Pasquino, il più misterioso figlio di Roma

di Manlio Lupinacci
[dal “Corriere della Sera”, domenica 27 aprile 1969]

Esiste in Roma una setta, che non è tale per necessità di trame occulte ed eversive, ma perché il segreto le si ad ­densa intorno dall’esterno: e cioè dall’indifferenza sempre crescente della società che la circonda in una Roma sempre meno romana. E’ la setta dei romanisti: fieri di essere « ro ­mani de Roma », in questa qualità si sentono affratellati al disopra delle differenze di ceto. Vi appartiene il vecchio vettu ­rino che ricorda ancora la sera in cui salì sulla sua botticella Don Prospero Colonna e lui gli aveva detto: « la porto a casa, Eccellè? » prima ancora che Don Prospero avesse aper ­to bocca e Don Prospero fu contento di questo riconosci ­mento confidenziale; e vi ap ­partiene qualche ultimo esemplare della razza dei Don Pro ­spero non ancora perdutosi negli incroci della Café Society. Fra questi estremi, tutta una varietà di tipi, dissimili maga ­ri fra loro come può essere un levriero da un carlino, ma che sanno di essere tutti della medesima famiglia: grandi pro ­fessionisti e artigiani, scrittori di gusto fine e osti che si fan ­no scrivere il menu dal figlio che va a scuola.

Questi aborigeni si raccolgo ­no in associazioni al modo stesso degli immigrati che attra ­verso i loro circoli regionali mi ­rano a mantenersi compatti e diversi, e questa necessità di difesa che entro le loro vec ­chie mura li accomuna agli invasori non manca di qualche malinconia. Leggono Belli e lo citano come i protestantila Bibbia, e dopo di lui gli altri testi sacri del dialetto, Pascarella, Trilussa; pubblicano ogni anno una « Strenna dei roma ­nisti », bella antologia di otti ­ma cultura di storia, arte e costume romani; rilevano con scuotimenti di testa l’intrusio ­ne in Campidoglio dei nati chi sa dove.

E tuttavia è al nostro indi ­menticabile Silvio Negro, vi ­centino, che Roma ha dovuto in questi ultimi tempi, con Se ­conda Roma e con Album ro ­mano, le due pubblicazioni mi ­gliori che le siano state dedi ­cate. Si dovrebbe forse attri ­buire alla indolenza che i roma ­ni hanno ereditato dall’otium cum dignitate dei padri questo essersi lasciati superare da un veneto? Non vedrei in questo nulla di disdicevole: le opere di lunga e minuziosa ricerca costano fatica paziente e im ­pegno meticoloso, cose che ef ­fettivamente sembrano poco in armonia con l’idea che un po’ tutti abbiamo del carattere del romano. E invece ecco che vie ­ne fuori un’opera di gran mole, di accurate ricerche, di ricchis ­sima documentazione e splen ­didamente illustrata, dovuta a due fratelli che più romani di loro non c’è che la statua di Marco Aurelio: Fernando e Renato Silenzi, con questo loro Pasquino, quattro secoli di satira romana, sontuosamente edito da Vallecchi, hanno of ­ferto alla loro patria urbana una glorificazione del suo figlio più misterioso e insieme più conosciuto che dovrebbe racco ­gliere la curiosità di romani e non romani sulle sue nitide pagine di testo e sulla magni ­fica collezione di stampe, dise ­gni e riproduzioni che l’adornano.

Pasquino e la pasquinata in ­fatti non sono soltanto espres ­sioni bizzarre di una vita lo ­cale, che possa interessare solo pochi eruditi fuori delle Mura Aureliane. Come dal sibilo del ­le fionde dei monelli parigini contro gli arcieri del Guet tut ­ti i vocabolari hanno adottato il termine di « fronda », così dal dialogo delle due statue battezzate dall’estro popolare Pasquino e Marforio (Marfo ­rio eterna « spalla » di Pasqui ­no) il termine di pasquinata si è diffuso dappertutto; distor ­to, corrotto talvolta dalla pro ­nuncia forestiera, ma sempre consapevole della sua origine romana, e conservando sem ­pre la sua vocazione satirica.

