Pascoli in salotto

di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 6 giugno 1969]

« In quei giorni Carducci si preoccupava molto di dover po ­sare. Quando l’artista [Vittorio Corcos] gli diceva ‘Dobbiamo andare, Maestro?’ il Carducci rispondeva subito ‘Eccomi son pronto’. Ma perdeva la sua na ­turalezza. Alzandosi di scatto si componeva il soprabito, si pas ­sava una mano fra la barba e i capelli, si dava un’occhia ­ta allo specchio come se si volesse misurare, non ammira ­re, prendendo una espressione strana… Per distrarlo, per farlo tornar naturale, non c’era che parlargli di poesia e di letteratura. Allora si entusia ­smava, gestiva, si muoveva su e giù per lo studio, scuotendo la testa, dimenticando affatto di esser a modello ».

Questo Carducci in posa è uno schizzo, gentile e umoresco insieme, tracciato da Em ­ma Corcos, ritrattista felice â— in punta di penna â— di lette ­rati e di amici quanto il ma ­rito Vittorio â— in punta di pennello â— lo fu di re e di imperatori. Appartenente alla civilissima e colta borghesia fiorentina dell’ottocento, mo ­glie di un elegante macchiaiolo maturatosi presso Domeni ­co Morelli e in esperienze pa ­rigine alla Fantin Latour, Em ­ma Corcos vedeva raccogliersi a Firenze, nella sua casa di via  Giambologna, quanto di meglio arte e cultura esprimevano nell’Italia fra i due se ­coli. Nel grande salotto affac ­ciato sul giardino facevano crocchio da una parte, attor ­no a Vittorio, i pittori con in testa Fattori, Signorini, Lega rinforzati da scrittori mattacchioni come Fucini e Yorick: dall’altra, intorno ad Emma, fra quattro scure librerie, se ­devano i letterati, gli storici, i dantisti, i filologi, dal Nencioni, dal Panzacchi, dal Marti ­ni al Villari, al Del Lungo, al Vitelli. Proprio dai due gruppi sorsero le istituzioni più illustri e operose nella vita culturale fiorentina: la Leonardo da Vinci e la Società Dantesca Italiana.
Ma in quella casa erano familiari anche le tre « corone » della poesia italiana fra Otto ­cento e Novecento.

Il vero nume di casa Corcos, così dei genitori come dei sei figli (che lo proclamavano « il nostro poeta »), fu però il Pa ­scoli: amato ed esaltato ap ­passionatamente come spirito religioso in quella famiglia di schietto e generoso cristiane ­simo, visto raramente ma pre ­sente sempre con la sua ope ­ra, con le poesie a Emma e ai figliuoli, « i rapacchiotti », con le dediche di pagine altis ­sime, come L’ora di Barga e la Prolusione al « Paradiso », e soprattutto con un fitto e af ­fettuoso carteggio (segnalato con divinante acutezza, sep ­pure assai sommariamente, dieci anni fa su queste colon ­ne da Emilio Cecchi).

Tutte quelle lettere rivela ­trici e quelle incalzanti e stipatissime cartoline pascoliane, dal 1897 al 1910, saranno oggi illustrate e poi donate, come testimonianza d’amore e di en ­tusiastico consenso, alla Fon ­dazione Giorgio Cini di Vene ­zia dalla figlia di Emma, cioè Memmi Strozzi, la « misterio ­sa e incantevole creatura » pre ­sentata in un Incontro sorri ­dente e patetico da Monta ­nelli.

Il carteggio si avvia sulle riserve fatte da Emma a proposito della terza ed ultima parte degli ammiratissimi Due fan ­ciulli, giudicata (dieci anni pri ­ma di Croce) una ripresa trop ­po moralistica e predicatoria. Alle osservazioni umili e gar ­bate (« le faccio sapere che non sono una letterata, perché non mi detesti; che sono ignoran ­te molto perché mi perdoni ») il Pascoli risponde: « Io sentii dal Carducci considerare come un’appiccicatura le due ultime strofe del Cinque Maggio. Lì per lì assentii; poi rileggendo mi cambiai del tutto. Quella solenne invocazione era, per credenti e miscredenti, la con ­clusione sublime, gravemente intonata del canto pieno di passione. Ma non bisogna pro ­nunziarla (intendo nell’anima) con uno scoppio di voce, alzan ­do il tono ma invece abbas ­sandolo. Provi. Così (fatte le debite proporzioni) è nei Due fanciulli. Provi… Rilegga i due fanciulli e all’ ‘Uomini, pace!’ non gridi, anzi pronunzi a voce bassissima, con voce di medita ­zione, come sorpresa dall’analogia… ». Per questo suo esemplare poemetto (« ne sono su ­perbo » scriveva nella stessa let ­tera) il Pascoli dava esplicita ­mente una interpretazione va ­lida per la sua poesia più per ­sonale; tutto era questione di intonazione e di dizione inte ­riore. E su questo metro si svi ­luppano nel carteggio le indi ­cazioni, alle volte quasi esote ­riche, per altri componimenti, trascritti spesso con interes ­santissime variazioni; e si intrecciano le discussioni e le richieste di collaborazione per Limpido rivo, per le varie anto ­logie e specialmente per gli scritti danteschi.

