inclinare verso un cesa rismo moderato. Cesare, una volta ristabilito l’ordine, avreb be dovuto restaurare il regno degli ottimati attraverso un Senato riportato alle origini, il che era evidentemente uto pistico.
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Ciò nonostante, Sallustio, pur nei limiti accennati, fu un iniziatore, fu il primo storiografo che ebbe Roma, fu il primo a trasformare l’annalistica in letteratura. E questo fece egregiamente, perché è giudizio unanime che Sallu stio scrittore fu originale e po tente. La lingua latina usata da Sallustio, non è la lingua parlata come quella dei com mentari di Cesare, né la lin gua sonora, oratoria di Cice rone. Fu una lingua letteraria di sua invenzione, che egli ma neggiò e forgiò non come un vuoto artificio esterno ma co me espressione intimamente aderente ai suoi sentimenti. Il suo discorso associò la nobil tà, la gravitas, la solennità al pathos inquieto, alla drammaticità, all’agitazione, conser vando l’aristocraticità antica di un senatore di spirito cato niano alla commozione di una attualità bruciante.
Gli arcaismi, la concisione, i procedimenti ellittici, la sin tassi spezzata furono le risor se proprie di un prosatore na to. Non sembra affatto esage rata la lode che ne fa Anto nio La Penna, l’insigne mae stro dell’ateneo fiorentino, quando ci dice: « La grandez za di Sallustio stilista non è nell’uso di più stili, bensì nel la sintesi sicura di varie esi genze contrastanti in uno stile unico, ed originale, una delle più forti e più fortunate crea zioni della letteratura euro pea ».
Commenti
Una risposta a “Sallustio: una riscoperta #3/10”
Alcuni studiosi hanno definito Sallustio non solo cesariano, ma anche democratico. Il termine “democratico”, a mio avviso, va relativizzato al tempo ed alle vicende da Sallustio stesso vissuti. Al di là, tuttavia, di un giudizio non sempre unanime sul comportamento sallustiano, è unanime e positivo il consenso sulle sue opere storiche e sullo stile letterario da lui usato
Gian Gabriele Benedetti