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LETTERATURA: I MAESTRI: Pascoli in salotto

3 Gennaio 2012

di Vittore Branca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, venerd√¨ 6 giugno 1969]

¬ę In quei giorni Carducci si preoccupava molto di dover po ¬≠sare. Quando l’artista [Vittorio Corcos] gli diceva ‚ÄėDobbiamo andare, Maestro?’ il Carducci rispondeva subito ‚ÄėEccomi son pronto’. Ma perdeva la sua na ¬≠turalezza. Alzandosi di scatto si componeva il soprabito, si pas ¬≠sava una mano fra la barba e i capelli, si dava un’occhia ¬≠ta allo specchio come se si volesse misurare, non ammira ¬≠re, prendendo una espressione strana… Per distrarlo, per farlo tornar naturale, non c’era che parlargli di poesia e di letteratura. Allora si entusia ¬≠smava, gestiva, si muoveva su e gi√Ļ per lo studio, scuotendo la testa, dimenticando affatto di esser a modello ¬Ľ.

Questo Carducci in posa √® uno schizzo, gentile e umoresco insieme, tracciato da Em ¬≠ma Corcos, ritrattista felice √Ę‚ÄĒ in punta di penna √Ę‚ÄĒ di lette ¬≠rati e di amici quanto il ma ¬≠rito Vittorio √Ę‚ÄĒ in punta di pennello √Ę‚ÄĒ lo fu di re e di imperatori. Appartenente alla civilissima e colta borghesia fiorentina dell’ottocento, mo ¬≠glie di un elegante macchiaiolo maturatosi presso Domeni ¬≠co Morelli e in esperienze pa ¬≠rigine alla Fantin Latour, Em ¬≠ma Corcos vedeva raccogliersi a Firenze, nella sua casa di via ¬†Giambologna, quanto di meglio arte e cultura esprimevano nell’Italia fra i due se ¬≠coli. Nel grande salotto affac ¬≠ciato sul giardino facevano crocchio da una parte, attor ¬≠no a Vittorio, i pittori con in testa Fattori, Signorini, Lega rinforzati da scrittori mattacchioni come Fucini e Yorick: dall’altra, intorno ad Emma, fra quattro scure librerie, se ¬≠devano i letterati, gli storici, i dantisti, i filologi, dal Nencioni, dal Panzacchi, dal Marti ¬≠ni al Villari, al Del Lungo, al Vitelli. Proprio dai due gruppi sorsero le istituzioni pi√Ļ illustri e operose nella vita culturale fiorentina: la Leonardo da Vinci e la Societ√† Dantesca Italiana.
Ma in quella casa erano familiari anche le tre ¬ę corone ¬Ľ della poesia italiana fra Otto ¬≠cento e Novecento.

Il vero nume di casa Corcos, cos√¨ dei genitori come dei sei figli (che lo proclamavano ¬ę il nostro poeta ¬Ľ), fu per√≤ il Pa ¬≠scoli: amato ed esaltato ap ¬≠passionatamente come spirito religioso in quella famiglia di schietto e generoso cristiane ¬≠simo, visto raramente ma pre ¬≠sente sempre con la sua ope ¬≠ra, con le poesie a Emma e ai figliuoli, ¬ę i rapacchiotti ¬Ľ, con le dediche di pagine altis ¬≠sime, come L’ora di Barga e la Prolusione al ¬ę Paradiso ¬Ľ, e soprattutto con un fitto e af ¬≠fettuoso carteggio (segnalato con divinante acutezza, sep ¬≠pure assai sommariamente, dieci anni fa su queste colon ¬≠ne da Emilio Cecchi).

Tutte quelle lettere rivela ¬≠trici e quelle incalzanti e stipatissime cartoline pascoliane, dal 1897 al 1910, saranno oggi illustrate e poi donate, come testimonianza d’amore e di en ¬≠tusiastico consenso, alla Fon ¬≠dazione Giorgio Cini di Vene ¬≠zia dalla figlia di Emma, cio√® Memmi Strozzi, la ¬ę misterio ¬≠sa e incantevole creatura ¬Ľ pre ¬≠sentata in un Incontro sorri ¬≠dente e patetico da Monta ¬≠nelli.

Il carteggio si avvia sulle riserve fatte da Emma a proposito della terza ed ultima parte degli ammiratissimi Due fan ¬≠ciulli, giudicata (dieci anni pri ¬≠ma di Croce) una ripresa trop ¬≠po moralistica e predicatoria. Alle osservazioni umili e gar ¬≠bate (¬ę le faccio sapere che non sono una letterata, perch√© non mi detesti; che sono ignoran ¬≠te molto perch√© mi perdoni ¬Ľ) il Pascoli risponde: ¬ę Io sentii dal Carducci considerare come un’appiccicatura le due ultime strofe del Cinque Maggio. L√¨ per l√¨ assentii; poi rileggendo mi cambiai del tutto. Quella solenne invocazione era, per credenti e miscredenti, la con ¬≠clusione sublime, gravemente intonata del canto pieno di passione. Ma non bisogna pro ¬≠nunziarla (intendo nell’anima) con uno scoppio di voce, alzan ¬≠do il tono ma invece abbas ¬≠sandolo. Provi. Cos√¨ (fatte le debite proporzioni) √® nei Due fanciulli. Provi… Rilegga i due fanciulli e all’ ‚ÄėUomini, pace!’ non gridi, anzi pronunzi a voce bassissima, con voce di medita ¬≠zione, come sorpresa dall’analogia… ¬Ľ. Per questo suo esemplare poemetto (¬ę ne sono su ¬≠perbo ¬Ľ scriveva nella stessa let ¬≠tera) il Pascoli dava esplicita ¬≠mente una interpretazione va ¬≠lida per la sua poesia pi√Ļ per ¬≠sonale; tutto era questione di intonazione e di dizione inte ¬≠riore. E su questo metro si svi ¬≠luppano nel carteggio le indi ¬≠cazioni, alle volte quasi esote ¬≠riche, per altri componimenti, trascritti spesso con interes ¬≠santissime variazioni; e si intrecciano le discussioni e le richieste di collaborazione per Limpido rivo, per le varie anto ¬≠logie e specialmente per gli scritti danteschi.