Anzi in occasione della famosa e criticatissima ‘lectura Dantis’ del Pascoli Prolusione al « Paradiso » Emma Corcos assume la funzione di incorag ­giante interlocutrice. Prima era stata romanticamente la « soa ­ve Ignota » (si scrivevano ma non si erano mai incontrati); ora prende, con una trasparente allusione alla consolatrice della Vita Nuova (cap. XXXV), la figura di « Donna Gentile la quale mi guardava molto pieto ­samente in Or San Michele il dì 4 dicembre 1902 » mentre po ­chi capivano e molti se ne andavano.

Questi rapporti di candido e affettuoso abbandono sono mo ­dulati dal Pascoli su una tre ­pida timidezza. « Ora compren ­do » scrive il poeta tornato a Barga dopo il primo incontro « l’emozione del maestro, giun ­to sino a noi dai giardini d’Academo e dal Peripato, dico il Vitelli, quando si sentì invita ­re a cena o diciamo al simpo ­sio o diciamo al deipnon da tanto bella signora. Compren ­do e approvo. E vedo anche più quanta necessità sia per me di scrivere piuttosto che parlare, e di vedere senza es ­sere veduto ».

«Eravamo vestiti male » si scusa altra volta per giustifi ­care una mancata visita sua e della sorella Mariù. « E poi tut ­ti scombinati per il viaggio non lungo ma tedioso, senza sonno nella notte innanzi. Ecco tut ­to. Perdoni. Già mi diede sog ­gezione quel bel giovinetto che venne alla stazione [uno dei figli di Emma]; figuriamoci la sua Mamma! Noi ce ne andia ­mo molto tristi e imbarazzati ». Ed erano proprio gli anni del ­la imperturbabile e provocatoria disinvoltura del D’Annunzio fiorentino! Ma il Pascoli « Se gli spiriti potessero recare vere novelle di me a Gabrie ­le, gli direbbero: Scava tutte le stratificazioni nietschiane e va a trovare il fondo della tua propria italica coscienza e sa ­rai inarrivabilmente grande. Contentati nella vita di poco… e sarai, sì, sarai un eroe. Un eroe sans phrase, un eroe sen ­za bellurie e senza pennacchi e magari senza cavalli, nudo e perfetto ».
La grande « triade » si riflet ­te così di continuo nel car ­teggio. « Un giorno, dopo mol ­ti giudizi negativi su poeti con ­temporanei gli [al Carducci] domandai â— scrive Emma â— che pensasse di Giovanni Pa ­scoli; ed egli rispose con queste care e indimenticabili parole: “Il Pascoli è grande. Quello re ­sterà” ». Forse questa fu la più grande gioia che Emma Corcos ebbe dalle conversazioni col Carducci: il Pascoli era per lei veramente il « poeta dell’anima ». E come tale, come un va ­te religioso lo fece leggere e amare ai figliuoli, soprattutto a Emmina « col dolce viso color rosa. E con l’anima color cielo », come cantava il Pascoli: cioè a Memmi, la più sorprendente pascoliana d’oggi. « Io gioco a nascondino con Dio » scriveva anni fa a un’amica: « Lo perdo, Lo ritrovo, Lo chiamo e non risponde, mi chiama Lui e io non Lo sento. Allora mi appare sotto le più strane e innocenti forme: una lucertolina sul muro, un narciso che sboccia d’improvviso, un tramonto rosato. Alla mia età, credi, la più appassionata avventura è quella con Dio, ma forse tutte le altre non hanno che questo unico scopo finale ».

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