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LETTERATURA: I MAESTRI: Pasquino, il pi√Ļ misterioso figlio di Roma

20 Gennaio 2012

di Manlio Lupinacci
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 27 aprile 1969]

Esiste in Roma una setta, che non √® tale per necessit√† di trame occulte ed eversive, ma perch√© il segreto le si ad ¬≠densa intorno dall’esterno: e cio√® dall’indifferenza sempre crescente della societ√† che la circonda in una Roma sempre meno romana. E’ la setta dei romanisti: fieri di essere ¬ę ro ¬≠mani de Roma ¬Ľ, in questa qualit√† si sentono affratellati al disopra delle differenze di ceto. Vi appartiene il vecchio vettu ¬≠rino che ricorda ancora la sera in cui sal√¨ sulla sua botticella Don Prospero Colonna e lui gli aveva detto: ¬ę la porto a casa, Eccell√®? ¬Ľ prima ancora che Don Prospero avesse aper ¬≠to bocca e Don Prospero fu contento di questo riconosci ¬≠mento confidenziale; e vi ap ¬≠partiene qualche ultimo esemplare della razza dei Don Pro ¬≠spero non ancora perdutosi negli incroci della Caf√© Society. Fra questi estremi, tutta una variet√† di tipi, dissimili maga ¬≠ri fra loro come pu√≤ essere un levriero da un carlino, ma che sanno di essere tutti della medesima famiglia: grandi pro ¬≠fessionisti e artigiani, scrittori di gusto fine e osti che si fan ¬≠no scrivere il menu dal figlio che va a scuola.

Questi aborigeni si raccolgo ¬≠no in associazioni al modo stesso degli immigrati che attra ¬≠verso i loro circoli regionali mi ¬≠rano a mantenersi compatti e diversi, e questa necessit√† di difesa che entro le loro vec ¬≠chie mura li accomuna agli invasori non manca di qualche malinconia. Leggono Belli e lo citano come i protestantila Bibbia, e dopo di lui gli altri testi sacri del dialetto, Pascarella, Trilussa; pubblicano ogni anno una ¬ę Strenna dei roma ¬≠nisti ¬Ľ, bella antologia di otti ¬≠ma cultura di storia, arte e costume romani; rilevano con scuotimenti di testa l’intrusio ¬≠ne in Campidoglio dei nati chi sa dove.

E tuttavia √® al nostro indi ¬≠menticabile Silvio Negro, vi ¬≠centino, che Roma ha dovuto in questi ultimi tempi, con Se ¬≠conda Roma e con Album ro ¬≠mano, le due pubblicazioni mi ¬≠gliori che le siano state dedi ¬≠cate. Si dovrebbe forse attri ¬≠buire alla indolenza che i roma ¬≠ni hanno ereditato dall’otium cum dignitate dei padri questo essersi lasciati superare da un veneto? Non vedrei in questo nulla di disdicevole: le opere di lunga e minuziosa ricerca costano fatica paziente e im ¬≠pegno meticoloso, cose che ef ¬≠fettivamente sembrano poco in armonia con l’idea che un po’ tutti abbiamo del carattere del romano. E invece ecco che vie ¬≠ne fuori un’opera di gran mole, di accurate ricerche, di ricchis ¬≠sima documentazione e splen ¬≠didamente illustrata, dovuta a due fratelli che pi√Ļ romani di loro non c’√® che la statua di Marco Aurelio: Fernando e Renato Silenzi, con questo loro Pasquino, quattro secoli di satira romana, sontuosamente edito da Vallecchi, hanno of ¬≠ferto alla loro patria urbana una glorificazione del suo figlio pi√Ļ misterioso e insieme pi√Ļ conosciuto che dovrebbe racco ¬≠gliere la curiosit√† di romani e non romani sulle sue nitide pagine di testo e sulla magni ¬≠fica collezione di stampe, dise ¬≠gni e riproduzioni che l’adornano.

Pasquino e la pasquinata in ¬≠fatti non sono soltanto espres ¬≠sioni bizzarre di una vita lo ¬≠cale, che possa interessare solo pochi eruditi fuori delle Mura Aureliane. Come dal sibilo del ¬≠le fionde dei monelli parigini contro gli arcieri del Guet tut ¬≠ti i vocabolari hanno adottato il termine di ¬ę fronda ¬Ľ, cos√¨ dal dialogo delle due statue battezzate dall’estro popolare Pasquino e Marforio (Marfo ¬≠rio eterna ¬ę spalla ¬Ľ di Pasqui ¬≠no) il termine di pasquinata si √® diffuso dappertutto; distor ¬≠to, corrotto talvolta dalla pro ¬≠nuncia forestiera, ma sempre consapevole della sua origine romana, e conservando sem ¬≠pre la sua vocazione satirica.