Anzi in occasione della famosa e criticatissima ‚Äėlectura Dantis’ del Pascoli Prolusione al ¬ę Paradiso ¬Ľ Emma Corcos assume la funzione di incorag ¬≠giante interlocutrice. Prima era stata romanticamente la ¬ę soa ¬≠ve Ignota ¬Ľ (si scrivevano ma non si erano mai incontrati); ora prende, con una trasparente allusione alla consolatrice della Vita Nuova (cap. XXXV), la figura di ¬ę Donna Gentile la quale mi guardava molto pieto ¬≠samente in Or San Michele il d√¨ 4 dicembre 1902 ¬Ľ mentre po ¬≠chi capivano e molti se ne andavano.

Questi rapporti di candido e affettuoso abbandono sono mo ¬≠dulati dal Pascoli su una tre ¬≠pida timidezza. ¬ę Ora compren ¬≠do ¬Ľ scrive il poeta tornato a Barga dopo il primo incontro ¬ę l’emozione del maestro, giun ¬≠to sino a noi dai giardini d’Academo e dal Peripato, dico il Vitelli, quando si sent√¨ invita ¬≠re a cena o diciamo al simpo ¬≠sio o diciamo al deipnon da tanto bella signora. Compren ¬≠do e approvo. E vedo anche pi√Ļ quanta necessit√† sia per me di scrivere piuttosto che parlare, e di vedere senza es ¬≠sere veduto ¬Ľ.

¬ęEravamo vestiti male ¬Ľ si scusa altra volta per giustifi ¬≠care una mancata visita sua e della sorella Mari√Ļ. ¬ę E poi tut ¬≠ti scombinati per il viaggio non lungo ma tedioso, senza sonno nella notte innanzi. Ecco tut ¬≠to. Perdoni. Gi√† mi diede sog ¬≠gezione quel bel giovinetto che venne alla stazione [uno dei figli di Emma]; figuriamoci la sua Mamma! Noi ce ne andia ¬≠mo molto tristi e imbarazzati ¬Ľ. Ed erano proprio gli anni del ¬≠la imperturbabile e provocatoria disinvoltura del D’Annunzio fiorentino! Ma il Pascoli ¬ę Se gli spiriti potessero recare vere novelle di me a Gabrie ¬≠le, gli direbbero: Scava tutte le stratificazioni nietschiane e va a trovare il fondo della tua propria italica coscienza e sa ¬≠rai inarrivabilmente grande. Contentati nella vita di poco… e sarai, s√¨, sarai un eroe. Un eroe sans phrase, un eroe sen ¬≠za bellurie e senza pennacchi e magari senza cavalli, nudo e perfetto ¬Ľ.
La grande ¬ę triade ¬Ľ si riflet ¬≠te cos√¨ di continuo nel car ¬≠teggio. ¬ę Un giorno, dopo mol ¬≠ti giudizi negativi su poeti con ¬≠temporanei gli [al Carducci] domandai √Ę‚ÄĒ scrive Emma √Ę‚ÄĒ che pensasse di Giovanni Pa ¬≠scoli; ed egli rispose con queste care e indimenticabili parole: ‚ÄúIl Pascoli √® grande. Quello re ¬≠ster√†‚ÄĚ ¬Ľ. Forse questa fu la pi√Ļ grande gioia che Emma Corcos ebbe dalle conversazioni col Carducci: il Pascoli era per lei veramente il ¬ę poeta dell’anima ¬Ľ. E come tale, come un va ¬≠te religioso lo fece leggere e amare ai figliuoli, soprattutto a Emmina ¬ę col dolce viso color rosa. E con l’anima color cielo ¬Ľ, come cantava il Pascoli: cio√® a Memmi, la pi√Ļ sorprendente pascoliana d’oggi. ¬ę Io gioco a nascondino con Dio ¬Ľ scriveva anni fa a un’amica: ¬ę Lo perdo, Lo ritrovo, Lo chiamo e non risponde, mi chiama Lui e io non Lo sento. Allora mi appare sotto le pi√Ļ strane e innocenti forme: una lucertolina sul muro, un narciso che sboccia d’improvviso, un tramonto rosato. Alla mia et√†, credi, la pi√Ļ appassionata avventura √® quella con Dio, ma forse tutte le altre non hanno che questo unico scopo finale ¬Ľ.


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Bart