E’ arrivato perfino a mettersi al servizio degli eretici, al tem ­po della Riforma e delle lot ­te che la insanguinarono, e vi furono collezioni e edizioni di pasquinate luterane in Germa ­nia, anglicane in Inghilterra, ugonotte in Francia; qui Pa ­squino diventava Pasquil, là Paskwil, ma nella filigrana di quei testi si poteva riconoscer sempre, sia pure nella grosso ­lanità della riproduzione estra ­nea, la figura della mutila statua di Parione. Questa sua diffusione in tutti i paesi in ribellione contro Roma era an ­cora un omaggio a Roma: era come se il quartiere di Pario ­ne si ramificasse dovunque l’av ­versione e poi la rivolta contro l’autorità romana si accen ­deva di polemica e di tumulto, portando a un eccesso di vio ­lenza e di aggressività l’origi ­naria mitezza ironica: lo stu ­pore dei pellegrini del nord di trovare in Roma quella lin ­guaccia che non risparmiava né papi né cardinali né prela ­ti finiva per sedurli a una imitazione che da quell’esem ­pio romano traeva non si sa quale prestigio maggiore pres ­so i nemici di Roma, quale più forte efficacia di testimo ­nianza d’accusa.

In realtà è più che dubbio che il vero Pasquino avrebbe gustato quelle imitazioni: altro era per lui prendere in giro questo o quel potente del gior ­no, altro mirare con queste arti a sovvertire il grandioso edificio del pontificato romano o a contestarne i diritti e la missione. Da buon romano, gli abusi stessi che metteva in berlina lo trovavano pazien ­te perché intimamente scetti ­co sulla possibilità di vederli sparire; né d’altra parte, ap ­punto perché buon romano, respingeva la lusinga, che at ­traverso quella rete di abusi era possibile intravedere, di maestosi primati che giustifi ­cavano il suo orgoglio met ­tendolo a pari con quello degli antichi dai quali vantava la discendenza. E’ anche probabile che per qualche oscuro giuoco fra il conscio e l’inconscio fosse riconoscente a quel gover ­no, a quel regime, a quella teocrazia di dargli la soddisfa ­zione di prender in giro, da cittadino romano a pontefice romano, lui solo fra tutti i sudditi dei re, colui che di co ­rone ne portava una triplice.

Infatti Pasquino scomparve conla Brecciadi Porta Pia. Non trovò più vena né per bef ­farsi del potere temporale ca ­duto, né per dargli prova di rimpianto con qualche pasqui ­nata su coloro che fino alla Conciliazione in molte vecchie famiglie romane saranno indi ­cati con un vago pronome: « questi ». La sua voce tacque mentre si alzava il gridio dei giornalai della libera stampa; il suo sogghigno si velò quan ­do la satira poté esercitarsi senza freni sui fogli umoristi ­ci. Invero su uno di questi, il « Travaso delle idee », che trae ­va la testata da una strana fi ­gura quasi di Pasquino ambu ­lante, quella di Tito Livio Cianchettini, durò a lungo una ru ­brica di poche righe, quante bastavano a raccogliere la do ­manda di Marforio e la risposta di Pasquino, dove i due ar ­caici personaggi si incontra ­vano ancora; ma anche se spesso azzeccate, le battute aveva ­no perso la particolare sonorità che veniva loro dal cadere sul selciato percosso dai calcagni del bargello.

E’ quanto vediamo ripetersi per l’umorismo politico di oggi in confronto con le famose bar ­zellette sotto il regime fascista: un regime del quale si può dire che oscillasse perpetuamente fra la retorica dei gover ­nanti e le pasquinate dei go ­vernati. Vere e proprie pasqui ­nate, le più, cui sarebbe basta ­to dar la forma artificiale del dialogo, che del resto molte avevano, per conferir loro l’au ­tenticità della tradizione pasquiniana. Nata misteriosamente co ­me misteriosamente nasceva la battuta che finiva affissa alla statua di Parione, la barzelletta antifascista come l’antica pa ­squinata scintillava nel buio di tutto quel nero, illuminando bre ­vi sorrisi di complicità fra colo ­ro che se le ripetevano dopo il consueto: « la sai quella…? » Oh, una complicità che solo in pochi casi ne sottintendeva altre più ambiziose e rischio ­se: più spesso il coraggio e la sfida non intendevano andar oltre il fuggevole e guardingo di ­vertimento: giacché, proprio co ­me tanti autori anonimi di pa ­squinate sotto i papi, moltissimi divulgatori di barzellette anti ­fasciste in fondo in fondo ai primati proclamati ci credeva ­no e se ne sentivano portati in alto. Ma tant’è: la vocazio ­ne d’esser libero è così intima nell’uomo, che anche quando crede in una autorità e abdica nelle sue mani tutti i suoi di ­ritti, Pasquino fa capolino dal profondo della sua coscienza e gli sussurra il suo scherno.

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