E’ arrivato perfino a mettersi al servizio degli eretici, al tem ¬≠po della Riforma e delle lot ¬≠te che la insanguinarono, e vi furono collezioni e edizioni di pasquinate luterane in Germa ¬≠nia, anglicane in Inghilterra, ugonotte in Francia; qui Pa ¬≠squino diventava Pasquil, l√† Paskwil, ma nella filigrana di quei testi si poteva riconoscer sempre, sia pure nella grosso ¬≠lanit√† della riproduzione estra ¬≠nea, la figura della mutila statua di Parione. Questa sua diffusione in tutti i paesi in ribellione contro Roma era an ¬≠cora un omaggio a Roma: era come se il quartiere di Pario ¬≠ne si ramificasse dovunque l’av ¬≠versione e poi la rivolta contro l’autorit√† romana si accen ¬≠deva di polemica e di tumulto, portando a un eccesso di vio ¬≠lenza e di aggressivit√† l’origi ¬≠naria mitezza ironica: lo stu ¬≠pore dei pellegrini del nord di trovare in Roma quella lin ¬≠guaccia che non risparmiava n√© papi n√© cardinali n√© prela ¬≠ti finiva per sedurli a una imitazione che da quell’esem ¬≠pio romano traeva non si sa quale prestigio maggiore pres ¬≠so i nemici di Roma, quale pi√Ļ forte efficacia di testimo ¬≠nianza d’accusa.

In realt√† √® pi√Ļ che dubbio che il vero Pasquino avrebbe gustato quelle imitazioni: altro era per lui prendere in giro questo o quel potente del gior ¬≠no, altro mirare con queste arti a sovvertire il grandioso edificio del pontificato romano o a contestarne i diritti e la missione. Da buon romano, gli abusi stessi che metteva in berlina lo trovavano pazien ¬≠te perch√© intimamente scetti ¬≠co sulla possibilit√† di vederli sparire; n√© d’altra parte, ap ¬≠punto perch√© buon romano, respingeva la lusinga, che at ¬≠traverso quella rete di abusi era possibile intravedere, di maestosi primati che giustifi ¬≠cavano il suo orgoglio met ¬≠tendolo a pari con quello degli antichi dai quali vantava la discendenza. E’ anche probabile che per qualche oscuro giuoco fra il conscio e l’inconscio fosse riconoscente a quel gover ¬≠no, a quel regime, a quella teocrazia di dargli la soddisfa ¬≠zione di prender in giro, da cittadino romano a pontefice romano, lui solo fra tutti i sudditi dei re, colui che di co ¬≠rone ne portava una triplice.

Infatti Pasquino scomparve conla Brecciadi Porta Pia. Non trov√≤ pi√Ļ vena n√© per bef ¬≠farsi del potere temporale ca ¬≠duto, n√© per dargli prova di rimpianto con qualche pasqui ¬≠nata su coloro che fino alla Conciliazione in molte vecchie famiglie romane saranno indi ¬≠cati con un vago pronome: ¬ę questi ¬Ľ. La sua voce tacque mentre si alzava il gridio dei giornalai della libera stampa; il suo sogghigno si vel√≤ quan ¬≠do la satira pot√© esercitarsi senza freni sui fogli umoristi ¬≠ci. Invero su uno di questi, il ¬ę Travaso delle idee ¬Ľ, che trae ¬≠va la testata da una strana fi ¬≠gura quasi di Pasquino ambu ¬≠lante, quella di Tito Livio Cianchettini, dur√≤ a lungo una ru ¬≠brica di poche righe, quante bastavano a raccogliere la do ¬≠manda di Marforio e la risposta di Pasquino, dove i due ar ¬≠caici personaggi si incontra ¬≠vano ancora; ma anche se spesso azzeccate, le battute aveva ¬≠no perso la particolare sonorit√† che veniva loro dal cadere sul selciato percosso dai calcagni del bargello.

E’ quanto vediamo ripetersi per l’umorismo politico di oggi in confronto con le famose bar ¬≠zellette sotto il regime fascista: un regime del quale si pu√≤ dire che oscillasse perpetuamente fra la retorica dei gover ¬≠nanti e le pasquinate dei go ¬≠vernati. Vere e proprie pasqui ¬≠nate, le pi√Ļ, cui sarebbe basta ¬≠to dar la forma artificiale del dialogo, che del resto molte avevano, per conferir loro l’au ¬≠tenticit√† della tradizione pasquiniana. Nata misteriosamente co ¬≠me misteriosamente nasceva la battuta che finiva affissa alla statua di Parione, la barzelletta antifascista come l’antica pa ¬≠squinata scintillava nel buio di tutto quel nero, illuminando bre ¬≠vi sorrisi di complicit√† fra colo ¬≠ro che se le ripetevano dopo il consueto: ¬ę la sai quella…? ¬Ľ Oh, una complicit√† che solo in pochi casi ne sottintendeva altre pi√Ļ ambiziose e rischio ¬≠se: pi√Ļ spesso il coraggio e la sfida non intendevano andar oltre il fuggevole e guardingo di ¬≠vertimento: giacch√©, proprio co ¬≠me tanti autori anonimi di pa ¬≠squinate sotto i papi, moltissimi divulgatori di barzellette anti ¬≠fasciste in fondo in fondo ai primati proclamati ci credeva ¬≠no e se ne sentivano portati in alto. Ma tant’√®: la vocazio ¬≠ne d’esser libero √® cos√¨ intima nell’uomo, che anche quando crede in una autorit√† e abdica nelle sue mani tutti i suoi di ¬≠ritti, Pasquino fa capolino dal profondo della sua coscienza e gli sussurra il suo scherno.


Letto 2016 volte.
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2 Comments

  1. Pingback by Buddha Bar Cafe' duemila dodici compilation (GIANNI GANDI ) — 22 Gennaio 2012 @ 01:50

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  2. Trackback by URL — 5 Febbraio 2012 @ 18:33

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